Se esiste un aldilà — inferno o paradiso, poco importa — la buonanima di Berlusconi si starà divertendo a guardare gli sconquassi combinati dal suo emulo yankee. “Mi avete rotto le scatole per una vita, per un modesto conflitto d’interessi: adesso godetevi quello di Trump, cento volte più grosso del mio…”. E non avrebbe tutti i torti, il Cavaliere: in confronto a lui, piccolo Al Capone brianzolo condannato per frode fiscale, il tycoon newyorchese è un gradino sotto Bernie Madoff. Sta truffando l’America, l’Europa, il mondo. Da affarista incallito e statista improvvisato, bugiardo seriale e capitalista amorale, lo sceriffo di Washington aggiunge alla lista dei misfatti anche un sospetto insider trading. Nelle 4 ore che separano il misterioso messaggio social “Adesso è un momento grandioso per comprare” e il clamoroso annuncio della sospensione dei dazi, l’egomaniaco della Casa Bianca ha guadagnato 250 milioni grazie al rialzo dei titoli del suo Trump Media & Technology Group. Fanno…
Se esiste un aldilà — inferno o paradiso, poco importa — la buonanima di Berlusconi si starà divertendo a guardare gli sconquassi combinati dal suo emulo yankee. “Mi avete rotto le scatole per una vita, per un modesto conflitto d’interessi: adesso godetevi quello di Trump, cento volte più grosso del mio…”. E non avrebbe tutti i torti, il Cavaliere: in confronto a lui, piccolo Al Capone brianzolo condannato per frode fiscale, il tycoon newyorchese è un gradino sotto Bernie Madoff. Sta truffando l’America, l’Europa, il mondo. Da affarista incallito e statista improvvisato, bugiardo seriale e capitalista amorale, lo sceriffo di Washington aggiunge alla lista dei misfatti anche un sospetto insider trading. Nelle 4 ore che separano il misterioso messaggio social “Adesso è un momento grandioso per comprare” e il clamoroso annuncio della sospensione dei dazi, l’egomaniaco della Casa Bianca ha guadagnato 250 milioni grazie al rialzo dei titoli del suo Trump Media & Technology Group. Fanno bene i senatori democratici a denunciare il possibile scandalo. Ma non si ingannino troppo, gli Shiff e le Ocasio-Cortez: al vertice della Sec — la Consob americana un tempo capace di spedire in galera speculatori di ogni tipo — The Donald ha appena nominato il suo amico Paul Atkins, che difficilmente calerà il pugno di ferro sul suo benefattore. Anche questo è conflitto d’interessi, bellezza, e non puoi farci niente.
Per paradosso, sarebbe quasi meglio credere sul serio che Trump abbia usato il suo potere politico per ingrassare il suo conto economico. Almeno ci sarebbe del metodo, in mezzo a tanta follia. E invece non c’è. Come un cappellaio matto, il commander in chief inventa grottesche giustificazioni sul suo isterico dietrofront, sproloquiando di leader terrorizzati “in fila per baciargli il culo” e di “gente che si era un po’ spaventata”. La realtà è che, nella sua spregiudicata volontà di potenza, non ha un piano se non quello di giocare a dadi con le vite degli altri. Non c’è politologo serio che non lo riconosca. Per Charles Kupchan “non ha una strategia e decide solo di pancia”. Per Barry Eichengreen “è sbagliato pensare che ci sia una qualsiasi logica dietro le sue mosse”. Per Pascal Lamy “le sue decisioni sono totalmente insensate”. Lo dimostra l’economia, ma anche la geo-politica. Stiamo vedendo tutti che fine fanno i suoi posticci tavoli di pace sul conflitto in Ucraina e su quello in Palestina: solo qualche corrivo sicofante di casa nostra lo sogna salvifico e sincero come “un Biden senza vaselina”.
Se fosse onesto, Trump dovrebbe sapere che il primato del biglietto verde come moneta di riserva non è compatibile con la svalutazione del dollaro, che pure renderebbe le sue merci più competitive. Dovrebbe dire che la masochistica “teoria dei dazi” l’ha mutuata da economisti da avanspettacolo raccattati sul Web, tipo Peter Navarro e Stephen Miran. Dovrebbe dire che gli è piaciuta solo perché calza bene con la “dottrina Maga”, che vuole l’America così grande da poter imporre il suo listino-prezzi all’intero universo. Dovrebbe ammettere che l’ha imposta urbi et orbi senza avere idea dei suoi effetti devastanti sui mercati finanziari e su quelli rionali. Dovrebbe riconoscere che a insinuargli il dubbio, tra il tonitruante Liberation Day del 2 aprile e l’imbarazzante Capitulation Day del 9 aprile, sono state le interviste angosciate dei suoi amici a Fox News e le pressioni del segretario al Tesoro Scott Bessent, le sfuriate della Fed di Jerome Powell e le telefonate del doge Musk che spiega le virtù del libero commercio postando un “tutorial” di Milton Friedman. E dovrebbe confessare che a farlo recedere dal suo furore protezionista sono state soprattutto le dichiarazioni allarmate dei turbo-capitalisti che lo hanno aiutato a riconquistare la scrivania dello Studio Ovale, e che per le sue bizze ci hanno rimesso trilioni di dollari: dai padroni della Rete (Jeff Bezos di Amazon e Tim Cook di Apple, Marck Zuckerberg di Meta e Sundar Pichai di Google) ai Signori della Borsa (Jamie Dimon di JpMorgan e Larry Fink di Blackrock, Stephen Schwarzman di Blackstone e Bill Ackman di Pershing Square). Sono loro, i cinici re del mondo al governo della nazione insieme all’avventuriero di Mar-a-Lago, che dopo averne assecondato tutti i deliri in campagna elettorale lo hanno fermato a un passo dal baratro. E dovremmo quasi essergliene grati, anche se il prezzo che paghiamo è la trasformazione della più grande democrazia del globo in una plutocrazia elettiva, autoritaria e reazionaria.
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In questo colossale falò delle vanità e delle verità, il titano scriteriato spara l’ultima menzogna: “Sono fiero di essere il presidente dei lavoratori, che difende Main Street e non Wall Street”. È l’ennesima impostura. Il costo delle pazzie trumpiane non lo pagheranno i miliardari della Silicon Valley e i banchieri della City, i trader del petrolio e i broker dei derivati, le mosche del capitale e i rentiers da paradiso fiscale. Lo pagheranno i paesi, i settori e i ceti più deboli. Se ne sono già resi conto persino molti forgotten men che hanno votato The Donald: l’idea di proteggere hillbillies e blu-collars con le barriere doganali è davvero una credenza da stregoni vodoo. Ad andare in fumo, nei 16 mila miliardi bruciati sui mercati, non sono stati solo gli investimenti di Wall Street, ma anche i risparmi di Main Street. L’emorragia più grave — sulla quale è caduta l’ultima resistenza trumpiana — è arrivata dalle vendite dei Treasury Bills a 10 e 30 anni, nei portafogli non solo dei fondi sovrani cinesi (che ne detengono 740 miliardi) ma anche dei 100 milioni di piccoli investitori americani (che ne hanno visto crollare il valore e aumentare il rendimento). Il grosso delle perdite lo hanno subito i fondi pensione che investono in azioni per garantire la previdenza integrativa del 70% dei lavoratori dipendenti. E nel medio periodo il danno maggiore lo patirà ogni singolo cittadino comune, che vedrà svanire in media 47 mila dollari di risparmi.
Come Alberto Sordi, ma col ciuffo arancione, il “presidente dei lavoratori” li sta turlupinando con il gesto dell’ombrello. Vale per gli Stati Uniti, per l’Europa e per l’Italia. C’è una “Trump-Tax” che sta già cominciando a colpirci. La prova non è tanto il 25esimo mese consecutivo di calo della produzione industriale, che a febbraio perde un altro 2,7%, ma soprattutto il Def appena consegnato alle Camere da Giorgetti. Certifica una crescita già tagliata allo 0,6%, ma passibile di ridursi allo 0,3 quest’anno e addirittura al meno 1,2 l’anno prossimo, il che farebbe precipitare il Belpaese in piena recessione. Sarebbe cosa buona e giusta se Meloni — in visita giovedì prossimo dal falso “amico amerikano” — gli sbattesse in faccia questo salato conticino, a carico dell’incolpevole contribuente italiano. Ma non ci illudiamo: meglio presentarsi in divisa da cheerleader e col solito cappelluccio in mano, a offrire più produzioni tricolori e più spese militari made in Usa.