Presi da problemi cosmici, per risolvere i quali sentiamo di non avere alcuna possibilità reale di intervento, stiamo perdendo la sensibilità per un problema che rischia di precludere anche residue speranze in un futuro meno cupo. Il tema qui si rifà, in particolare, al vuoto crescente di responsabilità che le generazioni adulte stanno coltivando rispetto ai giovani destinati a crescere in un deserto di certezze.
Un vero fallimento, di fatto, che trascina dietro di sé, nel vuoto e nell’incompetenza crescente di coloro che dovrebbero preoccuparsene per ruolo e magari impegnarcisi per sapienza, il destino di intere generazioni giovanili.
Queste avrebbero bisogno più che mai di sentire il calore di una generazione adulta che capisse quanto siano in difficoltà quelli che si affacciano oggi, più giovani e inesperti, su tempi tumultuosi, in cui rischi e imprevisti stanno minando gli assetti di tradizione, le regole del gioco, lo stesso valore del loro curriculum di studio.
In fondo, per…
Presi da problemi cosmici, per risolvere i quali sentiamo di non avere alcuna possibilità reale di intervento, stiamo perdendo la sensibilità per un problema che rischia di precludere anche residue speranze in un futuro meno cupo. Il tema qui si rifà, in particolare, al vuoto crescente di responsabilità che le generazioni adulte stanno coltivando rispetto ai giovani destinati a crescere in un deserto di certezze.
Un vero fallimento, di fatto, che trascina dietro di sé, nel vuoto e nell’incompetenza crescente di coloro che dovrebbero preoccuparsene per ruolo e magari impegnarcisi per sapienza, il destino di intere generazioni giovanili.
Queste avrebbero bisogno più che mai di sentire il calore di una generazione adulta che capisse quanto siano in difficoltà quelli che si affacciano oggi, più giovani e inesperti, su tempi tumultuosi, in cui rischi e imprevisti stanno minando gli assetti di tradizione, le regole del gioco, lo stesso valore del loro curriculum di studio.
In fondo, perché dovrebbero fidarsi dei lasciti generati da padri ormai preda di storytelling senza storia, persi dietro a giochi incapaci di risolvere un solo vero problema, generatori di miti che eccitano al più imitazioni al ribasso, in carenza di ogni solidarietà?
I nostri giovani avrebbero diritto a tutt’altro, e così si vendicano come possono: disinteressandosi, rifiutando occupazioni avvilenti, cercando altrove quello che non trovano nel loro Paese, invadendosi di tecnologie lungo reti che li assorbono fuori da una realtà senza prospettive, immaginando di poter così governare un mondo che non capiscono. Si tratta, con tutta evidenza, di una condanna che non meritano, per peccati commessi da altri e destinati a essere scontati da chi non ha strumenti per riparare e ha sempre più voglia di non perdonare.
Per ereditare un futuro bisognerebbe essere consonanti con le sue aspettative, essere allenati per i rischi che presenta, esserci destinati con un diritto di cittadinanza conquistato. Si tratterebbe, inoltre, di poterlo immaginare come un diritto sociale alla successione, qualcosa in qualche modo dovuto, se solo non fosse così facile oggi constatare quanto sia vuoto il lascito che viene trasmesso.
Quello che servirebbe, in realtà, in mancanza di una visione alta e di progetti coraggiosi delle istituzioni preposte, è la capacità di dare vita a una generazione di buoni maestri che siano in grado di prendersi cura di quello che invece stiamo drammaticamente perdendo.
Ma la perorazione, vagamente retorica, intorno al destino di generazioni di giovani che né la scuola né il lavoro si prendono in carico fino in fondo si scontra con una realtà di egoismi ormai ben radicati, che si assolvono per la responsabilità del loro distacco dal problema annegandola nella inevitabile mancanza di tempo.
Oggi — che sia chiaro — non abbiamo più tempo da perdere. Non c’è più tempo per gli altri. Che sarebbe poi lo spazio per quella attenzione che si fa sollecitudine e cura, e che si intrattiene ad ascoltare. E poi, come un mantra, a discutere, spiegare, orientare con la pazienza di assistere agli errori e con la soddisfazione di aiutare a correggerli.
Eppure non sarebbe così difficile. Legittimerebbe la posizione di chi ha lavorato tanto, fatto esperienze e accumulato saperi, quando rivolgendosi ai giovani che crescono e non sanno dove approdare saprebbe dire loro — venendo creduto — di non accontentarsi mai di una soluzione qualunque, ma contemporaneamente, anche, che non c’è nulla di irreparabile se la prima scelta non funziona e sembra scoraggiarli.
Un maestro potrebbe spiegare loro che il tempo va curato senza stress, abituando i suoi interlocutori a ragionare con un pensiero critico e non omologato e, insieme, ad avere ben chiaro che in una età tra i venti e i trent’anni, l’unico vero fallimento è stare a guardare.
C’è un ruolo affascinante per le generazioni più adulte, che aiuterebbe a biodegradare il loro complesso di colpa. Basterebbe un po’ di generosità lungimirante. E la coscienza di stare facendo qualcosa che, a dispetto di come stanno andando le cose, sa dare ancora credito alla speranza.