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Usa-Cina, la prova di forza tra potenze

L'incontro tra Donald Trump e Xi Jinping al G20 di Osaka nel 2019 (reuters)

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Il braccio di ferro tra Donald Trump e Xi Jinping è aspro, ostentato, senza mezzi termini. E si impone come il focus centrale della guerra commerciale che scuote il pianeta
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A una settimana dall’inizio dell’offensiva globale dei dazi da parte del presidente Usa, Donald Trump, è evidente che il maggior fronte è con la Cina e si articola su tre terreni di scontro convergenti: il duello sulle tariffe, l’impatto sugli altri Paesi e la sfida per un nuovo equilibrio globale.

Indicata da Trump come la nazione più colpevole delle «tariffe che ci derubano da oltre 30 anni», la Cina è stata colpita dai dazi Usa più pesanti — al momento possono arrivare al 104 per cento — ma Xi Jinping assicura che risponderà «colpo su colpo», pronto a «combattere fino alla fine».

A separarli c’è un surplus commerciale cinese da capogiro: 420 miliardi di esportazioni verso gli Usa a fronte di 120 miliardi di importazioni. Il braccio di ferro tra i due leader è aspro, ostentato, senza mezzi termini, imponendosi come il focus centrale della guerra dei dazi che scuote il pianeta.

Sebbene i due presidenti mantengano, l’uno nei confronti dell’altro, un linguaggio basato sul rispetto e…

A una settimana dall’inizio dell’offensiva globale dei dazi da parte del presidente Usa, Donald Trump, è evidente che il maggior fronte è con la Cina e si articola su tre terreni di scontro convergenti: il duello sulle tariffe, l’impatto sugli altri Paesi e la sfida per un nuovo equilibrio globale.

Indicata da Trump come la nazione più colpevole delle «tariffe che ci derubano da oltre 30 anni», la Cina è stata colpita dai dazi Usa più pesanti — al momento possono arrivare al 104 per cento — ma Xi Jinping assicura che risponderà «colpo su colpo», pronto a «combattere fino alla fine».

A separarli c’è un surplus commerciale cinese da capogiro: 420 miliardi di esportazioni verso gli Usa a fronte di 120 miliardi di importazioni. Il braccio di ferro tra i due leader è aspro, ostentato, senza mezzi termini, imponendosi come il focus centrale della guerra dei dazi che scuote il pianeta.

Sebbene i due presidenti mantengano, l’uno nei confronti dell’altro, un linguaggio basato sul rispetto e sia anche in discussione un possibile incontro tra loro a Pechino, tutto il resto descrive una sfida che accelera.

Trump parla di «trilioni di dollari che la Cina ci ha rubato» violando ogni regola della globalizzazione, imponendo dazi, varando sussidi e «vendendoci di tutto mentre noi non possiamo esportare praticamente nulla». E Xi ha risposto prima bloccando l’intesa sulla vendita di TikTok in America, poi frenando sul passaggio di proprietà dei porti che controllano le entrate al Canale di Panama e quindi spiegando che nel botta e risposta sui dazi non farà concessioni.

Basterebbe questo per far comprendere l’entità del duello in corso tra le due superpotenze economiche. Ma c’è dell’altro. Elizabeth Economy, tra le più apprezzate analiste di Cina a Washington ora nei ranghi della Hoover Institution, lo spiega così: «La Cina punta a sfruttare i dazi di Trump per diventare agli occhi del mondo intero la nazione leader del fronte pro-libero commercio e pro-business, togliendo a Washington ciò che ha di maggiore valore, i suoi alleati».

Da qui l’iniziativa di Pechino di sondare Tokyo e Seul per accordi bilaterali, le visite di Xi in programma nelle prossime settimane in più Paesi del Sud-Est Asiatico — dal Vietnam a Malesia e Cambogia — e anche l’aggressivo corteggiamento in corso nei confronti di più Paesi Ue, per siglare intese privilegiate capaci di seguire il percorso aperto da Ungheria e Grecia.

«Xi ha iniziato un’offensiva di entusiasmo e affari verso tutti i Paesi travolti dai dazi di Trump» conferma Patricia Kim, sinologia della Brookings Institution di Washington, sottolineando come il presidente Usa aprendo la guerra dei dazi ha mandato in frantumi la coalizione globale anti-Cina che proprio lui aveva contribuito a creare durante il suo primo mandato alla Casa Bianca.

Questo significa che potremmo trovarci presto davanti a un ribaltamento di alleanze con alcuni Paesi partner degli Usa che, dall’Indo-Pacifico all’Europa, preferiscono Pechino per difendere ciò che resta della globalizzazione. La “Nuova via della seta” potrebbe dunque andare incontro a un inatteso rilancio.

Per questo Xi non può fare passi indietro: in gioco c’è la sua credibilità di leader globale alternativo agli Stati Uniti attorno a cui ha costruito l’intera presidenza e l’ambizione di superare Mao Zedong.

Ma Stephen Olson, ex negoziatore Usa sul Commercio, afferma che non tutto sarà facile per Pechino «perché i dazi Usa contro i Paesi del Sud-Est Asiatico colpiscono pesantemente le catene di approvvigionamento globale che la Cina ha creato in questi anni per evadere le tariffe varate da Trump durante il suo primo mandato» con il risultato di indebolire anche i commerci bilaterali di Pechino con Laos, Cambogia, Vietnam, Thailandia e altri Paesi, mettendo in grave difficoltà il sistema economico cinese che si alimenta con le esportazioni.

Per avere un’idea delle dimensioni del danno in arrivo per Pechino bisogna tenere conto che nel 2024 almeno 1,4 miliardi di dollari di beni cinesi sono entrati in America senza pagare tasse perché spediti da Paesi del Sud-Est Asiatico con valori inferiori a 800 dollari.

Sotto questo aspetto il fattore-tempo gioca per Trump perché i dazi sono immediati e Xi non ha tempo per costruire alternative efficaci sulle rotte dei commerci. Senza contare che i giganti dell’hi-tech della Silicon Valley possono essere indotti ad accelerare l’uscita dalla Cina in favore dell’India, come ha annunciato Apple facendo sapere che costruirà “più iPhone in India e meno in Cina”.

Da qui lo scenario di una sfida geoeconomica con inevitabili riflessi strategici perché i partner asiatici della Cina si trovano in una morsa difficile: devono scegliere se cedere alle pressioni di Trump o alle seduzioni di Xi. Con inevitabili ripercussioni sull’assetto geopolitico dell’Indo-Pacifico, una delle regioni più calde del pianeta, fra Mumbai e Taiwan.

Ma potrebbero esserci anche ricadute in Europa: se Trump chiedesse all’Ue di fare fronte comune sui dazi contro la Cina un Paese-chiave come la Germania si troverebbe in grande difficoltà a causa dell’importante interscambio con Pechino.

A tutto ciò bisogna aggiungere che Xi dispone di “un’arma nucleare” nei confronti degli Usa perché detiene almeno 761 miliardi di dollari di titoli di Stato americani — secondo solo al Giappone che ne possiede circa 1 trilione — e se dunque decidesse di venderli in massa metterebbe in seria difficoltà la stabilità finanziaria di Washington.

La conclusione di Olson è che «Washington e Pechino sono a tal punto in grado di danneggiarsi a vicenda da essere destinate a trattare per raggiungere un grande accordo globale, non solo sul commercio».

È l’orizzonte di una Jalta del XXI secolo che però resta per ora sullo sfondo, lasciando spazio alla prospettiva di una guerra commerciale Usa-Cina senza esclusione di colpi, destinata a diventare nel breve termine assai più rovente prima di poter planare verso un negoziato. Con tutti i rischi globali che ciò comporta.

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