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Meloni tra dazi, Ucraina e Trump spiazzato da Putin

Roma, 14 aprile: la premier Giorgia Meloni a palazzo Chigi 

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La premier si sforza di ricucire i brandelli di una tela antica, oggi lacerata. Che ci riesca è tutto da vedere
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C’è un punto che spiega la logica e anche l’urgenza del viaggio a Washington della premier Giorgia Meloni. Evitare o almeno ridurre il rischio che la relazione storica tra Europa e Stati Uniti sia spezzata dalla crisi attuale. Si dirà che non dipende certo dall’Italia, o meglio dalla sola Italia, che ciò avvenga oppure no. Tuttavia le circostanze offrono questa occasione e si tenta di coglierla.

Il primo ministro spagnolo Sánchez ha scelto di andare in Cina, quasi a dimostrare che gli Stati Uniti ormai sono nemici, o quanto meno avversari in questa fase, e che gli europei devono guardare altrove. L’Italia meloniana si sforza invece di ricucire i brandelli di una tela antica, oggi lacerata. Che ci riesca è tutto da vedere, tuttavia un fallimento del viaggio non sarebbe nell’interesse di nessuno tra i protagonisti del dibattito pubblico sia in Italia sia in Europa. E nemmeno in Usa, al di là della nuova ideologia isolazionista che tutto semplifica e riduce a frasi fatte.

Nella so…

C’è un punto che spiega la logica e anche l’urgenza del viaggio a Washington della premier Giorgia Meloni. Evitare o almeno ridurre il rischio che la relazione storica tra Europa e Stati Uniti sia spezzata dalla crisi attuale. Si dirà che non dipende certo dall’Italia, o meglio dalla sola Italia, che ciò avvenga oppure no. Tuttavia le circostanze offrono questa occasione e si tenta di coglierla.

Il primo ministro spagnolo Sánchez ha scelto di andare in Cina, quasi a dimostrare che gli Stati Uniti ormai sono nemici, o quanto meno avversari in questa fase, e che gli europei devono guardare altrove. L’Italia meloniana si sforza invece di ricucire i brandelli di una tela antica, oggi lacerata. Che ci riesca è tutto da vedere, tuttavia un fallimento del viaggio non sarebbe nell’interesse di nessuno tra i protagonisti del dibattito pubblico sia in Italia sia in Europa. E nemmeno in Usa, al di là della nuova ideologia isolazionista che tutto semplifica e riduce a frasi fatte.

Nella sostanza sarà un viaggio di esplorazione politica rispetto a cui sono fuori luogo sia l’enfasi un po’ infantile dei sostenitori acritici della presidente del Consiglio sia il pessimismo a priori dei suoi detrattori. Che esista un nesso tra il tema dei dazi e la guerra in Ucraina, è ormai persino ovvio.

Giorgia Meloni non può avere l’ambizione di sciogliere il primo problema e di facilitare il secondo. Può tuttavia fare — se ne sarà capace — un discorso realistico, utile a rafforzare l’immagine e gli interessi italiani in America e al tempo stesso leale verso gli obblighi europei.

Del resto, lo stesso Trump ha riconosciuto che sulle tariffe le trattative devono riguardare l’Unione nel suo complesso, intesa cioè quasi come una singola nazione. Ma c’è un altro aspetto centrale e tocca le spese per il riarmo, collegate in un modo o nell’altro agli sviluppi della guerra in Ucraina.

La premier dovrà capire se alla Casa Bianca siede oggi un Trump disilluso da Putin e disposto a ricredersi circa la volontà di pace che l’altro Trump, quello della campagna elettorale, convinto di mettere d’accordo russi e ucraini in 24 ore, aveva preso per buona. Grave errore e imperdonabile sottovalutazione dell’astuzia di Mosca al tavolo del negoziato.

Che il presidente americano stia cambiando posizione, rientrando nell’alveo di una linea atlantica più tradizionale, è tutto da scoprire. Senza dubbio la tragedia del bombardamento delle Palme ha inferto un colpo molto duro al facile ottimismo filo-russo di Trump e dei suoi consiglieri. Tuttavia siamo ancora nella fase in cui alla Casa Bianca non si ammette di aver sbagliato la scommessa e di nuovo si accettano come oro colato le giustificazioni russe circa «l’errore» commesso a Sumy.

Meloni troverà dunque un interlocutore ancora affezionato alle proprie tesi, anche per una mera questione di orgoglio; eppure meno chiuso nelle proprie convinzioni, più propenso forse a esaminare un “piano B” per uscire dal vicolo cieco in cui non solo l’Ucraina si trova, ma pure le nazioni europee della Nato. Un cedimento con il sapore della resa a Mosca non sarebbe un successo della visione tripolare (contano solo le tre superpotenze), ma una sconfitta americana.

Ecco allora il punto delle spese militari della Nato che l’Italia è pronta ad alzare al 2 per cento del Pil. Troppo poco per le richieste americane (fino al 5 per cento), ma in realtà molto se si pensa che Meloni collega questo dato alla conferma dell’asse Europa-Stati Uniti, destinato a essere irrinunciabile almeno per qualche anno a venire, almeno fin quando non saranno colmati i macroscopici ritardi nella difesa europea.

Come sappiamo, la maggioranza è divisa al suo interno circa le relazioni internazionali. Ma Salvini tacerà durante il viaggio a Washington della premier e, se avrà qualcosa da dire, lo dirà tra venerdì e sabato al vicepresidente JD Vance in visita a Roma.

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