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Il Dio degli eserciti e il vitello d’oro

I volenterosi scendono a Kiev dal Bravery Exoress 

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Mentre Meloni è alle prese con le contraddizioni sue e della destra, nasce una domanda: qual è il posto dell’Italia in questo scenario
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Mancava vistosamente qualcosa, nella fotografia di Macron, Starmer e Merz in viaggio verso Kiev, su quel treno che collega l’Europa al destino dell’Ucraina dopo tre anni di occupazione e di guerra con la Russia. Tre anni fa, un’altra istantanea nello stesso vagone aveva inquadrato il presidente francese con Mario Draghi, Capo del governo italiano, e con Olaf Scholz, cancelliere tedesco, mentre portavano la solidarietà dell’Europa a Zelensky. Oggi Macron è ancora al centro della scena, Merz ha sostituito Scholz confermando subito il pieno sostegno militare e politico all’Ucraina, e il dramma della guerra in Europa tra Est e Ovest ha riportato la Gran Bretagna con Keir Starmer a fianco di Francia e Germania, nonostante la Brexit. Il mondo ha fatto un giro, il ciclone Trump si è abbattuto sull’Occidente, Putin ha celebrato l’anniversario della Vittoria nella “guerra patriottica” radunando sulla Piazza Rossa i leader di una tentazione contro-occidentale: e intanto l’Italia è scesa dal tre…

Mancava vistosamente qualcosa, nella fotografia di Macron, Starmer e Merz in viaggio verso Kiev, su quel treno che collega l’Europa al destino dell’Ucraina dopo tre anni di occupazione e di guerra con la Russia. Tre anni fa, un’altra istantanea nello stesso vagone aveva inquadrato il presidente francese con Mario Draghi, Capo del governo italiano, e con Olaf Scholz, cancelliere tedesco, mentre portavano la solidarietà dell’Europa a Zelensky. Oggi Macron è ancora al centro della scena, Merz ha sostituito Scholz confermando subito il pieno sostegno militare e politico all’Ucraina, e il dramma della guerra in Europa tra Est e Ovest ha riportato la Gran Bretagna con Keir Starmer a fianco di Francia e Germania, nonostante la Brexit. Il mondo ha fatto un giro, il ciclone Trump si è abbattuto sull’Occidente, Putin ha celebrato l’anniversario della Vittoria nella “guerra patriottica” radunando sulla Piazza Rossa i leader di una tentazione contro-occidentale: e intanto l’Italia è scesa dal treno, non fa parte di quella pattuglia di testa che guida l’Europa dei valori, degli ideali e della solidarietà, avanguardia di una responsabilità generale che dovrà necessariamente farsi carico anche di una difesa militare della libertà e della democrazia occidentale.

Giorgia Meloni, come altri leader, si è collegata via video all’incontro tra Zelensky e i “volenterosi”, che hanno avuto un colloquio telefonico anche con Donald Trump. La premier non ha mai fatto mancare il suo appoggio all’Ucraina, scegliendo fin dall’inizio una posizione marcatamente atlantica che le ha subito aperto le porte della Casa Bianca di Joe Biden. Ma l’avvento di Trump ha in qualche misura raffreddato l’impegno del governo italiano, lasciando l’impressione che la manopola regolatrice della temperatura del nostro rapporto con Kiev sia oggi nelle mani di Washington. Nessun segno di disimpegno da una linea solidale che è stata fin qui coerente e sincera: ma è come se Giorgia Meloni fosse al bivio tra la politica di piena responsabilità e condivisione dei “volenterosi” europei nei confronti dell’Ucraina e l’ideologia imperiale di Trump che rifiuta lo status di aggressore e dunque di avversario per Putin, perché non accetta più di valutare gli eventi e i loro protagonisti col canone della liberal-democrazia.

Una posizione scomoda per Meloni, che deve sciogliere il nodo di fondo della sua avventura politica, quello che mette in contraddizione la sua natura di leader di una destra estrema e il suo ruolo di capo del governo di un Paese fondatore dell’Unione Europea. Ovunque oggi le pulsioni radicali della nuova destra puntano a fuoruscire dai vincoli e dalle regole della democrazia liberale per sperimentare una nuova verticalità del potere che metta direttamente a contatto l’elettore con l’eletto, superando i controlli e le garanzie dello Stato di diritto: per cercare dopo la conquista del governo quote supplementari di potere fuori dalla Costituzione, con una rottura finale del sistema che segna l’inizio di una nuova era. Trump ha dato una legittimazione imperiale a questa torsione del meccanismo democratico, terremotando l’ordinamento esistente per fondare un nuovo ordine mondiale basato sulla forza e non più sul diritto e sui diritti.

Mentre Meloni è alle prese con le contraddizioni sue e della destra, nasce una domanda che ci riguarda tutti: qual è il posto dell’Italia in questo scenario in drammatico movimento? Nell’iconografia del vertice di Kiev, ieri, la Polonia ha fisicamente sostituito l’Italia in prima fila tra i Paesi schierati con l’Ucraina, con il premier Donald Tusk a fianco di Macron, Merz, Starmer e Zelensky nell’omaggio ai caduti nella resistenza all’invasore. La premier italiana ha appoggiato la proposta avanzata da Trump e fatta propria ieri dai “volenterosi” per una tregua immediata e senza condizioni di un mese: un cessate il fuoco che potrebbe diventare finalmente la base concreta di un negoziato diretto tra Kiev e Mosca, con la mediazione di Washington e Bruxelles. Ma la presenza dei leader nella capitale ucraina in piena guerra dà a quel vertice il carattere di un impegno morale e non solo politico, come se nel gruppo ristretto dei volenterosi si fosse rifugiato il concetto di Occidente, scampato all’incendio trumpiano ai fondamenti liberali della democrazia.

È un Occidente zoppicante, mentre cerca di recuperare la sua fisionomia con l’Europa e l’America che faticosamente (e forse solo provvisoriamente) si ritrovano allineate insieme con l’Ucraina nella proposta di tregua: assorbendo l’effetto politico della sbandata di Trump, spinto dal suo istinto autoritario a privilegiare il rapporto imperiale con Putin rispetto alla solidarietà politica con Zelensky. Resta aperta la crisi dei dazi, con la guerra commerciale dichiarata dal presidente americano all’intero universo, sparando senza prendere la mira, salvo poi recuperare nelle trattative bilaterali scalando le percentuali del diktat, ma lasciando nelle borse e nel pil il segno marcato dell’incertezza e della precarietà. Non si sa quale sarà il prossimo fronte trumpiano, nella strategia evidente di un sovvertimento continuo del sistema che dovrebbe governare. È come se un uomo guidasse contromano su Main Street, seminando il panico.

Tuttavia, qualcosa si muove. Quello stesso istinto egolatrico del presidente americano gli consiglia di evitare brutte figure uscendo dalla gabbia del rapporto esclusivo con Putin per giocare la partita su un tavolo più ampio, con la presenza di Zelensky e dell’Europa che rilanceranno l’idea di una pace giusta, rifiutando di firmare una capitolazione. A quel tavolo, metaforicamente, da oggi c’è una presenza in più: quella di Papa Leone, che dovrà riempire di impegno e di contenuto l’invocazione insistita della pace messa alla base del suo pontificato. Così Trump, che era convinto di aver arruolato il Dio degli eserciti al servizio della sua missione carismatica, rischia di veder svelata la realtà della sua adorazione del vitello d’oro da parte del primo Papa americano, in un testa-coda benedetto della storia.

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