Cosa resta del Primo Maggio? Riavvolte le bandiere della vecchia triplice, smontato il palco di piazza San Giovanni, stilate le pagelle delle star del Concertone, piante le tre vittime in cantiere nell’ultima settimana, viene purtroppo da temere che avesse ragione Jeremy Rifkin, quando scrisse quel suo leggendario saggio del 1995. Si intitolava La fine del lavoro. Sembrava troppo, già allora, pensare che il lavoro — protagonista indiscusso delle grandi lotte del Novecento — potesse finire sconfitto, svalutato e stritolato nella morsa inesorabile della tecnica e del profitto. Invece è successo, succede, succederà ancora. Nulla potranno le colorate feste di piazza, ormai sempre più simili a meste liturgie del declino. E a nulla serviranno gli scioperi generali o le cerimonie solenni organizzate dai sindacati, a Roma dove Landini chiama per l’ennesima volta le masse alla “rivolta”, a Taranto dove sfilano i cassintegrati dell’Ilva e della Gkn, a Montemurlo dove un orditoio tessile si port…
Cosa resta del Primo Maggio? Riavvolte le bandiere della vecchia triplice, smontato il palco di piazza San Giovanni, stilate le pagelle delle star del Concertone, piante le tre vittime in cantiere nell’ultima settimana, viene purtroppo da temere che avesse ragione Jeremy Rifkin, quando scrisse quel suo leggendario saggio del 1995. Si intitolava La fine del lavoro. Sembrava troppo, già allora, pensare che il lavoro — protagonista indiscusso delle grandi lotte del Novecento — potesse finire sconfitto, svalutato e stritolato nella morsa inesorabile della tecnica e del profitto. Invece è successo, succede, succederà ancora. Nulla potranno le colorate feste di piazza, ormai sempre più simili a meste liturgie del declino. E a nulla serviranno gli scioperi generali o le cerimonie solenni organizzate dai sindacati, a Roma dove Landini chiama per l’ennesima volta le masse alla “rivolta”, a Taranto dove sfilano i cassintegrati dell’Ilva e della Gkn, a Montemurlo dove un orditoio tessile si portò via divorandola la giovane vita di Luana D’Orazio. Il secolo breve è finito, e con lui sembra svanire quell’idea alta del lavoro di cui ha parlato il presidente della Repubblica a Latina. Il lavoro come indice di sviluppo e motore di progresso, strumento per l’emancipazione della persona e per la realizzazione dei diritti di libertà e di dignità, vettore di crescita civile, di giustizia sociale e di costruzione del Welfare.
Il lavoro come radice della Costituzione e quindi della democrazia. Cosa vive, di tutto questo, nel mercato moderno? Nonostante gli abbozzi di normazione e normalizzazione questi anni, resistono sommerso e sfruttamento, caporalati e contratti-pirata, subappalti e gare al massimo ribasso.
C’è un “buco nero”, dove sprofondano gli operai morti per portare quattro soldi a casa, spremuti da macro o micro-aziende che sanno competere solo tagliando costi, a partire dalla sicurezza. Il lavoro ammazza più della mafia: negli ultimi venticinque anni 55 mila vittime nei cantieri, contro le 6 mila mietute dalle cosche. Ogni volta si piangono le stesse lacrime, quelle dei coccodrilli in abito scuro che gridano “mai più”, fino alla volta successiva. Ogni volta annunciano misure d’emergenza come la patente a punti per le aziende, ogni volta riciclano fondi già stanziati per rafforzare i controlli e assumere nuovi addetti all’Ispettorato, dove i soliti 3.848 “controllori” svuotano il mare col cucchiaio, dovendo vigilare su 4 milioni di imprese. È quello che Bruno Giordano e Marco Patucchi, in un libro-choc in uscita da Marlin, chiamano “Operaicidio”: uno scandalo etico-morale, che indigna le autorità per un giorno e strazia le famiglie dei caduti per sempre.
C’è una “zona grigia”, che è quella del lavoro povero e precario, regolare ma sottopagato. E qui si celebra un’altra liturgia, quella della propaganda di regime. Il governo esulta, perché gli occupati hanno superato i 24 milioni e nell’ultimo anno i nuovi posti di lavoro sono stati 800 mila, con il record di assunzioni a tempo indeterminato. Meloni si dice fiera del miliardo e 250 milioni di “nuova dotazione disponibile per l’Inail” (casualmente reperita e anticipata proprio alla vigilia del Primo Maggio) e orgogliosa dell’aiuto ai redditi più bassi, del taglio del cuneo fiscale, dei bonus bollette, degli sgravi alle aziende che assumono. La Sorella d’Italia non dice che tutti i sostegni al lavoro che rivendica sono il puro e semplice rinnovo di quelli varati dai governi precedenti di Conte e di Draghi. Non dice che il nostro tasso di occupazione, fermo al 67%, è il più basso tra i 27 Stati membri dell’Ue e resta di quasi 10 punti inferiore alla media, un divario che aumenta a 20 punti per le donne. Non dice che mentre crescono le assunzioni diminuiscono le ore lavorate, chiaro indicatore della diffusione di contratti con retribuzioni modeste e durate brevi e di ulteriore caduta di una produttività scesa al meno 3% negli ultimi vent’anni, contro il più 25% di Francia e Germania.
La premier non dice, soprattutto, quello che Sergio Mattarella ha ricordato con forza tre giorni fa: il Belpaese sconta una drammatica questione salariale. Non lo urlano i soliti bolscevichi che abbeverano i cavalli nelle fontane di San Pietro. Lo certifica l’Oil: nonostante il modesto recupero del 2024, l’Italia, con un crollo dell’8,7%, “si distingue per una dinamica salariale negativa nel lungo periodo, con salari reali inferiori a quelli del 2008”. Lo conferma l’Ocse: l’Italia è al 23esimo posto su 38 Paesi, con 41.438 dollari di salario medio contro i 48.500 della Francia e i 56.000 della Germania. Il lavoro è vita, ma non basta se arrivi a stento alla fine del mese. Le ragioni di tanta macelleria sociale — che ha come effetti collaterali l’inverno demografico e la fuga di cervelli — sono note e arcinote: le spiegano Andrea Garnero e Roberto Mania in La questione salariale, appena uscito da Egea. C’è un problema di specializzazione produttiva: le aziende investono poco in innovazione e in formazione. C’è un problema di dimensione: le aziende restano inchiodate al falso mito anni Ottanta del “piccolo è bello”, e questo fa sì che la paga oraria media in quelle fino a 49 dipendenti sia di 12, euro, mentre cresce a 19,2 euro in quelle con più di 1.000 addetti. C’è un problema di cuneo fiscale: troppe imposte sul lavoro ne aggravano il costo lordo ed erodono il netto in busta paga, anche se in Paesi con tasse e contributi molto più alti (come Germania, Francia, Belgio) i salari restano ugualmente più elevati dei nostri. C’è un problema di contrattazione collettiva nazionale: come testimonia Bankitalia, non c’è contratto che abbia recuperato i livelli pre-inflazione, e non c’è esecutivo che si decida a dare via libera a una legge sulla rappresentanza sindacale, come imporrebbe la Costituzione.
Poi ci sono gli “invisibili”. Sono i poor workers, che sopravvivono ai margini del sistema, tra le pieghe dell’assegno di inclusione e del sussidio di disoccupazione, senza più reddito di cittadinanza bruciato sul rogo dalla Fiamma cattivista. E sono i Neet, oltre 2 milioni di ragazzi tra i 15 e i 29 anni che non studiano e non lavorano: il 16,1% del totale, altro pessimo primato tricolore in Europa. Figli di un dio minore, che si smarriscono tra dispersione scolastica, povertà educativa, maternità precoce, senza che nessuno se ne preoccupi. Di questa generale e criminale dissipazione di capitale umano tutti portano una loro quota di responsabilità. La politica, innanzitutto. La destra al potere, sospesa tra liberismo e corporativismo. La sinistra, per troppi anni votata al governismo e prostrata di fronte al totem della flessibilità. Le Confindustrie, collaterali e deboli, ma svelte a sfruttare l’inversione del paradigma degli anni Settanta: non più il salario, ma il profitto come “variabile indipendente”. E poi anche i sindacati, troppo divisi e in passato troppo inclini a difendere a ogni costo i livelli occupazionali ma non a migliorare quelli retributivi. Oggi si tira a campare. Tra maggioranze che non pensano riforme ma spacciano solo decontribuzioni e defiscalizzazioni per puro lucro elettorale. E opposizioni che scoprono in limine mortis il salario minimo (sacrosanto, ma tardivo e non risolutivo) e saltano in corsa sul treno referendario lanciato contro il Jobs Act (simbolico, ma rischioso e fortemente divisivo). I dazi di Trump e i deliri di Musk fanno il resto. Ecco perché torniamo a Rifkin, e in clima di Conclave diciamo: il lavoro è finito, andate in pace.