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La piazza e la provvidenza della Storia

Donald Trump con Volodymyr Zelensky a San Pietro (afp)

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Si sarà chiesto anche lui come Stalin quante divisioni ha il Papa, voltandosi dal primo banco d’onore verso piazza San Pietro straboccante di folla. Il colpo d’occhio era incredibile anche per un politico-performer come Trump, capace di trasformare ogni evento in spettacolo: il rosso dei cardinali, con la berretta sui capelli bianchi, il recinto del potere con gli abiti scuri dei sovrani e dei governanti del mondo fianco a fianco nell’ordine stabilito dall’alfabeto francese, e tutt’attorno il popolo dei fedeli di ogni Paese davanti alle braccia aperte del colonnato del Bernini, sotto le 13 statue colossali dei santi radunate in alto sulla facciata a dominare la piazza, provando a unire cielo e terra. Al centro, quella bara spoglia posata sulla pietra con solo una croce e il simbolo papale di Francesco, il vangelo appoggiato, con le pagine aperte mosse dal vento. Sembrava che il mondo ubiquo degli algoritmi, che non ha più un centro perché tutto è contemporaneo e immediato, ma tutto sc…

Si sarà chiesto anche lui come Stalin quante divisioni ha il Papa, voltandosi dal primo banco d’onore verso piazza San Pietro straboccante di folla. Il colpo d’occhio era incredibile anche per un politico-performer come Trump, capace di trasformare ogni evento in spettacolo: il rosso dei cardinali, con la berretta sui capelli bianchi, il recinto del potere con gli abiti scuri dei sovrani e dei governanti del mondo fianco a fianco nell’ordine stabilito dall’alfabeto francese, e tutt’attorno il popolo dei fedeli di ogni Paese davanti alle braccia aperte del colonnato del Bernini, sotto le 13 statue colossali dei santi radunate in alto sulla facciata a dominare la piazza, provando a unire cielo e terra. Al centro, quella bara spoglia posata sulla pietra con solo una croce e il simbolo papale di Francesco, il vangelo appoggiato, con le pagine aperte mosse dal vento. Sembrava che il mondo ubiquo degli algoritmi, che non ha più un centro perché tutto è contemporaneo e immediato, ma tutto scorre, si fosse fermato per un mattino: come se assistesse per l’ultima volta a un rito affiorato dalla profondità del tempo, oltre il secolo, senza riuscire a misurarlo nella sua dimensione sopravvissuta ma sconosciuta della spiritualità.

Un’autorità nuda e disarmata era la vera presenza capace di suscitare l’attenzione di un mondo distratto e di opporre visibilmente, almeno per un giorno, l’universale al globale, il trascendente al potente, la speranza alla forza. Lo avvertivano i fedeli, naturalmente, ma forse ancor più chi non crede, davanti all’evidenza del testamento umano di Francesco, alla sua ostinazione nel restituire riscatto e dignità ai diseredati, agli esclusi e agli sconfitti della globalizzazione, alla sua angoscia per l’impotenza della parola davanti alle guerre, anche quando invoca l’Onnipotente, anche quando cede alla bandiera bianca: ma infine alla fiducia nella risorsa suprema e fondamentale della sua fede, la misericordia.

Sono tutti tratti del pontificato di Francesco che il decano del Sacro Collegio, Giovanni Battista Re, ha riproposto puntigliosamente nella sua omelia, come memento ai cardinali che tra pochi giorni dovranno eleggere il nuovo Papa, e come monito ai governanti che hanno le chiavi della pace e della guerra: richiamando la cultura dell’incontro e della solidarietà contro quella che Bergoglio definiva “cultura dello scarto”, ricordando il primo viaggio del pontificato, a Lampedusa, per denunciare la tragedia dei migranti morti in mare e la messa celebrata al confine tra Messico e Stati Uniti, rilanciando gli appelli del Papa per “un’onesta trattativa” che metta fine alla morte e alla distruzione dei conflitti. Sono tutti temi che distinguono e separano il cristianesimo di Francesco dal “cristianismo” di Trump, con la fede ridotta a ideologia, in quel nazionalismo cristiano bianco che trasforma l’annuncio universale di salvezza in strumento di conservazione del potere: il Dio degli eserciti e il Dio della misericordia sulla stessa piazza.

Trump e Zelensky parlano in San Pietro prima del funerale di Francesco (e dopo il saluto di Macron)

Ma su quella piazza, in attesa che lo Spirito soffi nella Cappella Sistina suscitando la scelta del nuovo Papa, ieri è passata la provvidenza laica della storia, creando un contatto tra Trump e il presidente ucraino Zelensky, e mettendoli a confronto. Il contesto estremo del funerale di un Papa dominava l’avvenimento, in una raffigurazione eccezionale, che passerà alla storia: due capi di Stato divisi da una questione capitale come i limiti e le opportunità di un negoziato di pace, soli nello spazio vuoto della basilica, uno di fronte all’altro su due sedie da chiesa col velluto rosso, vicini, con le mani in grembo, il corpo proteso in avanti e il capo chinato come nella scena di una confessione più che di un meeting politico-diplomatico.

Un incontro informale, un colloquio senza testimoni, uno scambio intimo e personale: forse addirittura sincero. “Produttivo”, lo hanno definito gli americani, “costruttivo” gli ucraini. Zelensky ha rimarcato la suggestione del luogo, del momento, dell’occasione: “Un incontro altamente simbolico che potrebbe diventare storico se si raggiungessero risultati congiunti per una pace affidabile e duratura che impedisca il ripetersi della guerra, con un cessate il fuoco completo e incondizionato”. Poi, segnalando uno scarto completo di tono rispetto all’umiliazione e alla costrizione cui era stato sottoposto alla Casa Bianca, ha aggiunto un sigillo personale al colloquio: “Grazie, presidente Trump!”

Così, nel mistero del terzo assente, il presidente russo Vladimir Putin, questa irrituale trattativa di pace dove due imperatori decidono tra loro le condizioni di un accordo a cui l’aggredito deve sottostare come suddito, non come parte in causa con autonoma capacità negoziale, ha compiuto un passo avanti con le controproposte ucraine consegnate al presidente americano. Vedremo se il piccolo seme piantato nella basilica romana darà frutti nella guerra che divide l’Europa, come se l’eccezione della giornata di ieri avesse risvegliato la grazia — non divina, ma di stato — tra i due interlocutori.

Con Francesco tumulato mentre il filo del dialogo tra Zelensky e Trump riprende, seppure esile, la Chiesa sembra addirittura tornata scenario del mondo, come nel profondo dei secoli. La realpolitik consiglia di tenere a bada la suggestione. Ma almeno per qualche ora, a Roma sembrava possibile la promessa di San Tommaso ripresa dal catechismo e ieri trasformata in una speranza laica: “ I riti significano ciò che le parole annunciano, e i sacramenti producono ciò che significano”.

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