Dazi, se lo Stato si separa dal mercato
di Ezio MauroInvestiti dalla bufera dei dazi, noi guardiamo le Borse in crisi, calcoliamo i miliardi bruciati, misuriamo il calo del Pil, e non vediamo il vero fenomeno generato dalla mossa sovrana di Donald Trump che sta cambiando la nostra vita, mentre manomette il progetto di futuro su cui facevamo affidamento.
È la separazione tra Stato e mercato, la rottura della coppia occidentale che si era assegnata il compito di dare un indirizzo alla crescita, una responsabilità allo sviluppo, una regola al progresso, inseguendo e convertendo il perimetro della libertà ritrovata che si allargava dopo la caduta del Muro.
Trent’anni fa, il 1° gennaio 1995, nasceva a Ginevra il Wto, l’Organizzazione mondiale del commercio, inizio simbolico della globalizzazione con regole condivise, mercato universale, limiti alla sovranità economica. È il mondo che si apre dopo la fine della guerra fredda e la logica dei blocchi, con barriere commerciali tra le due parti d’Europa, protezionismo, vincoli finanziari c…
Investiti dalla bufera dei dazi, noi guardiamo le Borse in crisi, calcoliamo i miliardi bruciati, misuriamo il calo del Pil, e non vediamo il vero fenomeno generato dalla mossa sovrana di Donald Trump che sta cambiando la nostra vita, mentre manomette il progetto di futuro su cui facevamo affidamento.
È la separazione tra Stato e mercato, la rottura della coppia occidentale che si era assegnata il compito di dare un indirizzo alla crescita, una responsabilità allo sviluppo, una regola al progresso, inseguendo e convertendo il perimetro della libertà ritrovata che si allargava dopo la caduta del Muro.
Trent’anni fa, il 1° gennaio 1995, nasceva a Ginevra il Wto, l’Organizzazione mondiale del commercio, inizio simbolico della globalizzazione con regole condivise, mercato universale, limiti alla sovranità economica. È il mondo che si apre dopo la fine della guerra fredda e la logica dei blocchi, con barriere commerciali tra le due parti d’Europa, protezionismo, vincoli finanziari che impedivano la libera circolazione dei capitali.
Nasce un sistema globale di scambi nel quale dal 2002 entra anche la Cina a completare il disegno di un mercato universale, libero e concorrenziale: che dai 76 Paesi fondatori arriva a comprendere 166 Stati o territori doganali autonomi, coinvolgendo il 98 per cento del commercio globale, e dando così un senso concreto al termine “mondializzazione”.
Trent’anni dopo tutta questa costruzione entra in crisi come l’ambizione che l’ha generata, e il mondo perde l’interconnessione che insieme con l’ubiquità e la velocità ha contrassegnato la post-modernità: in cui tutto è contemporaneo, a patto però di essere collegati nell’interdipendenza globale di sistema. È la condizione tecnica della nostra libertà spicciola, quotidiana, una sorta di diritto d’uso di cui ci accorgiamo solo quando salta la connessione con il mondo. Come oggi.
Il moderno muro è la dogana che ritorna con la vendetta del neo-protezionismo, il dazio che spodesta il diritto, la tariffa elevata a nuovo criterio regolatore delle relazioni tra i Paesi, mentre lo spazio per la politica si calcola ormai in percentuali.
E tutto questo, a conferma di un mondo capovolto, avviene in America, la terra che ha inventato il mercato, fino a canonizzarlo come l’ultima ideologia capace di sopravvivere, e ha trasformato la libertà economica in una libertà politica. Fin qui, fino a quando il presidente americano con un atto d’imperio venduto ai cittadini come un risarcimento dei torti subiti, ha alzato le barriere della guerra commerciale, colpendo alla radice proprio quella libertà.
Attaccando il libero commercio, la concorrenza, il disarmo tariffario, la fiducia nelle regole comuni, Trump deraglia dal codice liberale classico, cancella l’ammonimento di Ronald Reagan a non adottare dazi perché deprimono lo spirito di autonomia delle imprese nella ricerca, nell’innovazione, nella competizione, sconfessa non soltanto una politica e una dottrina, ma una cultura diffusa e consolidata nel Paese delle opportunità.
Ma il vero sacrilegio americano si compie quando il presidente divide Stato e mercato, i due soggetti a cui l’Occidente ha dato il compito di garantire e integrare la libertà economica e la libertà politica: anzi, lo Stato organizzato attraverso la regola della rappresentanza e il libero commercio degli scambi, hanno costituito insieme con il welfare, il capitalismo e il lavoro il nucleo del patto occidentale, la civiltà in cui abbiamo vissuto sulle due sponde dell’Atlantico.
Togliendo libertà al mercato, Trump lo soffoca, imprigionandolo nell’algoritmo tariffario che lo vincola e lo riduce a strumento gregario della sua campagna politica sovranista contro i nuovi Stati canaglia, i Paesi che secondo il presidente hanno scaricato il costo e il peso della loro crescita e persino della loro libertà interamente sulle spalle del popolo americano.
Salutato dai liberisti come energia autonoma e indipendente, teso per natura e per funzione all’universale, il mercato viene così rimpicciolito e deviato a uso e consumo della polemica politica nazionalista, che lo addita alla popolazione come il teatro degli abusi compiuti in questi decenni a danno degli americani dai cinesi, dagli europei, dai canadesi, in un assedio commerciale di cui i cittadini non avevano nozione.
Il mercato dunque diventa nemico nel Paese che lo ha innalzato a bandiera, si trasforma in simbolo e testimonianza dell’arroccamento sovranista che non ammette dinamiche autonome e riconosce soltanto una libertà vigilata.
Le conseguenze possibili sono tutte pericolose. Il mercato, catturato dal campo di forza del sovrano, perde la sua autosufficienza nella libertà di svilupparsi secondo i suoi fini e diventa gregario del potere, dei suoi usi e degli abusi, entrando in un territorio ambiguo: dove il capitale e l’impresa sono chiamati a schierarsi in una logica di fedeltà, di favori e di subordinazione che premia lo scambio invece dell’efficienza, l’appartenenza al posto dello sviluppo, e li rende subalterni a un disegno politico, fuori dalla logica economica con le sue regole.
Da quelle regole è svincolato anche il governo, che non è più obbligato a seguire l’aritmetica ma può deformarla a piacere: e infine è sciolto pure il mercato, che mancando il principio regolatore statuale può abusare di se stesso. È la stagione dell’arbitrio, che stiamo sperimentando, dove il potere è già autoritario proprio perché è discrezionale, e non deve più tener conto di nessuna regola, salvo quelle che improvvisa.
Questo succede quando si politicizza il mercato, sovranizzandolo. Perché è vero che quando il mercato comanda e si impone al legittimo potere dello Stato noi non siamo più cittadini, ma clienti: ma è vero anche che quando lo Stato esonda e colonizza il mercato, siamo già sudditi.