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Chi piangerà per Francesco

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Bergoglio è stato il Papa più amato e più inascoltato della modernità
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Ci volevano i funerali di Papa Francesco, per convincere Giorgia Meloni a ricordare il 25 aprile con un briciolo di “ecumenismo repubblicano”. Il Caso o la Provvidenza, fate voi, hanno voluto questa straordinaria sovrapposizione di celebrazioni, dove la dimensione laica e quella religiosa si incrociano. La Festa della Liberazione nelle piazze di tante città parla con la cerimonia degli addii al Pontefice di Piazza San Pietro. Le “sobrie” manifestazioni per gli ottant’anni dalla fine della più immane tragedia del Novecento anticipano e accompagnano le false orazioni dei Grandi della Terra, accorsi a omaggiare la salma di un Vicario di Cristo che non hanno mai amato, mai voluto, mai seguito. Mentre noi cittadini onoriamo i martiri della Resistenza che morirono per la libertà e contro la guerra, i Potenti sul sagrato impapocchiano paci terrificanti sull’Ucraina e sulla Palestina, sui cannoni e sulle sanzioni, sui confini e sui commerci. Trump, che definiva Bergoglio “vergognoso”, adesso …

Ci volevano i funerali di Papa Francesco, per convincere Giorgia Meloni a ricordare il 25 aprile con un briciolo di “ecumenismo repubblicano”. Il Caso o la Provvidenza, fate voi, hanno voluto questa straordinaria sovrapposizione di celebrazioni, dove la dimensione laica e quella religiosa si incrociano. La Festa della Liberazione nelle piazze di tante città parla con la cerimonia degli addii al Pontefice di Piazza San Pietro. Le “sobrie” manifestazioni per gli ottant’anni dalla fine della più immane tragedia del Novecento anticipano e accompagnano le false orazioni dei Grandi della Terra, accorsi a omaggiare la salma di un Vicario di Cristo che non hanno mai amato, mai voluto, mai seguito. Mentre noi cittadini onoriamo i martiri della Resistenza che morirono per la libertà e contro la guerra, i Potenti sul sagrato impapocchiano paci terrificanti sull’Ucraina e sulla Palestina, sui cannoni e sulle sanzioni, sui confini e sui commerci. Trump, che definiva Bergoglio “vergognoso”, adesso per far tacere le armi punisce l’odiato Zelensky e offre in omaggio la Crimea all’amico Putin. Milei, che lo chiamava “hijos de puta” comunista, adesso saluta “la bontà e la saggezza del Santo Padre”. E poi tutti gli altri, da Orbán a Meloni, “anticristi” bergogliani che ora versano lacrime di coccodrillo sul suo feretro e lanciano l’Opa identitaria sul suo successore.

Francesco è stato il Papa più amato e più inascoltato della modernità. Un pastore che ha voluto sentire “l’odore delle pecore”, andando contro lo spirito del suo tempo. Lo hanno adorato gli umili e gli ultimi che la sua Chiesa ha abbracciato, perché la preferiva “accidentata, ferita e sporca per essere uscita per le strade”, piuttosto che “malata, chiusa e aggrappata alle sue sicurezze”. Ha denunciato la civiltà “malata di consumo e vorace di profitto” nel tempo del tecno-capitalismo trionfante. Ha difeso i migranti, “cristi invisibili respinti in guanti bianchi”, nel tempo delle deportazioni, dei porti chiusi, dei lager in Libia e in Albania. Ha baciato i piedi ai carcerati, nel tempo dei piccoli Videla che provano “intima gioia” nel vederli soffocare mentre “gli togliamo l’aria”. Ha urlato contro la “Terza guerra mondiale a pezzi” nel tempo dei massacri a Bucha o a Gaza e del riarmo planetario. Ha esaltato la Ue come “autorità con competenze multiple che può evitare le derive dei nazionalismi”, nel tempo della Feccia sovranista che sfascia l’Occidente. E ha tuonato anche sul nazifascismo, scrivendo “mai dimenticare quei momenti che hanno stravolto la vita di tanti innocenti”, nel tempo in cui persino in Germania dilaga il revanchismo.

Non vedono l’ora di seppellirla, la cassa di legno grezzo del Papa che si chiamava come il poverello di Assisi. Possibilmente insieme a questa fastidiosa pietra d’inciampo del 25 aprile. Quel peloso invito governativo alla “sobrietà della Festa”, per fortuna, lo sotterra un magnifico prete di strada come Matteo Zuppi: “Buona Liberazione”, risponde il cardinale a chi gli chiede conto di una sua candidatura al Sacro Soglio. E questo sarebbe tutto. Se non stonasse, ora e per sempre, questa ennesima vergogna: l’uso politico della religione ad opera degli “atei devoti” di una autocrazia globale che ormai sconfina in teocrazia, piegando Dio ad “instrumentum regni”. In America come in Russia, in Turchia come in Ungheria, in India come in Italia. Che si tratti di nobilitare nuove “politiche della crudeltà” (tipo i tagli ai fondi alla cooperazione o i decreti sicurezza) o di silenziare cori o eventi dissonanti (tipo “Bella Ciao” o i Gay Pride).

Eppure, in questo suo caparbio e cieco corpo a corpo con la Storia, la Sorella d’Italia riesce a fare almeno un altro passo avanti sulla via della Memoria condivisa. Per lei — figlia del Msi di Almirante e della fiamma tricolore e del “non restaurare, non rinnegare” — dev’essere stato faticoso ammettere che “la Nazione onora la sua ritrovata libertà e riafferma la centralità di quei valori che il regime fascista aveva negato e che da settantacinque anni sono incisi nella Costituzione”. Finalmente qualche parola chiara sul Ventennio e i suoi cascami, dopo averla omessa sempre, sulle leggi razziali del ‘38 o le stragi degli anni ’70. Finalmente l’onestà di dare un nome alle cose: il fascismo, negazione dei pilastri sui quali abbiamo ricostruito il Paese. Certo, mancheranno sempre il tributo alla lotta partigiana, il riconoscimento del “fascismo male assoluto” di cui ebbe il coraggio Fini 21 anni fa, l’assunzione di un sincero “antifascismo” come base sulla quale costruire la convivenza civile. Tutto ciò che le consentirebbe di chiudere una volta per tutte i conti col passato, dismettendo i panni della capo-fazione e vestendo quelli della vera statista. Ma è già molto, nell’abisso in cui ci stanno precipitando ovunque le destre al comando.

Per fortuna ci pensa ancora una volta Mattarella a colmare i vuoti mentali dei “Patrioti”. A ribadire che “è sempre tempo di Resistenza”, che dalla parte giusta della Storia c’erano i partigiani pronti a battersi per la vita mentre i repubblichini esaltavano la morte, che “l’idea dell’Europa dei popoli” nacque a Ventotene. Dovrebbero avere il coraggio di attaccare anche lui, i furbi cacadubbi che irridono “l’antifascismo immaginario” e gli “elitisti” travestiti da popolo che in nome di un asettico “a-fascismo” vogliono manomettere la Costituzione, sbeffeggiando le donne e gli uomini che versarono il sangue per scriverla e donarcela. Forse anche il Capo dello Stato ha paura delle camicie nere in marcia verso la Capitale? Forse anche lui teme Meloni in orbace che invade l’Abissinia, o fa rapire Fornaro scambiandolo per Matteotti?

Questa grottesca banalizzazione del “pericolo fascista” fa gran comodo alle destre, per ridicolizzare una sinistra già sfibrata di suo, alla quale poter rinfacciare la solita colpa: siete inaffidabili e divisi su tutto, uniti solo su una cosa che non è mai esistita, cioè l’antifascismo. È questa la “trappola”, di cui la “sobrietà” per la festa della Liberazione era un riflesso. Lo sa il Presidente della Repubblica, lo sappiamo tutti noi e forse lo sanno anche loro: le moderne democrazie liberali, oggi, non muoiono più per un golpe o per l’avvento di un altro Duce, magari al femminile. Cedono e cadono per scivolamenti graduali e regressioni progressive, imposture culturali e forzature normative di cui a volte nemmeno ci rendiamo conto, ma che un po’ alla volta sgretolano le fondamenta della Repubblica. Per questo è e sarà sempre così importante il 25 aprile. È il testamento morale di Umberto Eco, che nel suo “Fascismo eterno” scrisse: “Libertà e liberazione sono un compito che non finisce mai. Che sia questo il nostro motto: non dimenticate”. È il lascito spirituale di Bergoglio, che nella sua autobiografia, parlando di figure come Liliana Segre e Edith Bruck, scrive: “Queste persone sono memorie viventi: un tesoro inestimabile per tutti noi”. Preservatelo con cura, quel tesoro, voi che stamattina piangerete per papa Francesco.

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