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Trump, il potere che sale in cattedra

Washington, 19 aprile: una protesta contro Donald Trump davanti alla Casa Bianca (afp)

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La guerra dichiarata dalla Casa Bianca a Harvard riguarda tutta la cultura americana, a cui viene nei fatti ordinato di uniformarsi e sottomettersi, come se il voto dei cittadini oltre al presidente avesse insediato l’ideologia neo-autoritaria nella Costituzione materiale del Paese
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Improvvisamente, l’ortodossia. La guerra culturale scatenata da Trump contro Harvard non è un conflitto di potere tra l’amministrazione e l’università più antica d’America, ma il tentativo di imporre un sapere di Stato selezionando le idee e gerarchizzandole, fissando limiti e binari alla conoscenza, imponendo conformità al pensiero dominante e instaurando i canoni governativi di una nuova legittimità culturale.

Solo il governo sa cos’è giusto conoscere, com’è pericoloso sapere, quand’è vietato insegnare, e questo recinto delle idee cala ora sul Paese e sulle sue istituzioni scolastiche e culturali espellendo il dubbio e la contaminazione intellettuale, per inaugurare il dominio dell’ultima ossessione del potere: il pensiero gregario, addomesticato, amputato e conforme.

Questa operazione è la cornice che tiene insieme tutte le azioni di sfondamento delle regole cui abbiamo assistito in questi mesi, per arrivare al progetto più ambizioso, con un obiettivo titanico: prendere imme…

Improvvisamente, l’ortodossia. La guerra culturale scatenata da Trump contro Harvard non è un conflitto di potere tra l’amministrazione e l’università più antica d’America, ma il tentativo di imporre un sapere di Stato selezionando le idee e gerarchizzandole, fissando limiti e binari alla conoscenza, imponendo conformità al pensiero dominante e instaurando i canoni governativi di una nuova legittimità culturale.

Solo il governo sa cos’è giusto conoscere, com’è pericoloso sapere, quand’è vietato insegnare, e questo recinto delle idee cala ora sul Paese e sulle sue istituzioni scolastiche e culturali espellendo il dubbio e la contaminazione intellettuale, per inaugurare il dominio dell’ultima ossessione del potere: il pensiero gregario, addomesticato, amputato e conforme.

Questa operazione è la cornice che tiene insieme tutte le azioni di sfondamento delle regole cui abbiamo assistito in questi mesi, per arrivare al progetto più ambizioso, con un obiettivo titanico: prendere immediatamente il controllo dell’agenda culturale del Paese, per correggere il senso comune americano irreggimentandolo secondo i criteri estremistici della nuova destra, plasmare un nuovo modello di sapere ufficiale limitando la libertà intellettuale del cittadino, creare un pensiero ortodosso e inocularlo nelle scuole e nelle università: attaccate come la centrale di diffusione delle idee progressiste, del pensiero critico, delle iniziative che privilegiano diversità, equità e inclusione.

Ma in realtà la guerra dichiarata dalla Casa Bianca a Harvard riguarda tutta la cultura americana, a cui viene nei fatti ordinato di uniformarsi e sottomettersi, come se il voto dei cittadini oltre a portare Trump al potere avesse anche insediato l’ideologia neo-autoritaria nella Costituzione materiale del Paese.

Cambridge (Massachusetts), 12 aprile: un corte a difesa dell'università di Harvard (reuters)

Come sempre, Trump usa la leva del denaro. Tre agenzie governative hanno inviato per lettera a Harvard le condizioni che l’università deve soddisfare per poter continuare ad avere accesso al cespite dei finanziamenti federali, che ammontano a circa 9 miliardi di dollari: le ammissioni e le assunzioni d’ora in poi dovranno basarsi esclusivamente sul merito evitando ogni preferenza fondata su colore, religione, sesso o origine nazionale; si dovranno vietare le iscrizioni di studenti ostili ai valori e alle istituzioni americane, e di coloro che supportano il terrorismo o l’antisemitismo; l’università dovrà cancellare tutti i programmi legati a Diversità, Equità e Inclusione (Dei), che l’amministrazione considera discriminatori nei confronti di studenti e docenti bianchi o conservatori; Harvard dovrà reprimere le proteste studentesche impegnandosi nella revisione dell’ideologia dei suoi dipartimenti accademici, per prevenire l’adozione di un pensiero unico progressista, e infine avrà l’obbligo di avviare un’indagine interna per accertare se esistono casi di plagio tra i docenti.

È l’esibizione di un pregiudizio che diventa atto di governo, con il potere che trasforma un preconcetto in imposizione, proponendo uno scambio-ricatto tra denaro e libertà: per Trump tutto si può mercanteggiare, anche i finanziamenti per la ricerca al prezzo della revisione ideologica.

Ma a differenza di altre università, come la Columbia, Harvard ha rifiutato lo scambio, negando la legittimità del diktat del governo, che trasformerebbe la fisionomia stessa dell’istituzione. «Indipendentemente dal partito al potere — ha risposto infatti Alan Garber, presidente ad interim di Harvard — nessun governo dovrebbe dettare cosa possono insegnare le università private, chi possono ammettere ai loro corsi e quali aree di studio possono perseguire».

È a questo punto che il caso esce dal perimetro accademico e investe l’intero Paese, perché chiama in causa il principio di libertà. Non siamo infatti di fronte soltanto a una forma di pressione amministrativa attraverso i finanziamenti pubblici per ottenere un allineamento culturale, ma a una riduzione del sapere a materia da disciplinare strumentalmente secondo le epoche e il potere dominante.

Il governo interviene direttamente sulla natura della conoscenza, gettando il discredito sul contenuto attuale dell’insegnamento e sulle strutture che lo praticano. Si dice all’America che il sapere accademico è alterato, anzi velenoso. E le misure amministrative delineano un nuovo sapere di Stato pronto a sostituirlo.

L’ ingerenza politica, naturalmente, avviene in nome della sicurezza nazionale, da garantire con la fedeltà ideologica. Ma dopo che negli anni del maccartismo il governo aveva ordinato alle università di preparare le “liste nere” dei docenti comunisti da espellere, la Corte Suprema intervenne per chiarire nel 1967 che «la lealtà alla democrazia non può mai essere imposta a costo della libertà».

La questione assume così rilevanza costituzionale, e chiama in causa direttamente il Primo emendamento, che garantisce la libertà di parola, di pensiero e di associazione: perché la libertà accademica è considerata dal diritto americano un’estensione naturale della libertà di espressione.

“La libertà accademica è una speciale preoccupazione del Primo emendamento, che non tollera leggi che gettano un’ombra di ortodossia sulle aule”, ha detto già mezzo secolo fa la Corte Suprema. Per poi aggiungere: “È il libero scambio di idee in quelle aule che rende le università libere e le democrazie vive”. Simmetricamente, l’intromissione governativa nelle strutture d’insegnamento che godono di tutela costituzionale diventa un atto arbitrario di censura indiretta.

Harvard resiste. Ma non è stata scelta a caso. Il vanto dell’università che nelle sue 79 biblioteche ha formato sette presidenti degli Stati Uniti e 150 vincitori del premio Nobel, è rovesciato nello spirito dei tempi nell’immagine della fucina dell’élite, il tempio della classe dirigente, la riserva culturale dell’establishment.

La furia trumpiana di rottura del sistema tornerà a colpire qui e altrove, perché cerca uno sfondamento culturale, con qualsiasi bersaglio: coltivando quella che Massimo Recalcati chiama la nuova “passione per l’ignoranza”, celebrata dal populismo di destra e di sinistra come forma suprema d’innocenza, perché priva delle scorie del sapere come strumento di autotutela e autogaranzia della classe dominante. Una furia che sta già investendo a pezzi, sotto i nostri occhi distratti, la vera barriera finale: la Costituzione.

Siamo all’atto finale: l’invito a sospettare di ciò che possiamo scoprire, a diffidare di quel che dobbiamo imparare, a rifiutare ogni insegnamento e qualsiasi apprendimento. Purché si rompa lo scrigno del sapere, e si possa interrompere la trasmissione della conoscenza: cioè il divenire di una civiltà nel passaggio delle generazioni.

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