Stamane, quando Sergio Mattarella celebrerà la festa della Liberazione a Genova, città medaglia d’oro della Resistenza, non sarà difficile afferrare il messaggio. L’ottantesimo 25 aprile della storia italiana è soprattutto una festa patriottica. Non banalmente la festa di tutti, perché non può esistere ancora una memoria “condivisa” e forse non esisterà mai. Il 25 aprile, al di là della retorica, resta una data che divide, benché oggi meno di venti o trent’anni fa. Che sia o no un bene, ognuno ha gli strumenti intellettuali per deciderlo. In ogni caso ne deriva che l’appello alla “sobrietà” è francamente inaccettabile. Non decide il governo quale deve essere il tono di una festa nazionale. Tanto meno se l’argomento usato per giustificare l’invito è il lutto per la morte del papa.
Uno Stato laico, è ovvio, non può farsi influenzare da una circostanza dolorosa, sì, ma che riguarda soprattutto il rapporto di ciascun cittadino con la religione. Prova ne sia che in passato non si sono ma…
Stamane, quando Sergio Mattarella celebrerà la festa della Liberazione a Genova, città medaglia d’oro della Resistenza, non sarà difficile afferrare il messaggio. L’ottantesimo 25 aprile della storia italiana è soprattutto una festa patriottica. Non banalmente la festa di tutti, perché non può esistere ancora una memoria “condivisa” e forse non esisterà mai. Il 25 aprile, al di là della retorica, resta una data che divide, benché oggi meno di venti o trent’anni fa. Che sia o no un bene, ognuno ha gli strumenti intellettuali per deciderlo. In ogni caso ne deriva che l’appello alla “sobrietà” è francamente inaccettabile. Non decide il governo quale deve essere il tono di una festa nazionale. Tanto meno se l’argomento usato per giustificare l’invito è il lutto per la morte del papa.
Uno Stato laico, è ovvio, non può farsi influenzare da una circostanza dolorosa, sì, ma che riguarda soprattutto il rapporto di ciascun cittadino con la religione. Prova ne sia che in passato non si sono mai proclamati cinque giorni di lutto pubblico, un record a memoria d’uomo (e si parla di un’Italia meno secolarizzata di quella di oggi). Ora invece si fa intendere che l’ossequio al pontefice deceduto prende il sopravvento su tutto, anche sulla più importante ricorrenza civile. Un esponente leghista ha detto con apprezzabile franchezza ciò su cui molti altri tergiversano: la “sobrietà” richiesta serve a disinnescare il 25 aprile. Curioso che tale posizione venga dal partito di Salvini: proprio lui, il leader, si era fatto fotografare tempo fa, Bergoglio regnante, con una maglietta la cui scritta diceva: “il mio papa è Benedetto” (inteso come XVI).
Per tornare alla cerimonia di Genova, il patriottismo incarnato nel presidente della Repubblica allude al “patriottismo costituzionale”, una formula cara, in particolare, a Carlo Azeglio Ciampi. Era ed è anche un modo per superare le fratture della politica e riportare l’idea di patria alla lealtà verso la Costituzione. È vero che la destra post-fascista fu estranea al patto da cui nacque la Carta del ‘48, ma quel documento è oggi ciò che unisce forze le cui origini sono molto diverse, se non opposte; quanto meno per l’ottima ragione che chi governa giura come primo atto su quei fogli fondamentali. Vedremo come andrà la giornata di oggi. Le lacerazioni del 25 aprile non riguardano tanto i fischi al governo, che vanno messi nel conto, quanto le varie manifestazioni d’intolleranza che negli anni scorsi infransero la migliore eredità di quel passaggio storico: la capacità di rappresentare nella lotta contro il nazi-fascismo un compromesso alto fra le culture politiche comunista, azionista, socialista, cattolica, liberale. Tutte per un momento protese — non senza contraddizioni anche tragiche — verso l’obiettivo del riscatto nazionale. Fino alla nascita della Repubblica.
È un’eredità che viene negata quando non si riconosce che i valori della Resistenza oggi sono interpretati dall’Ucraina che non si piega all’aggressione di Putin, nonostante le pressioni trumpiane: violente contro Zelensky, blande a dir poco verso Mosca. O quando, per condannare le bombe di Israele su Gaza, si dimenticano i palestinesi — ora anche il presidente dell’Autorità, Abu Mazen — che si ribellano alla tirannia di Hamas e cercano di liberarsene con un coraggio straordinario, nel silenzio più o meno totale dei media occidentali. Logico domandarsi se anche quest’anno assisteremo agli insulti contro la Brigata ebraica (i simboli, poiché i protagonisti non ci sono più): una pagina squallida che non sa distinguere le critiche allo Stato d’Israele dall’omaggio storico dovuto a quei lontani eroi che si rimisero in gioco per contribuire, insieme alle truppe alleate, alla liberazione d’Europa.