Il Papa e l’America al contrario
di Massimo GianniniSanta Messa pro Ecclesia celebrata dal Romano Pontefice Leone XIV con i Cardinali
(ansa)Se non suonasse blasfemo, verrebbe da dire che alla fine anche lo Spirito Santo si è conformato al dogma dell’America First che aleggia sul mondo. La bandiera a stelle e strisce che sventola sulla Casa Bianca ora svetta anche sulla Santa Sede. È davvero il secolo americano, se per la prima volta nella storia millenaria della Chiesa un papa statunitense diventa vicario di Cristo, proprio nel tempo in cui Donald Trump si autoproclama “Presidente in missione per conto di Dio”. Sarebbe troppo riduttivo far scivolare un evento di portata universale e spirituale — come l’elezione del pontefice della Cristianità — sul piano “umano, troppo umano” dell’antagonismo tra due autorità che non condividono nulla se non la nazionalità originaria. Ma oggi è soprattutto questo che colpisce, se non i credenti senz’altro i non credenti: la contrapposizione valoriale tra il tycoon di New York e il papa di Chicago. La coabitazione virtuale tra un ateo devoto che abusa del divino per imporre al suo Paese e …
Se non suonasse blasfemo, verrebbe da dire che alla fine anche lo Spirito Santo si è conformato al dogma dell’America First che aleggia sul mondo. La bandiera a stelle e strisce che sventola sulla Casa Bianca ora svetta anche sulla Santa Sede. È davvero il secolo americano, se per la prima volta nella storia millenaria della Chiesa un papa statunitense diventa vicario di Cristo, proprio nel tempo in cui Donald Trump si autoproclama “Presidente in missione per conto di Dio”. Sarebbe troppo riduttivo far scivolare un evento di portata universale e spirituale — come l’elezione del pontefice della Cristianità — sul piano “umano, troppo umano” dell’antagonismo tra due autorità che non condividono nulla se non la nazionalità originaria. Ma oggi è soprattutto questo che colpisce, se non i credenti senz’altro i non credenti: la contrapposizione valoriale tra il tycoon di New York e il papa di Chicago. La coabitazione virtuale tra un ateo devoto che abusa del divino per imporre al suo Paese e al Pianeta la “Dottrina Maga” e il successore di Pietro che viene da quello stesso Paese ma che, come ha detto lui stesso nella prima omelia, userà il suo ministero per contrastare l’ateismo di chi svilisce “Gesù a superuomo”.
Dal punto di vista teologico, servirà tempo per capire chi è davvero Leone XIV, se e in che misura seguirà il solco tracciato da Francesco o invece pascolerà altrove il suo gregge. La lingua dei segni dice l’evidente discontinuità: dalla mozzetta al latino, tutto allude al recupero di un’ortodossia formale e istituzionale che il predecessore aveva liquidato in un amen. Le cose dette riflettono invece una persistente continuità: l’appello a una pace disarmata e disarmante, l’ancoraggio al Vangelo, il richiamo alla sinodalità. La sintesi più convincente sarebbe quella che lo stesso Prevost ha proposto, quando ha evocato l’urgenza di “costruire ponti”. Il ponte è lui stesso: tra modernità e tradizione, religioni e nazioni, Chiesa-istituzione e Chiesa-comunità, Chiesa delle gerarchie e Chiesa degli ultimi. Sicuramente non sentiremo più il Santo Padre che dice “sono solo un prete, un pastore che vuole sentire l’odore delle sue pecore” e che preferisce “una Chiesa povera, accidentata, ferita e sporca perché è uscita per strada”. Probabilmente non lo vedremo più in tonaca bianca uscire a piedi per comprare gli occhiali, girare su una 500, dormire a Santa Marta. E forse nemmeno piangere a Lampedusa di fronte ai corpi dei migranti annegati, o baciare i piedi dei carcerati nell’inferno di Regina Coeli. Prevost non sembra scelto per questo: ma per tenere unite le anime della Chiesa, ricucire gli strappi nella Curia, curare l’emorragia anglicana d’oltre Atlantico, fare le riforme di Francesco senza l’impeto dirompente di Francesco. Un papa curiale, più che un papa pastore.
Dal punto di vista geo-politico, viceversa, il quadro è molto diverso. E qui torniamo alle radici comuni dei due uomini che — in conflitto, loro malgrado — incarnano il massimo del potere spirituale e il massimo del potere temporale. Leone XIV è simbolo vivente di una Pastorale Americana inconciliabile con l’ideologia trumpiana. Modello per tutti i leader delle tecno-destre al comando, The Donald sfrutta la religione come instrumentum regni. Ha detto che nell’attentato di Butler prima delle elezioni “Dio ha deviato il proiettile”, per consentirgli di restare vivo e rifare grande l’America. Ha pregato nello studio ovale con i pastori anglicani riuniti davanti alla Bibbia. Ha posato in abiti papali nella foto ritoccata dall’intelligenza artificiale. Ha lanciato l’opa sul Vaticano presentandosi con Melania a Roma per i funerali di Bergoglio. E su Truth ha salutato Prevost rivendicando “l’onore” del primo papa americano della Storia. Il commander in chief adotta Dio come scudo etico-morale, per coprire la “politica della crudeltà” con la quale da 105 giorni fa strage sistematica dei principi costituzionali e dei diritti fondamentali. Prevost, prima della consacrazione, aveva già censurato l’ipocrisia del trumpismo, quando un Jd Vance folgorato sulle vie dell’Ohio aveva giustificato le mostruose deportazioni dei clandestini con l’ordo amoris di Sant’Agostino, e l’ancora prefetto del Dicastero per i Vescovi gli aveva spiegato in un tweet che “Gesù non ci chiede di fare la classifica del nostro amore per gli altri”.
Ora — persino al di là delle sue intenzioni — il Papa di Chicago può diventare l’icona di un’ “altra America” rispetto a quella forgiata nell’odio da Trump, pur essendoci nato e cresciuto a sua volta. E proprio per questo può risultare più credibile di Francesco, Pontefice venuto “dalla fine del Mondo”, cioè da un Sud Globale molto inter-confessionale e poco occidentale. Dalle guerre militari a quelle commerciali, dalla ferocia delle strategie migratorie al braccio violento della legge, dall’intolleranza xenofoba ai tagli indiscriminati dell’UsAid, cha affamano proprio i popoli ai quali Prevost si è dedicato da missionario in Perù. Le faglie tra le “due Americhe” sono infinite. Non ultima la volontà di potenza dei colossi digitali che oggi governano gli Usa insieme a The Donald: pensava a loro, il nuovo Papa, nella sua predica alla messa pro-Ecclesia, quando ha denunciato tutti coloro che, alla fede, preferiscono “altre sicurezze, come la tecnologia, il denaro, il successo, il potere, il piacere”. Nella spudorata commistione tra sacro e profano operata dai falchi repubblicani, Leone XIV rimette la Chiesa al centro del villaggio. Si riprende Dio, disarmandolo e sottraendolo all’arsenale del Trumpismo. E che lo voglia o meno, argina il tentativo dei falsi “chierici” che puntano a sostituire il cristianesimo del Vangelo con il “cristianismo” della Casa Bianca.
Si può essere laici o cattolici, ma si fatica a non vedere un disegno nelle scelte di questa istituzione millenaria in crisi profonda, di senso e di consenso, che resiste all’usura del Tempo e reagisce all’abiura del Moderno. Sarà solo un caso, se i porporati in Conclave votarono nel 1978 un papa polacco che propiziò il crollo del Muro e dell’Unione Sovietica, nel 2005 un papa tedesco che si schierò contro il Jihadismo e il relativismo, nel 2013 un papa argentino che si è caricato sulle spalle la croce dei poveri della Terra schiantati dal capitalismo globale. Oggi tocca al papa americano, assiso sul trono pietrino di fronte un suo connazionale che si spartisce il mondo a tavolino insieme all’autocrate Putin, che vuole trasformare Gaza insanguinata nella Miami del Medioriente, che fa arrestare gli studenti in piazza e i giudici nelle aule delle corti federali, che discrimina tutte le minoranze e deporta i profughi in catene nelle nuove Guantanamo del Salvador. Qui c’è chi esulta, perché col passaggio da Bergoglio a Prevost finalmente finiscono “dodici anni di tiritere e filastrocche pauperiste e buongiorno e buonasera”. Ma a Mar-a-Lago, per gli stessi motivi, non si fa festa. Laura Loomer, attivista Maga, schiuma rabbia contro “un altro burattino marxista in Vaticano”. E Steve Bannon, principe delle Tenebre sovraniste, accusa “la Chiesa profonda, che ha scelto un papa anti-Trump”. Appunto. Make Jesus Great Again.