Il referendum del 8-9 giugno, in realtà scomposto in cinque quesiti, è già al centro della polemica politica. Si capisce perché: da tempo prevalgono i temi internazionali con la loro impronta drammatica e il senso di angoscia che portano con sé. Discutere dei temi referendari, dal lavoro ai requisiti per ottenere la cittadinanza, è un modo per agganciarsi a un’altra realtà, più vicina alla sensibilità popolare. E votare un referendum è semplice: sì, no, mi astengo. Dà un’idea di concretezza, offre il sottile piacere di saltare a piè pari le pastoie burocratiche e le lungaggini parlamentari. Chi non è troppo giovane, ricorderà poi l’età d’oro dei referendum: la stagione di Marco Pannella che seppe usare con audacia quest’arma strategica per imporre i diritti civili a un paese timido eppure al dunque determinato, al punto da aprire una nuova pagina nella propria storia.
Molte cose sono cambiate da allora. La strategia referendaria ha perso via via buona parte del suo fascino. Colpa di…
Il referendum del 8-9 giugno, in realtà scomposto in cinque quesiti, è già al centro della polemica politica. Si capisce perché: da tempo prevalgono i temi internazionali con la loro impronta drammatica e il senso di angoscia che portano con sé. Discutere dei temi referendari, dal lavoro ai requisiti per ottenere la cittadinanza, è un modo per agganciarsi a un’altra realtà, più vicina alla sensibilità popolare. E votare un referendum è semplice: sì, no, mi astengo. Dà un’idea di concretezza, offre il sottile piacere di saltare a piè pari le pastoie burocratiche e le lungaggini parlamentari. Chi non è troppo giovane, ricorderà poi l’età d’oro dei referendum: la stagione di Marco Pannella che seppe usare con audacia quest’arma strategica per imporre i diritti civili a un paese timido eppure al dunque determinato, al punto da aprire una nuova pagina nella propria storia.
Molte cose sono cambiate da allora. La strategia referendaria ha perso via via buona parte del suo fascino. Colpa di una classe politica che in qualche caso ha imparato a eludere il risultato delle urne. Ma anche responsabilità di chi ha proposto talvolta quesiti troppo complessi, difficili da comprendere anche a causa del carattere abrogativo dell’istituto: per cui il “no” diventa “sì” e il “sì” va reso con un “no”. Ora siamo arrivati, per fortuna, a cinque punti chiari che non consentono equivoci. Ma il tempo trascorso non ha rivitalizzato il sistema referendario. E infatti il vero dubbio non è se vincerà il “sì” (secondo la volontà dei proponenti) oppure il “no”. Il vero duello è tra il “sì” e l’astensione. Chi sostiene il “sì” — da Elly Schlein a Landini a Magi di +Europa — ha già cominciato a fare campagna contro il fronte astensionista. Sul piano politico è non solo legittimo, ma doveroso. Chi vota “no” e va al seggio spinge in alto il “quorum”, verso il traguardo del 50% più uno, senza avere peraltro speranze di vittoria. È chiaro che i referendari vorrebbero tutti i “no” alle urne. Tuttavia l’astensione ha la stessa dignità della scheda messa nell’urna.
È un punto difficile da ammettere, ma è così. Quando Antonio Tajani, astensionista, cita una dichiarazione di Giorgio Napolitano, non ha torto. I costituenti previdero un “quorum” per la validità del singolo referendum (appunto il 50% più uno) proprio perché misero sullo stesso piano coloro che avevano le idee chiare e quanti invece, per una qualsiasi ragione, avevano il diritto di non farsi coinvolgere in una scelta netta. In poche parole, il referendum è un istituto ben distinto dal voto politico o amministrativo. Va anche detto che insistere troppo sull’astensionismo, a un mese dalla scadenza, è una prova di relativa debolezza. In passato si ostentava la forza delle idee alla base di questo o quel referendum, supponendo che fossero esse a spingere i cittadini verso il voto. Ora si dà quasi per scontato che il “quorum” non sarà raggiunto e ci si prepara alle polemiche contro il governo di destra che boicotta la consultazione sui media e in altre forme.
La campagna diventa uno strumento per misurarsi sul campo. In altre parole, se l’arcipelago del “sì” toccasse, ad esempio, il 45% — quindi sotto il quorum, ma con una percentuale discreta — si direbbe che quella massa, prodotta da un’intesa allargata a sinistra, è pronta a scagliarsi contro la coalizione di governo alla prima occasione. Non è detto che il calcolo sia giusto, ma il Pd ha necessità di far dimenticare che le norme sul “jobs act” erano state votate, anzi proposte a suo tempo, proprio dal partito allora di Renzi e oggi di Schlein. Quanto a Landini, potrebbe dichiararsi il vincitore morale della gara, avendo mobilitato nelle urne svariati milioni di italiani. In apparenza sconfitto, in pratica quasi il nuovo leader politico di una certa sinistra.