Dall’Ucraina a Gaza, la scomparsa delle vittime
di Luigi ManconiLa Bloody Sunday (domenica di sangue), di cui cantavano un tempo gli U2, è un evento tutt’altro che raro: accade cioè, con una certa frequenza, che le festività religiose, quelle della Chiesa cattolica e quelle di altre confessioni, siano celebrate dal ricorso blasfemo alle stragi contro esseri umani. La domenica delle Palme dell’anno corrente ha visto i massacri nella città di Sumy e nell’ospedale battista di Gaza City, mentre un eccidio di proporzioni ancora più vaste continua a consumarsi nelle più lontane terre del Sudan.
E così i corpi dilaniati dalle bombe hanno fatto irruzione nuovamente nel nostro scenario quotidiano; e abbiamo appreso che uno dei bambini ucraini uccisi si chiamava Maksym e che il suo coetaneo palestinese, ricoverato per trauma cranico, è morto a causa dell’evacuazione forzata dell’ospedale.
Tornano i corpi e si impongono le vittime, che il sistema dei media aveva consentito di celare e di collocare in secondo piano, sfumandone i contorni e offuscandone…
La Bloody Sunday (domenica di sangue), di cui cantavano un tempo gli U2, è un evento tutt’altro che raro: accade cioè, con una certa frequenza, che le festività religiose, quelle della Chiesa cattolica e quelle di altre confessioni, siano celebrate dal ricorso blasfemo alle stragi contro esseri umani. La domenica delle Palme dell’anno corrente ha visto i massacri nella città di Sumy e nell’ospedale battista di Gaza City, mentre un eccidio di proporzioni ancora più vaste continua a consumarsi nelle più lontane terre del Sudan.
E così i corpi dilaniati dalle bombe hanno fatto irruzione nuovamente nel nostro scenario quotidiano; e abbiamo appreso che uno dei bambini ucraini uccisi si chiamava Maksym e che il suo coetaneo palestinese, ricoverato per trauma cranico, è morto a causa dell’evacuazione forzata dell’ospedale.
Tornano i corpi e si impongono le vittime, che il sistema dei media aveva consentito di celare e di collocare in secondo piano, sfumandone i contorni e offuscandone il dolore, ridotto anch’esso a routine e a paesaggio sgranato e malfermo.
Non credo si debba attribuire, sempre più stancamente, la responsabilità di ciò all’indifferenza, diventata ormai una categoria astratta, dove le responsabilità si fanno sempre più evanescenti. Penso piuttosto che questa vera e propria scomparsa delle vittime sia la conseguenza di un processo politico che chiama in causa il sistema delle relazioni internazionali e, in particolare, i rapporti diseguali tra gli Stati: e, ancora, il ruolo preponderante delle grandi potenze.
Lo possiamo notare più nitidamente perché la recente fase di congedo dalle vittime coincide con i primi mesi della presidenza di Donald Trump. Il suo irruento ritorno sulla scena mondiale ha portato alla prevalenza — meglio: al dominio totale — della politica e della diplomazia, intese come mero esercizio della forza, a tutto scapito delle ragioni e dei diritti delle vittime. Sopraffatte, queste ultime, dalla logica dei rapporti tra le grandi potenze e dei conseguenti schieramenti sul piano planetario.
Può accadere così che, nel caso della crisi ucraina, i giocatori in campo siano esclusivamente due: gli Usa e la Federazione russa. Ai margini l’Europa e, sullo sfondo, la Cina. L’intera partita politico-diplomatica costringe in un ruolo gregario la vittima. E non diversamente accade nello scacchiere mediorientale: i civili palestinesi, ma anche gli ostaggi israeliani, sono mortificati a bersaglio o a merce di scambio e oggetto di negoziato.
Da qui discende un’altra conseguenza: torna, come un incubo, la macabra contabilità dei morti e l’indecente disparità del loro trattamento. Già lo si è visto nello spazio diseguale riservato alla strage di Sumy e a quella di Gaza City. E ancor più nella differente dislocazione che ha prodotto in Italia tra le forze politiche, incapaci, pressoché tutte, di attribuire a ogni vita spezzata dalla guerra la medesima centralità.
A chi ha criticato il silenzio di Giuseppe Conte sulla strage compiuta dai russi, Vittoria Baldino, vicepresidente dei deputati del Movimento 5 Stelle, ha così replicato: «Non si può piangere un bambino sotto le bombe a Sumy e restare in silenzio davanti ai bambini sepolti sotto le macerie a Gaza». Qui l’autoinganno è sottilissimo, ma inequivocabile. Certamente in perfetta buonafede, le parole della parlamentare finiscono con il contrapporre vittima a vittima e con il legittimare proprio quella disparità di valore tra le due categorie di vittime.
Già su queste pagine si è più volte ricordata la riflessione del teologo Johann Baptist Metz ripresa in Italia da Gaetano Lettieri. Metz parla di “autorità” delle vittime: ovvero della necessità di porre al centro di ogni analisi, ma anche e soprattutto di ogni agire politico, la sofferenza umana nella sua attualità e nella sua immanenza. Da qui si deve far discendere ogni strategia.
È il dolore umano e il suo manifestarsi nel presente e sotto i nostri occhi che devono orientare ogni scelta morale e ogni opzione politica. Persino a prescindere dalla genealogia delle cause che hanno determinato quel dolore. Quanto è accaduto nel 2014 a Odessa — 42 persone bruciate vive — va conosciuto, eccome, ma non spiega e non giustifica in alcun modo quanto è accaduto a Bucha nel marzo del 2022.
Nessun assassinio bilancia un assassinio né lo risarcisce. Per comprenderlo è necessario rinunciare a ciò che costituisce la nostra più convinta coerenza metodologica: e che imporrebbe sempre di “andare alle cause”, tanto meglio se le più lontane. Le cause del passato vanno considerate affinché non si riproducano all’infinito, ma ciò che più conta è di stare, corpo e anima, nella sofferenza del presente.
Solo questo ci aiuterà a collocare sullo stesso piano le persone uccise e mutilate durante il pogrom del 7 ottobre, le donne e i bambini martoriati dalle cluster bomb russe e quelli uccisi nei campi profughi di Gaza.
Dopo di che dobbiamo valutare ogni possibile negoziato e tutte le forme di trattativa e qualsiasi ipotesi di tregua. Ma se come criterio e requisito non si imporranno l’autorità delle vittime, il loro punto di vista, le loro ragioni e i loro diritti, nessuna pace giusta sarà possibile.