In Turchia per un faccia a faccia con Putin, giovedì prossimo: Zelensky non si tira indietro, e almeno una tregua sembra ora più vicina. Le pressioni americane, la compattezza degli europei, il dispendio di forze in oltre tre anni di guerra e, non ultimo, l’appello del pontefice sembrano avere aperto una breccia. Papa Leone XIV ha scelto le parole del suo predecessore Francesco per denunciare lo scenario drammatico di una «terza guerra mondiale a pezzi» e rivolgere ai Grandi del mondo l’appello per una pace «autentica, giusta, duratura», che metta fine alle sofferenze «dell’amato popolo ucraino». La scelta degli aggettivi è ben calibrata; per comprenderne il senso, non occorre risalire alle passate prese di posizione del vescovo Robert Francis Prevost sul conflitto: un’invasione, diceva, una guerra di conquista, scatenata per motivi di potere.
Il pontefice ha chiesto un immediato cessate il fuoco anche a Gaza, la liberazione degli ostaggi e i soccorsi a una popolazione civile ormai s…
In Turchia per un faccia a faccia con Putin, giovedì prossimo: Zelensky non si tira indietro, e almeno una tregua sembra ora più vicina. Le pressioni americane, la compattezza degli europei, il dispendio di forze in oltre tre anni di guerra e, non ultimo, l’appello del pontefice sembrano avere aperto una breccia. Papa Leone XIV ha scelto le parole del suo predecessore Francesco per denunciare lo scenario drammatico di una «terza guerra mondiale a pezzi» e rivolgere ai Grandi del mondo l’appello per una pace «autentica, giusta, duratura», che metta fine alle sofferenze «dell’amato popolo ucraino». La scelta degli aggettivi è ben calibrata; per comprenderne il senso, non occorre risalire alle passate prese di posizione del vescovo Robert Francis Prevost sul conflitto: un’invasione, diceva, una guerra di conquista, scatenata per motivi di potere.
Il pontefice ha chiesto un immediato cessate il fuoco anche a Gaza, la liberazione degli ostaggi e i soccorsi a una popolazione civile ormai stremata, e ha espresso soddisfazione per l’accordo raggiunto fra India e Pakistan: la pace «disarmata e disarmante» invocata la sera della sua elezione ha un valore universale. Ma là, dove lo scenario si è rimesso in moto, la breve allocuzione domenicale del papa prende indubbiamente un peso maggiore.
È, in effetti, questione di peso. Quello acquistato dall’iniziativa diplomatica di Francia, Germania, Regno Unito e Polonia giunti sabato a Kiev per chiedere una tregua di trenta giorni. Non di soli auspici vive una proposta diplomatica, che anzi è credibile per quanto è sostenuta con determinazione. È quel che finalmente è apparso ieri: Macron, Starmer e Merz, con il polacco Tusk, portavano in dote all’Ucraina la promessa di nuovi aiuti — per offrirle «la chance di continuare a difendersi», ha detto senza mezzi termini il cancelliere tedesco –, l’impegno per nuove e più severe sanzioni contro Mosca, e infine l’appoggio degli Usa, che per bocca di Keith Kellogg hanno dato il loro assenso: prima il cessate il fuoco, ha detto il plenipotenziario di Trump, poi la trattativa. Putin ha capito che. forse, margini per tergiversare ancora, provando a dividere il campo avversario per continuare la lenta avanzata sul terreno, non ve ne sono più.
Macron, Starmer, Merz sul Bravery Express: l'arrivo a Kiev in treno per chiedere una tregua a Mosca
Quanto all’Italia, il nostro presidente del Consiglio non era sul treno per Kiev, come fu invece con Draghi, ma solo in videoconferenza: quanto convintamente Meloni abbia appoggiato le iniziative dei volenterosi non è dato sapere, ma una cosa è certa, che ha clamorosamente mancato un’occasione. Perché è da lì, da quel treno, che può ripartire l’Occidente.
Si scrive la parola, in verità, tra molti dubbi. Non solo perché diversi sono i significati di Occidente, sul piano storico, culturale e politico, ma perché dal giorno della (seconda) elezione di Trump, si è fatta improvvisamente insicura quella convergenza di interessi e ideali fra vecchio e nuovo Continente che fino al giorno prima si dava per scontata. La lunga guerra nel cuore dell’Europa ha messo a dura prova gli indirizzi strategici di un’alleanza che deve evidentemente ripensarsi ma che — ormai è chiaro — non può farlo abbandonando l’Ucraina al suo destino. Al contrario: intanto starà ancora in piedi, in quanto avrà saputo rinsaldarsi nella difesa di Kiev.
Ovviamente, non basta una visita di ventiquattr’ore nella capitale ucraina per ridare di colpo forma e sostanza a un’alleanza. Però aiuta. Aiuta anche vedere chi, nelle stesse ore, assisteva a fianco di Putin alla parata celebrativa della vittoria sovietica nel secondo conflitto mondiale: non solo l’habitué, il bielorusso Lukashenko, o i rappresentanti delle repubbliche asiatiche satelliti — dal Kazakistan al Tagikistan, passando per il Kirghizistan e l’Uzbekistan — ma anche la Cina di Xi Jinping, il Brasile di Lula e l’Egitto di al-Sisi (e la Slovacchia di Robert Fico, paese membro dell’Ue, a riprova che le cose non sono mai semplici, lineari e nette). Se queste sono le fotografie che si sono potute scattare nel fine settimana — il Papa al balcone del Palazzo Apostolico, Putin con la coccarda, sulla piazza Rossa, insieme alle cinquanta sfumature dell’autoritarismo, fra ibride democrature e schiette autocrazie, e infine gli europei con Zelensky, sul treno per Kiev — allora si fa perlomeno più chiara la posta in gioco. Certo, sia Trump che Meloni sono stati sentiti soltanto al telefono, e non sono quindi venuti nella foto. Ma se questa volta li si è notati di meno, non è detto affatto che sia stato un male.