In mancanza di una sceneggiatura originale, come ormai da copione, l’Italia si è offesa perché Emmanuel Macron ha avuto un’idea. Quella di dire ai ricercatori che si trovano in difficoltà negli Stati Uniti: venite da noi. Venite in Francia, venite in Europa, stanzieremo dei fondi per farvi continuare quello che Donald Trump cerca di impedire. Ursula von der Leyen si è subito mostrata interessata e ha annunciato lo stanziamento di 500 milioni di euro da parte dell’Unione europea. La presidente della Commissione era nell’anfiteatro della Sorbona, mentre Macron diceva: “Davanti alle minacce, l’Europa diventi un rifugio”. Chi non c’era — sebbene invitata — era la ministra della Ricerca e dell’Università italiana Annamaria Bernini. Perché all’Italia non va bene, che ci si debba accodare a Parigi. Perché è a Bruxelles, che bisognerebbe riunirsi, se si vuole dar vita a iniziative comunitarie. Insomma: per dispetto.
L’insofferenza del governo Meloni davanti all’attivismo di quello francese …
In mancanza di una sceneggiatura originale, come ormai da copione, l’Italia si è offesa perché Emmanuel Macron ha avuto un’idea. Quella di dire ai ricercatori che si trovano in difficoltà negli Stati Uniti: venite da noi. Venite in Francia, venite in Europa, stanzieremo dei fondi per farvi continuare quello che Donald Trump cerca di impedire. Ursula von der Leyen si è subito mostrata interessata e ha annunciato lo stanziamento di 500 milioni di euro da parte dell’Unione europea. La presidente della Commissione era nell’anfiteatro della Sorbona, mentre Macron diceva: “Davanti alle minacce, l’Europa diventi un rifugio”. Chi non c’era — sebbene invitata — era la ministra della Ricerca e dell’Università italiana Annamaria Bernini. Perché all’Italia non va bene, che ci si debba accodare a Parigi. Perché è a Bruxelles, che bisognerebbe riunirsi, se si vuole dar vita a iniziative comunitarie. Insomma: per dispetto.
L’insofferenza del governo Meloni davanti all’attivismo di quello francese è ormai nota. Il pregiudizio della destra italiana nei confronti di Parigi ha radici storiche antichissime, che la presidente del Consiglio non si sogna nemmeno di estirpare. In più, da mesi l’Italia rivendica una centralità che non può avere, e che del resto non ha mai avuto rispetto all’asse franco-tedesco. E quindi, Palazzo Chigi fa trapelare di non aver voluto partecipare a un’iniziativa ostile nei confronti dell’amministrazione americana. Di voler continuare a essere un ponte, tanto da pretendere che il vertice Usa-Ue sui dazi si tenga a Roma (in quel caso, non è così importante che sia a Bruxelles per rappresentare tutti). Di lavorare per la prossima riunione dei ministri della Ricerca dell’Unione, per trovare soluzioni comuni e integrate. Ma è evidente che soffre di un deficit di iniziativa, e non da oggi.
Per capirlo basta guardare i numeri, che fanno apparire quanto meno velleitaria l’idea che possa essere il nostro Paese a dare lezioni agli altri in quanto a spese per la ricerca. Senza scomodare la lite del luglio scorso tra la ministra e la conferenza dei rettori, per il taglio sostanzioso al fondo di finanziamento ordinario degli atenei per il 2024, stiamo al trend di cui sono responsabili i governi degli ultimi trent’anni: la spesa in ricerca e sviluppo nel 1996 era allo 0,95 per cento del pil. Nel 2008 è salita all’1,16, nel 2018 all’1,35, nel 2020 era dell’1,51, ma solo perché il prodotto interno lordo si era contratto per la pandemia. Nel 2023 era ferma all’1,37.
Siamo da sempre sotto la media dei Paesi Ocse e nulla di decisivo è stato fatto per invertire questa tendenza. In Francia, dove pure molti stanno criticando Macron per aver inventato una piattaforma fatta apposta per i professori in fuga dagli Stati Uniti, dopo anni di tagli alle università, la spesa per ricerca e sviluppo nel 2023 era al 2,10 per cento. In Germania, al 3,1, in Belgio al 3,3, in Svezia al 3,6. Ma se guardiamo all’intera Unione europea, capiamo come di tutto ci sarebbe bisogno, tranne che di bisticci da cortile. Ursula von der Leyen ha promesso di portare la spesa dell’Ue in ricerca al 3 per cento del pil entro il 2030. Ma era un impegno già preso per il 2020. Ed è comunque molto lontano da quanto fanno gli Stati Uniti, 3,59 per cento, Giappone, 3,41, Corea del Sud, 4,85. Ci batte anche la Cina, al 2,56 per cento contro una media Ue del 2,22.
Dalla riunione della Sorbona dovrebbe venire, più che una gara a chi si intesta l’idea di puntare sulla ricerca universitaria libera come patrimonio della democrazia, uno slancio per cambiare totalmente paradigma. Ci sono gap tecnologici che l’Unione europea non è più in grado di colmare: quello sull’intelligenza artificiale, o sui satelliti, lasciandoci costretti a chiederci di chi possiamo fidarci e fino a che punto. E quante regole dobbiamo mettere a guardia di quella fiducia. Ma in un mondo in cui le autocrazie avanzano e gli Stati Uniti si avvicinano a un modello in cui di democratico resta poco, l’occasione per il vecchio continente di spalancare le porte alla ricerca in moltissimi campi è reale. Accessibile. Sarebbe, non l’avesse avuta Macron, un’ottima idea. A patto di lavorare uniti per realizzarla, senza protagonismi e senza ripicche prive di senso.
È chiaro che, se serve un veicolo per attrarre “cervelli in fuga” dagli Stati Uniti, dopo i tagli miliardari di fondi alle università di eccellenza per tentare di controllare e limitare la ricerca da parte dell’amministrazione Trump, non può trattarsi di una piattaforma francese o italiana o tedesca. C’è il programma Horizon Europe, finanziato fino al 2027, che potrebbe essere uno strumento. E c’è la proposta fatta qualche settimana fa su questo giornale da Luigi Guiso e Claudio Michelacci, professori all’Einaudi Institute for Economics, e da Andreu Mas-Colell, della Barcelona School of Economics: potenziare il Consiglio europeo della Ricerca e creare la figura del professore Ue, “uno studioso di eccezionale statura internazionale, assunto formalmente come funzionario europeo e trattato alla pari con altri dipendenti dell’Ue”. Lasciare da parte le liti di cortile, pensare in grande, puntare davvero a una ricerca libera e democratica. Magari, tornando in Italia, cercando di invertire anche l’altro dato che ci vede sotto la media Ocse: quello dei laureati. Di chi porta in fondo gli studi. Siamo al 30,6 per cento contro una media Ue del 43,1. Anche su questo, bisognerebbe cambiare tutto. E magari fare come propone l’ex rettore di Bologna Ivano Dionigi nel suo Magister, in uscita nei prossimi giorni per Laterza: abolire il ministero dell’Istruzione e lasciare che l’interim lo prenda il prossimo presidente del Consiglio. Per renderla una priorità, come nessuno — fin qui — è stato capace di fare.