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Meloni sulla via stretta che la porta da Trump

Donald Trump 

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Il punto di Folli del 10 aprile 2025
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All’improvviso il colpo di scena. Prima le volgarità a proposito di quanti vanno a Washington a chiedere a lui, a Trump, di rivedere i criteri dei super dazi, poi la sospensione dell’intero pacchetto per novanta giorni. Detti e contraddetti che non semplificano il lavoro di Giorgia Meloni, attesa negli Stati Uniti tra una settimana. Tuttavia la situazione è abbastanza drammatica di per sé, non c’è bisogno di un supplemento di ironie. Comunque sia, la presidente del Consiglio sta per affrontare la missione più difficile da quando è nato l’esecutivo: sarebbe bene non esagerare con le aspettative e non perdere di vista la realtà. Non c’è una clausola di “nazione più favorita” da strappare alla benevolenza dell’amico americano.

Dazi, Trump: "Tutti i paesi mi chiamano e mi baciano il cu.."

Intanto per la semplice ragione che l’amico d’oltreoceano è tale storicamente, certo, …

All’improvviso il colpo di scena. Prima le volgarità a proposito di quanti vanno a Washington a chiedere a lui, a Trump, di rivedere i criteri dei super dazi, poi la sospensione dell’intero pacchetto per novanta giorni. Detti e contraddetti che non semplificano il lavoro di Giorgia Meloni, attesa negli Stati Uniti tra una settimana. Tuttavia la situazione è abbastanza drammatica di per sé, non c’è bisogno di un supplemento di ironie. Comunque sia, la presidente del Consiglio sta per affrontare la missione più difficile da quando è nato l’esecutivo: sarebbe bene non esagerare con le aspettative e non perdere di vista la realtà. Non c’è una clausola di “nazione più favorita” da strappare alla benevolenza dell’amico americano.

Dazi, Trump: "Tutti i paesi mi chiamano e mi baciano il cu.."

Intanto per la semplice ragione che l’amico d’oltreoceano è tale storicamente, certo, ma al momento s’incarna in un signore che persegue i suoi obiettivi con linguaggio inaccettabile e metodi discutibili, proiezione del suo disprezzo verso l’Europa. E poi perché la materia dei dazi, per i paesi dell’Unione, è regolata da un accordo che esclude trattative separate in grado di abbattere i dazi a favore di qualcuno e a danno degli altri.

Se a Bruxelles c’è chi teme che la premier italiana vada in America per frantumare il fronte europeo, inchinandosi al “re dei sovranisti”, probabilmente sbaglia. Seppure ce ne fosse l’intenzione, la convenienza politica lo impedirebbe. Un conto è sottolineare il legame tra Europa e Stati Uniti, per cui la comunità atlantica non sopporterebbe la frattura, tutt’altro conto è diventare lo strumento di una politica americana che l’Europa giudica sbagliata e pericolosa. Questo è lo stretto margine in cui si muove la premier italiana. Il rischio che il viaggio fallisca è alto, nonostante lo spiraglio di ieri sera. Se Trump ripetesse anche solo una parte delle espressioni usate in pubblico contro l’Europa, l’ospite italiana non avrebbe altra scelta se non replicare con asprezza. Di questo Giorgia Meloni è consapevole. Lei andrà alla Casa Bianca come capo del governo di Roma, ma anche come europea che si riconosce nell’Unione.

Ci sono, è chiaro, delle contraddizioni. In questo momento la Commissione si sta preparando a una serie contro-misure destinate forse a essere a loro volta sospese dopo il passo americano. In ogni caso la premier parte nel momento più incerto. Dovrà dimostrare le sue buone intenzioni ai vertici dell’Unione, a cui riferirà dei colloqui, e al tempo stesso guardarsi dalle critiche domestiche. Le opposizioni, Pd in testa, le chiedono in sostanza di rinunciare alla trasferta dopo le offese di Trump. È un punto politico più che legittimo, ma irrealistico al punto in cui siamo. In concreto il centrosinistra sembra considerare inevitabile una forma di sottomissione dell’Italia alla nuova America protezionista. Propone che il centrodestra rinunci a iniziative in grado di incrinare la solidarietà all’interno dell’Unione, rappresentata dalla Commissione von der Leyen. Al tempo stesso un pezzo della maggioranza, la Lega salviniana, spinge affinché l’Italia prenda le distanze da Bruxelles e adotti una posizione più comprensiva, diciamo così, verso la geopolitica di Trump.

Ecco dunque il quadro. Un sentiero stretto, molte grane in patria, poco da mettere sul tavolo, di fronte a un presidente che si considera il più grande negoziatore sul pianeta. Qualcuno pensa che l’Italia potrebbe dirsi disposta ad aumentare gli acquisti di gas americano. Ma è tutto da dimostrare che l’argomento sia sufficiente per ammorbidire l’intransigenza trumpiana. E tuttavia la missione ha senso nel momento in cui Europa e Stati Uniti rischiano di divaricare i loro destini. Entro limiti precisi, si coglie una sintonia perdurante tra Palazzo Chigi e il Quirinale. Mattarella e Giorgia Meloni: sensibilità diverse, storie politiche e personali molto differenti, ma oggi un obiettivo comune: far sì che la guerra dei dazi non distrugga i valori dell’Occidente.

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