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Ricerca, cosa serve all’Europa

Parigi, 5 maggio: Ursula von der Leyen e Emmanuel Macron al summit sulla ricerca alla Sorbona (afp)

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Il rientro dei cervelli deve diventare lo strumento per favorire la nascita di centri di eccellenza accademica nell’Unione europea. I ricercatori devono poter contare su condizioni stabili, con accesso alle risorse necessarie per arricchire l’ecosistema dell’innovazione
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L’attacco frontale dell’amministrazione Trump alle migliori università americane ha offerto all’Europa l’opportunità di attrarre quel talento che, per decenni, il nostro continente ha visto migrare verso l’altra sponda dell’Atlantico. Diversi governi europei hanno colto questa occasione.

La ministra Anna Maria Bernini ha stanziato 50 milioni di euro per finanziare ricercatori vincitori dei prestigiosi bandi dell’European Research Council (Erc) attualmente residenti non in Italia. La Spagna ha avviato il programma Atrae 2025 con un budget di 135 milioni di euro in tre anni per attrarre scienziati di punta. I Paesi Bassi e la Francia hanno annunciato misure simili, mentre la presidente della Commissione, Ursula von der Leyen, ha presentato un pacchetto da 500 milioni di euro per il triennio 2025-2027.

Pur trattandosi di segnali incoraggianti, queste iniziative restano, per ora, sussidi temporanei mirati a favorire il rientro dei cervelli, in particolare di quelli attualmente basati ne…

L’attacco frontale dell’amministrazione Trump alle migliori università americane ha offerto all’Europa l’opportunità di attrarre quel talento che, per decenni, il nostro continente ha visto migrare verso l’altra sponda dell’Atlantico. Diversi governi europei hanno colto questa occasione.

La ministra Anna Maria Bernini ha stanziato 50 milioni di euro per finanziare ricercatori vincitori dei prestigiosi bandi dell’European Research Council (Erc) attualmente residenti non in Italia. La Spagna ha avviato il programma Atrae 2025 con un budget di 135 milioni di euro in tre anni per attrarre scienziati di punta. I Paesi Bassi e la Francia hanno annunciato misure simili, mentre la presidente della Commissione, Ursula von der Leyen, ha presentato un pacchetto da 500 milioni di euro per il triennio 2025-2027.

Pur trattandosi di segnali incoraggianti, queste iniziative restano, per ora, sussidi temporanei mirati a favorire il rientro dei cervelli, in particolare di quelli attualmente basati negli Stati Uniti.

Il 23 maggio a Bruxelles si riunirà il Consiglio competitività (ricerca e spazio) che raccoglie i ministri europei della Ricerca. Al centro del dibattito ci sarà la valutazione intermedia di Horizon Europe — il programma di punta dell’Ue per la ricerca e l’innovazione — e la discussione sul relativo bilancio per il 2028-2034.

È quello il momento per chiedersi se gli interventi finora adottati siano davvero sufficienti. Che cosa manca all’accademia europea per diventare un punto di riferimento globale nell’innovazione e nella costruzione di un benessere europeo condiviso?

Nel rispondere due considerazioni preliminari sono d’obbligo. La prima: se è vero che le difficoltà del sistema accademico statunitense rappresentano un’opportunità per l’Europa, è altrettanto vero che i limiti della scienza europea sono profondi e preesistenti. Il continente si distingue per la qualità media delle sue università, ma fatica a competere ai vertici. Secondo il Nature Index 2024 solo tre atenei dell’Unione figurano tra i primi cinquanta al mondo, contro 22 della Cina e 19 del Nord America.

Questa fragilità minaccia la leadership tecnologica dell’Europa, non solo rispetto agli Stati Uniti ma anche nei confronti della Cina. Il divario non è simbolico: oggi l’innovazione globale si concentra su grandi poli nati intorno a centri di ricerca di grande calibro. I primi dieci poli generano da soli circa due terzi dei brevetti mondiali.

La seconda: il rientro dei cervelli deve diventare lo strumento per favorire la nascita di centri di eccellenza accademica in Europa. I ricercatori di fama mondiale devono poter contare su condizioni stabili e durature, con accesso alle risorse finanziarie e infrastrutturali necessarie per arricchire l’ecosistema europeo della ricerca e dell’innovazione.

Basti pensare a Paul Samuelson, che negli anni Quaranta trasformò il dipartimento di Economia del Mit in un faro mondiale della disciplina, o al nostro Edoardo Amaldi, che negli anni Cinquanta contribuì a fondare l’Istituto nazionale di Fisica nucleare e il Cern e fu tra i promotori di Esro, precursore dell’odierna Agenzia spaziale europea. Figure visionarie che non solo produssero scienza d’avanguardia, ma crearono istituzioni capaci di attrarre generazioni di studiosi e formare studenti di straordinaria qualità.

Favorire il rientro dei talenti dall’estero è importante ma non basta a far emergere istituzioni accademiche di eccellenza. Il rapporto Draghi avanza tre raccomandazioni strutturali, complementari alle iniziative in campo. La prima riguarda il rafforzamento dei bandi dell’European Research Council. Oggi finanzia un numero limitato di ricercatori: l’obiettivo è raddoppiarli, così da rendere l’ecosistema europeo più attrattivo per la ricerca di frontiera.

In secondo luogo attrarre talento non basta, bisogna trattenerlo. Le istituzioni di ricerca europee, finanziate con fondi pubblici, faticano a offrire retribuzioni competitive una volta esauriti i sussidi per il rientro dei cervelli. Per questo il rapporto propone la creazione della figura del Professore Ue, scienziati di indiscussa qualità assunti come funzionari europei e integrati nelle università secondo criteri rigorosi e trasparenti.

Infine il rapporto propone un nuovo programma Erc per le Istituzioni (Erc-I) volto a sostenere i centri europei decisi ad affermarsi come strutture all’avanguardia su scala globale.

Questi tre pilastri si rafforzano a vicenda. Per quanto riguarda l’Italia, il nostro Paese dispone di un regime fiscale favorevole per il rientro dei cervelli che ha dato prova di funzionare. È però fondamentale garantirne la stabilità nel tempo. Chi sta valutando di rinunciare a una cattedra a Stanford si chiederà se lo sconto fiscale possa essere revocato prima della scadenza: anche solo il dubbio rischia di farlo desistere.

Secondo, anziché offrire premi aggiuntivi per attrarre vincitori di bandi Erc da altri Paesi europei, sarebbe più efficace puntare sui ricercatori che, pur non avendo ottenuto il finanziamento, si sono collocati a un passo dal successo e sono altrettanto meritevoli.

Terzo, questi programmi andrebbero integrati in quello per la promozione dei dipartimenti di eccellenza: l’obiettivo deve essere quello di elevare la qualità delle istituzioni di ricerca, di cui il dipartimento è il nucleo elementare.

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