È il 22 febbraio del 1980 quando tre uomini con i volti coperti da passamontagna si introducono nell’abitazione della famiglia Verbano, nel quartiere romano di Montesacro. Mentre aspettano il ritorno da scuola di Valerio, diciannove anni appena compiuti, militante di sinistra, legano e imbavagliano i suoi genitori. Questi, chiusi nella camera da letto, sentono le grida del figlio e i colpi di pistola che lo uccideranno.
Le indagini della magistratura danno per certa la matrice neo-fascista del crimine, confermata dai racconti di numerosi pentiti e dal comunicato dei Nuclei armati rivoluzionari delle ore immediatamente successive. Ma non si arriverà mai all’individuazione degli esecutori dell’assassinio di Verbano e l’inchiesta verrà definitivamente archiviata, a oltre quarant’anni dal delitto, il 30 novembre del 2021.
Questa è la nuda realtà dei fatti e tuttavia, mentre la ricostruisco, avverto che c’è qualcosa che non torna: una sorta di amputazione morale, determinata dalla tentaz…
È il 22 febbraio del 1980 quando tre uomini con i volti coperti da passamontagna si introducono nell’abitazione della famiglia Verbano, nel quartiere romano di Montesacro. Mentre aspettano il ritorno da scuola di Valerio, diciannove anni appena compiuti, militante di sinistra, legano e imbavagliano i suoi genitori. Questi, chiusi nella camera da letto, sentono le grida del figlio e i colpi di pistola che lo uccideranno.
Le indagini della magistratura danno per certa la matrice neo-fascista del crimine, confermata dai racconti di numerosi pentiti e dal comunicato dei Nuclei armati rivoluzionari delle ore immediatamente successive. Ma non si arriverà mai all’individuazione degli esecutori dell’assassinio di Verbano e l’inchiesta verrà definitivamente archiviata, a oltre quarant’anni dal delitto, il 30 novembre del 2021.
Questa è la nuda realtà dei fatti e tuttavia, mentre la ricostruisco, avverto che c’è qualcosa che non torna: una sorta di amputazione morale, determinata dalla tentazione della comparazione ossessiva tra le vittime: e, di conseguenza, dalla volontà di pareggiare i conti, bilanciare le responsabiltà, riequilibrare i pesi e le misure. Mi spiego. Nelle scorse ore ho ascoltato e riascoltato il messaggio di Giorgia Meloni inviato in occasione del cinquantesimo anniversario della morte di Sergio Ramelli (29 aprile 1975), iscritto al Fronte della gioventù del Movimento sociale italiano, ucciso non ancora diciannovenne da un gruppo di militanti di estrema sinistra.
Ho cercato vanamente nelle parole della presidente del Consiglio un qualche riferimento, anche solo una traccia o una allusione, a Valerio Verbano o a Gaetano Amoroso, accoltellato a morte da un gruppo di neo-fascisti, sempre a Milano, esattamente un anno dopo la morte di Ramelli. O a Mario Lupo, Claudio Varalli, Alceste Campanile, Walter Rossi, Roberto Scialabba e altri ancora, tutti militanti di sinistra che hanno trovato la morte per mano fascista. Non una sola parola su queste esistenze giovani e giovanissime stroncate dal ferro e dal fuoco di quegli anni di inimicizia politica che tendeva a trasformarsi in volontà di sopraffazione e in attentato alla vita dell’avversario.
Appena un riferimento generico, troppo generico, alla necessità di «accomunare in uno sforzo di verità e pacificazione tutte le vittime innocenti dell’odio e della violenza politica». Penso che si tratti di parole drammaticamente insufficienti: e che se non si fanno nomi e cognomi e se non si indica la collocazione politica delle vittime, di tutte le vittime, quello «sforzo di verità e pacificazione» non andrà mai a buon fine. E infatti l’intero discorso di Giorgia Meloni sembra esplicitamente indirizzato alla propria parte politica, per rivendicarne l’innocenza e il ruolo esclusivo di vittima («senza odio, senza intolleranza»).
Meloni: "Tutti devono fare i conti con la vicenda della morte di Ramelli"
Il messaggio si iscrive perfettamente nella retorica identitaria e nella letteratura epica e combattente delle generazioni neo-fasciste attive negli anni Settanta e Ottanta. È una mitologia vittimistica e revanchista, costruita sull’enfasi della condizione di underdog o, se si preferisce, degli “esuli in patria”, e affidata a una rappresentazione che vede la «enorme dose di coraggio» dei neo-fascisti contrapporsi all’intero sistema politico-economico-mediatico della società borghese. E ciò comporta la rimozione di quella fitta rete di rapporti e di complicità che, a partire dagli anni Cinquanta, collegò i nostalgici del mussolinismo a importanti apparati economico-finanziari, a lobby politico-militari, a segmenti non marginali del sistema dei partiti e delle istituzioni.
Se si resta prigionieri di questa lettura del ruolo della destra italiana dal secondo dopoguerra fino agli anni Novanta, è inevitabile che la ricucitura di quella «ferita profonda nella coscienza nazionale» (ancora Meloni) risulterà impossibile. Tocca a tutti i soggetti e a tutte le culture politiche fare quel passo avanti di cui la premier si mostra tuttora incapace. E compiere un atto di verità. Non basta affermare — ed è giusto dirlo e ribadirlo — che l’aggressione a Sergio Ramelli fu un’azione barbara: è doveroso criticare e autocriticare quella che fu la reticenza, e fin l’omertà, di una parte della sinistra dell’epoca (e di chi scrive) a proposito di quel crimine e, più in generale, dell’omicidio come strumento di lotta politica.
Se questo non verrà fatto con altrettanta impietosa sincerità da parte della destra, “i morti continueranno a seppellire i morti”. Rimarremo prigionieri del passato e incapaci di affrancarcene. E saremo costretti a ricorrere ancora a quell’artificio retorico cui inducono l’emozione e la passione, ma di cui si avverte l’irreparabile povertà: e allora Valerio Verbano? Se la “guerra civile simulata” degli anni Settanta dovesse perpetuarsi attraverso le contabilità contrapposte dei rispettivi martirologi, elaborare insieme quei lutti resterà una impossibile impresa politica e morale.