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Trump, la forza e la fine della democrazia

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Di che cosa è il nome il presidente americano? Forse di qualcosa che si sta consumando sotto i nostri occhi. Della dilapidazione di un capitale che non va semplicemente in fumo come i titoli in Borsa, perché non basterà un annuncio per ricostituirlo
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Trump: di che cosa è il nome? Porre la questione in questi termini significa scartare subito da qualunque considerazione riguardi solo l’individuo che porta quel nome: l’immobiliarista, il personaggio televisivo, il miliardario. Non che siano aspetti del tutto secondari: ai suoi affari e alle sue fortune, ai suoi successi come ai suoi fallimenti, alle sue furbate private e alla sua spettacolare carriera pubblica non è affatto inutile gettare un’occhiata, per provare a capire qualcosa di quel che sta succedendo nel mondo da quando Trump è alla Casa Bianca.

Ma Trump è forse il nome anche di qualcos’altro che si viene vistosamente consumando sotto i nostri occhi. Della dilapidazione di un capitale che non va semplicemente in fumo come i titoli in Borsa, perché non basterà un annuncio per ricostituirlo.

Mettiamola come la metteva un vecchio filosofo del diritto italiano, Alessandro Passerin d’Entrèves, nelle sue più celebri lezioni. Lo Stato, diceva Passerin d’Entrèves, può essere…

Trump: di che cosa è il nome? Porre la questione in questi termini significa scartare subito da qualunque considerazione riguardi solo l’individuo che porta quel nome: l’immobiliarista, il personaggio televisivo, il miliardario. Non che siano aspetti del tutto secondari: ai suoi affari e alle sue fortune, ai suoi successi come ai suoi fallimenti, alle sue furbate private e alla sua spettacolare carriera pubblica non è affatto inutile gettare un’occhiata, per provare a capire qualcosa di quel che sta succedendo nel mondo da quando Trump è alla Casa Bianca.

Ma Trump è forse il nome anche di qualcos’altro che si viene vistosamente consumando sotto i nostri occhi. Della dilapidazione di un capitale che non va semplicemente in fumo come i titoli in Borsa, perché non basterà un annuncio per ricostituirlo.

Mettiamola come la metteva un vecchio filosofo del diritto italiano, Alessandro Passerin d’Entrèves, nelle sue più celebri lezioni. Lo Stato, diceva Passerin d’Entrèves, può essere inteso anzitutto come una forza e allora c’è poco da fare e pure da ragionare: conta solo la potenza effettiva, e il modo in cui essa si impone senza altra giustificazione che non sia appunto l’esercizio di quella forza.

Ma lo Stato può essere tenuto in considerazione anche come un potere, cioè come una forza qualificata dal diritto il cui dominio può giustificarsi solo nei limiti della legge, della validità giuridica. Infine lo Stato si può presentare con un altro volto ancora: non con quello della forza e nemmeno con quello del potere, ma con il volto dell’autorità morale, di un’autorevolezza che non si fonda sulla forza e nemmeno sulla legge ma che anzi fornisce a essa un supplemento di decenza, legittimità e dignità.

La prima è una grandezza puramente fisica, la seconda una grandezza politico-giuridica, l’ultima una grandezza morale. Della prima si ha semplicemente paura, alla seconda si porta doveroso rispetto, nella terza, alfine, ci si riconosce.

Come stiano i rapporti tra queste tre dimensioni e in che misura ci sia bisogno dell’una come dell’altra è naturalmente un gran problema: di sicuro il realista farà gravitare tutto intorno alla forza, l’unica cosa che — a suo dire — veramente sa e può imporsi; l’idealista tirerà tutto dalla parte dei costumi di un popolo o di una qualche dottrina morale naturale, prepolitica, che per lui ha sempre la precedenza, mentre il positivista proverà a barcamenarsi tra gli altri due, rivendicando l’autonomia del diritto tanto dalle pretese smaccate della forza quanto dalle esigenze imperative dell’etica.

Ora, il nome di Trump sta per il deperimento di qualunque discorso sullo Stato che mantenga in piedi simili distinzioni. E, nella misura in cui il contributo della teoria liberale alla democrazia è consistito nell’introduzione di distinzioni e separazioni all’interno di una concezione compatta, univoca e omogenea del potere, nello sperpero e nella dissipazione di questo contributo.

Che altro infatti significa misurare l’efficacia o l’inefficacia della politica dei dazi in base al numero di capi di Stato e di governo che avrebbero chiamato Washington per baciare il deretano del presidente? È solo l’ultimo esempio che la cronaca turbinosa delle dichiarazioni trumpiane offre. Dove non conta, naturalmente, se ciò sia vero o meno, chi abbia chiamato chi e per che cosa; conta il fatto che ci si possa giustificare (o vantare, la differenza sfuma nell’insignificanza) a questo modo, che cioè non vi sia un discorso diverso da una semplice rivendicazione della forza con cui si vuole imporre la propria volontà.

Questo non impedisce a Trump o ai suoi sostenitori di gonfiare il petto e insistere anche su un altro registro: quello “morale” dell’America che torna finalmente grande come una volta, e del ripristino dunque di un antico ordine di valori in cui tornare a riconoscersi (vedi pure alla voce J. D. Vance).

Ma di nuovo non c’è spazio per distinzioni o articolazioni di sorta, e non solo non ci sarà rispetto delle differenze e limite di legge, ma non ci sarà neppure una lezione da trarre dalla semplice forza dei fatti (e questo spiega come nello stesso crogiuolo a cui attinge il presidente peschino tutti i populismi e complottismi e antivaccinismi vari che in nome di chissà quali verità nascoste giungono a farsi beffe perfino delle evidenze più conclamate).

Di che cosa, insomma, è il nome Trump? Di un possibile collasso delle istituzioni democratiche dello Stato e della fine dei discorsi che ne dovrebbero considerare tutti i volti. Nessuno infatti è così ingenuo da pensare che la forza non conti, ma nessuno dovrebbe rassegnarsi a pensare che solo essa conti.

Nessuno è così cinico dal rinunciare a qualunque sostanza etica, ma tutti sanno che va assorbita a piccole dosi, se non si vuole finire dalle parti dello Stato autoritario. E nessuno può pensare di fare l’una cosa e l’altra senza compromettere lo spazio intermedio della legge che i moderni hanno inventato per garantire libertà e diritti individuali.

Una costruzione complessa e grandiosa che, già parecchio ammaccata, rischia di finire definitivamente in pezzi, magari mentre ancora si coltiva l’illusione che basti dire “tre galli!” per tornare al gioco di prima.

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