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Carney, la vittoria dell’anti-Trump

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Il premier canadese diventa il volto di una possibile coalizione multilaterale per guidare l’Occidente al posto degli Stati Uniti
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Il leader dei liberal canadesi Mark Carney vince le elezioni a Ottawa grazie al duello frontale con Donald Trump e diventa il volto di una possibile coalizione multilaterale per guidare l’Occidente al posto degli Stati Uniti.

Il risultato canadese è una sorpresa dovuta all’effetto Trump. Quando il 6 gennaio scorso Justin Trudeau si dimise da premier, i progressisti canadesi avevano uno svantaggio a due cifre sui conservatori di Pierre Poilievre che sembravano destinati a una facile vittoria grazie al motto “Canada First”. Ma la scelta di Carney, successore di Trudeau, di affrontare a viso aperto gli attacchi di Trump alla sovranità nazionale ha rovesciato la situazione, spingendo verso di lui gli elettori in cerca di sicurezza su integrità territoriale e indipendenza.

Non c’è dubbio che, privo della maggioranza assoluta dei seggi in Parlamento, Carney sarà obbligato a un delicato governo di minoranza ma fa subito intendere su quale base si appresta a guidarlo. «Trump vuole mandare i…

Il leader dei liberal canadesi Mark Carney vince le elezioni a Ottawa grazie al duello frontale con Donald Trump e diventa il volto di una possibile coalizione multilaterale per guidare l’Occidente al posto degli Stati Uniti.

Il risultato canadese è una sorpresa dovuta all’effetto Trump. Quando il 6 gennaio scorso Justin Trudeau si dimise da premier, i progressisti canadesi avevano uno svantaggio a due cifre sui conservatori di Pierre Poilievre che sembravano destinati a una facile vittoria grazie al motto “Canada First”. Ma la scelta di Carney, successore di Trudeau, di affrontare a viso aperto gli attacchi di Trump alla sovranità nazionale ha rovesciato la situazione, spingendo verso di lui gli elettori in cerca di sicurezza su integrità territoriale e indipendenza.

Non c’è dubbio che, privo della maggioranza assoluta dei seggi in Parlamento, Carney sarà obbligato a un delicato governo di minoranza ma fa subito intendere su quale base si appresta a guidarlo. «Trump vuole mandare in pezzi il Canada — ha detto Carney — e il nostro shock è alle spalle ma non dobbiamo dimenticare la lezione».

Ovvero, il nuovo premier si propone di unire i canadesi nel respingere la sfida di Trump alla propria indipendenza e, anche, di diventare il punto di riferimento di uno schieramento di leader e Paesi democratici determinati a preservare ciò che la Casa Bianca sembra voler liquidare: multilateralismo, libero commercio e sicurezza collettiva basati sulle intese fra alleati risalenti alla fine della Seconda guerra mondiale.

«Il Canada è pronto ad assumere un ruolo di leadership nella costruzione di una coalizione di Paesi che condividono i nostri valori — sono state le parole di Carney a Ottawa — perché crediamo nella cooperazione internazionale, nel libero scambio di beni, servizi e idee. E se gli Stati Uniti non vorranno più guidare, lo farà il Canada».

Ottawa, 29 aprile: il neo-premier canadese intervistato dai giornalisti 

La credibilità di Carney viene dall’essere l’unico ad aver guidato due banche centrali del G7 — prima in Canada, poi in Inghilterra — presieduto il Financial Stability Board del G20 e quindi aver ricoperto il ruolo di inviato dell’Onu sul clima, interpretando la necessità di riforme per coniugare difesa dell’ambiente e crescita globale.

È proprio la credibilità maturata in questi anni che spiega perché il premier britannico Keir Starmer e il presidente francese Emmanuel Macron si sono affrettati a congratularsi con il vincitore, augurandosi di «lavorare assieme» per rilanciare su economia e sicurezza le alleanze indebolite dalle decisioni di Trump durante i primi cento giorni di presidenza.

Colpisce anche il linguaggio di Carney, che poco dopo la vittoria ha sfidato senza mezzi termini Trump, facendo riferimento a più nazioni, dall’Australia all’Unione Europea, per affermare che «davanti alla scelta degli Stati Uniti di non guidare più le alleanze multilaterali, il Canada è disposto a farlo» grazie a un piano che include più spese per la difesa e libero commercio.

Per questo Carney diventa il leader di un inedito fronte anti-Trump che include la volontà di collaborare con l’Ue sul piano di Ursula von der Leyen per la difesa comune e dunque anche sulla politica estera. Sebbene sul Medio Oriente abbia una posizione ostile a Israele assai più vicina a Madrid e Dublino rispetto all’equilibrio di Berlino, Roma, Londra e Parigi.

Anche la Cina con Xi Jinping assicura comunque di «voler cooperare» con il neo-premier su «libero commercio e globalizzazione». Se a tutto ciò aggiungiamo il plauso del presidente ucraino Volodymyr Zelensky non è difficile arrivare alla conclusione che Ottawa diventa una rivale di Washington nel riassetto geopolitico in pieno svolgimento, aprendo scenari che solo una settimana fa nessuno immaginava.

Non a caso a Carney guardano i progressisti australiani in vista delle elezioni del 3 maggio. Certo, come Carney stesso ammette «noi non siamo l’America» ma tanto la Nato che la Ue sono in cerca di un partner nordamericano e questo basta per scuotere la geopolitica.

Ottawa, 29 aprile: Mark Carney nel quartier generale del partito liberale durante la notte elettorale (reuters)

Ma non è tutto perché Canada e Stati Uniti sono nazioni abituate da sempre a convivere nello stesso spazio storico-politico: la coincidenza fra la vittoria di Carney e il calo nei sondaggi nazionali di Trump alza il velo sulla possibilità che si inizi a manifestare un “effetto pendolo” dovuto allo scontento innescato da alcune politiche della Casa Bianca, prima fra tutte la guerra dei dazi che ha indebolito gli indici di Wall Street come non avveniva dalla metà degli anni Settanta.

È “l’effetto pendolo” che dopo George W. Bush nel 2008 fece vincere Barack Obama, dopo Obama premiò nel 2016 Trump e quindi dopo Trump giovò nel 2020 a Joe Biden prima del ritorno nel 2024 dello stesso Trump. Dimostrando che il diritto di voto è l’estremo garante del sistema di checks and balances su cui si sostiene la democrazia americana, protagonista di oscillazioni sempre più vistose fra leader con visioni opposte.

Trump esce dunque indebolito dal voto canadese e bisogna quindi chiedersi perché proprio lui abbia insistito, fino all’ultimo giorno della campagna, nel rilanciare a Ottawa la richiesta di «diventare il nostro 51esimo Stato» che ha giovato ai liberal. Sebbene l’imprevedibilità distingua Trump, sostenere questa tesi ha aiutato di fatto Carney a prevalere.

Sul perché di tale scelta si discute molto fra gli analisti a Washington e Ottawa ma è evidente che, nello schema transactional della Casa Bianca, lo scontro frontale fra acerrimi avversari potrebbe aiutare Trump a ottenere da Carney, attraverso un duro negoziato, ciò che Poilievre non gli avrebbe potuto dare: il controllo di singoli territori come l’Alberta, la Provincia più avanzata da un punto di vista finanziario.

Tutto questo per dire che nell’Occidente a soqquadro oggi si aggiunge un nuovo tassello: la scommessa di Carney di diventare il rivale di Trump nel difendere l’ordine multilaterale creato nel 1945.

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