Meloni-Trump, il patto sovranista di Washington
di Massimo GianniniSe non suonasse poco “patriottico”, in un’epoca buia che riaffida ai confini la salvezza dei popoli, verrebbe in mente Talleyrand: “Pas trop de zèle”. C’è davvero “troppo zelo”, nella celebrazione estatica che la corte dei miracoli meloniani dedica all’incontro tra la Sorella d’Italia e l’Amico Amerikano.
A sentire i cruciferi e turiferari in processione intorno a palazzo Chigi, è come se nello studio ovale Giorgia e Donald avessero rimesso magicamente in ordine le tessere di un mosaico planetario ormai saltato in aria. Certo, qualche eccesso uguale e contrario c’è anche nel campo avverso, dove già non mancano denigratori e disfattisti pronti a scommettere sul tanto peggio tanto meglio.
Gli opposti estremismi, e i soliti provincialismi, deformano la realtà. I gazzettieri di regime lo fanno al rialzo, salutando anche stavolta la Sorella d’Italia come levatrice della storia. I masanielli di opposizione lo fanno al ribasso, denunciando l’ennesima Caporetto. La verità è nel mezzo. E ci …
Se non suonasse poco “patriottico”, in un’epoca buia che riaffida ai confini la salvezza dei popoli, verrebbe in mente Talleyrand: “Pas trop de zèle”. C’è davvero “troppo zelo”, nella celebrazione estatica che la corte dei miracoli meloniani dedica all’incontro tra la Sorella d’Italia e l’Amico Amerikano.
A sentire i cruciferi e turiferari in processione intorno a palazzo Chigi, è come se nello studio ovale Giorgia e Donald avessero rimesso magicamente in ordine le tessere di un mosaico planetario ormai saltato in aria. Certo, qualche eccesso uguale e contrario c’è anche nel campo avverso, dove già non mancano denigratori e disfattisti pronti a scommettere sul tanto peggio tanto meglio.
Gli opposti estremismi, e i soliti provincialismi, deformano la realtà. I gazzettieri di regime lo fanno al rialzo, salutando anche stavolta la Sorella d’Italia come levatrice della storia. I masanielli di opposizione lo fanno al ribasso, denunciando l’ennesima Caporetto. La verità è nel mezzo. E ci vede rinfrancati dallo scampato pericolo, ma compiaciuti della nostra pluriennale e sostanziale irrilevanza.
“Giorgia Meloni ha vinto!”, cinguettano sui social i Fratelli d’Italia, postando un’antologia delle prime pagine più agiografiche sui giornali di ieri (venerdì 18 aprile). Ma ha vinto “cosa”, di preciso? Depurato della melassa e dalla bolsa retorica patriottarda, il bilaterale alla Casa Bianca vale solo per il fatto in sé: c’è stato un vertice a Washington, finalmente, e presto ce ne sarà un altro a Roma, probabilmente. Questo è tutto.
La leader incassa un bel dividendo d’immagine, ed è già abbastanza: non aveva senso aspettarsi di più dal confronto tra un uomo solo al comando che sta facendo a pezzi il già disastrato ordine mondiale e una donna sull’orlo di una crisi di nervi che deve barcamenarsi tra Usa e Ue.
Ovvio, se stiamo ai sorrisi e ai salamelecchi di rito tutto sa di bella festa. «Giorgia è una grande persona», «una leader eccezionale», «sarò alleato dell’Italia solo se c’è lei al governo», e via così, con quelli che persino il New York Times definisce “elogi iperbolici”.
Ma perché stupirsi? Perché mai Trump avrebbe dovuto riservare a Meloni il terribile “trattamento Zelensky”, cioè la raffica di insulti con la quale un mese e mezzo fa aveva umiliato il presidente ucraino? Proprio lei, “sciamana” della prima ora che la sera dell’assalto a Capitol Hill del gennaio 2021 aveva supportato il golpista di Mar-a-Lago? La premier non aveva nulla da temere: bastava scansare i dossier più controversi e assecondare le menzogne dello sceriffo di Washington.
È esattamente quello che ha fatto: e nessuno si è fatto male. Così, nel Belpaese in festa, può brindare con i suoi cortigiani al «successo della missione». Successo mediatico, senz’altro. Ma sul piano politico — pescando nel vasto mare di parole che hanno allagato lo studio ovale — la rete resta vuota.
È vuota sui dazi: dopo aver snobbato i devastanti effetti economici del conflitto commerciale, la premier ammette di non avere un mandato per trattare, rinviando la questione all’eventuale summit con Von der Leyen. È vuota sui rapporti Usa-Ue: la premier asseconda l’ennesima balla trumpiana, quando un cronista chiede conto al presidente della sua battuta sugli «europei parassiti», e lei addirittura mente al suo posto, sostenendo «lui non l’ha mai detto».
È vuota sulla tregua in Ucraina: mentre il palazzinaro newyorchese vomita altri sproloqui su Zelensky, la premier bofonchia un surreale «noi pensiamo che Putin fosse l’invasore», dove quel congiuntivo imperfetto tradisce quasi l’idea che adesso, nell’epifania trumpiana che fa e disfa alleanze, non ne siamo più tanto convinti. Così, tra bugie innocenti e silenzi colpevoli (compresi quelli sulle “elezioni rubate” da Biden e le “trame politiche” di Powell), l’alato convivio atterra sugli unici, pochi punti di convergenza concreta che l’egomaniaco si aspettava da noi.
Spingeremo più campioni nazionali a investire in territorio yankee, come farà la Pirelli. Compreremo più gas liquido dagli Usa, dopo averne già acquistato per 45 miliardi al triplo del prezzo di quello russo. E aumenteremo la spesa militare al 2% del Pil, anche se negli stessi minuti in cui la Sorella d’Italia lo annunciava a Washington, il ministro Giorgetti sbertucciava a Roma il collega Crosetto, avvertendolo che per caccia e cannoni non c’è un euro in cassa.
Questo portiamo a casa. Kennedianamente, non chiediamo a Trump cosa lui può fare per noi, ma gli annunciamo quel che noi possiamo fare per lui. In fondo anche questo è normale, come scrive ancora il New York Times. The Donald non considera l’Europa «una priorità», la Ue è costruita sulla cooperazione e «agli Usa la cooperazione non interessa più».
Meloni ha avuto «la grande chance di parlare con il presidente», ma non ha peso «come interlocutore europeo». In termini di pura realpolitik, ne ha avuto molto di più il tavolo dell’Eliseo, dove si sono seduti da una parte gli inviati americani Rubio e Witkoff e i ministri ucraini Sybiha e Umerov, dall’altra i negoziatori del nuovo formato a tre Francia-Germania-Regno Unito. Con tanti saluti al “ponte” meloniano, ancora sospeso nel vuoto tra le due sponde dell’Atlantico.
Alla fine, quel che resta di questo viaggio in America è soprattutto il nuovo “patto ideologico” che Meloni e Trump riassumono con la formula “Make West Great Again”. Ma di quale Occidente parlano? Quello che abbiamo conosciuto dal ’45 in poi — fondato sulla pace euro-americana e sul multilateralismo — non esiste più. Oggi l’ovest è terra incognita, senza più i principi che l’hanno reso un modello di civiltà.
L’Underdog promuove «valori fondamentali» che uniscono America e Italia la battaglia contro la dottrina woke delle sinistre e la lotta all’immigrazione. E il tycoon è ben felice che lei diventi “un modello di visione conservatrice e nazionalista per il resto d’Europa” (ancora il New York Times).
In questo sì, il “ponte” c’è davvero, e connette tutte le forze sovraniste del vecchio continente. Condividono una certa idea del potere. Le democrazie liberali da trasformare in autocrazie elettive. Le Costituzioni formali e materiali da riscrivere. Gli organi di garanzia da sottomettere, corti di giustizia o banche centrali. La libera informazione e i centri del sapere da silenziare. Le forme di dissenso da reprimere. I diritti da limitare. Le minoranze da colpire.
Al fondo, non c’è molta differenza tra la legge che esclude i figli delle unioni civili dai risarcimenti del ponte Morandi e la riforma di Orbán che abolisce le tutele costituzionali per la comunità Lgbtq. Tra un blitz sul decreto-sicurezza e l’arresto di studenti universitari critici con Israele. Tra le foto di clandestini imbarcati in catene sui cargo a El Paso e quelle dei migranti sbarcati in manette al cpr di Gjader.
Tutto rientra nella stessa barbarie etico-politica praticata dal nuovo impero, di cui noi siamo fieramente provincia, guidata da vassalli felici o utili idioti. Ieri «Giuseppi». Oggi «Georgia».