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Caso Depardieu, senza consenso è sempre violenza

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La cultura dello stupro non è fatta solo di stupri. È fatta di complicità, di silenzi, di sguardi voltati dall’altra parte. Ma sentenze come questa ci dicono che qualcosa sta cambiando
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Era il 2021 quando Gérard Depardieu, sul set di un film di Jean Becker, molestò due donne: una scenografa e un’assistente alla regia. Quattro anni dopo l’ondata del #MeToo l’attore continuava a comportarsi come se fosse del tutto normale palpeggiare una donna senza il suo consenso. Normale, soprattutto, se quella donna è più giovane e professionalmente subordinata.

Denunciato dalle vittime, Depardieu ha ribadito più volte durante il processo la sua incomprensione — o il suo rifiuto — nei confronti delle accuse. Ha sostenuto che non si trattava di niente di grave, che sedurre è un conto e stuprare un altro. E che, in fondo, non aveva fatto nulla di male. «Non ha dimostrato di capire cosa sia il consenso», hanno spiegato i giudici condannandolo a 18 mesi di carcere (con sospensione della pena).

Ecco, forse è proprio qui che si annida il cuore del problema. In quel fraintendimento che continua a ripetersi, ostinato e violento, soprattutto quando ad agire è un uomo celebre, potente, ab…

Era il 2021 quando Gérard Depardieu, sul set di un film di Jean Becker, molestò due donne: una scenografa e un’assistente alla regia. Quattro anni dopo l’ondata del #MeToo l’attore continuava a comportarsi come se fosse del tutto normale palpeggiare una donna senza il suo consenso. Normale, soprattutto, se quella donna è più giovane e professionalmente subordinata.

Denunciato dalle vittime, Depardieu ha ribadito più volte durante il processo la sua incomprensione — o il suo rifiuto — nei confronti delle accuse. Ha sostenuto che non si trattava di niente di grave, che sedurre è un conto e stuprare un altro. E che, in fondo, non aveva fatto nulla di male. «Non ha dimostrato di capire cosa sia il consenso», hanno spiegato i giudici condannandolo a 18 mesi di carcere (con sospensione della pena).

Ecco, forse è proprio qui che si annida il cuore del problema. In quel fraintendimento che continua a ripetersi, ostinato e violento, soprattutto quando ad agire è un uomo celebre, potente, abituato da decenni a non rendere conto delle proprie azioni. Il nodo, ancora una volta, è il consenso. Che non è affatto un concetto oscuro o controverso, come molti cercano di far credere.

È semplice, in fondo: senza consenso, c’è solo sopraffazione. Eppure, a quasi dieci anni dall’esplosione del movimento #MeToo, c’è ancora chi si ostina a minimizzare, a ridurre tutto a un eccesso di zelo, a una caccia alle streghe, a un’isteria collettiva. Si finge di non sapere, si ride, si relativizza, si confonde la seduzione con l’aggressione, la libertà con l’impunità.

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Certo è fondamentale distinguere. Nessuno mette sullo stesso piano un fischio per strada e uno stupro. Se tutto è violenza, niente è violenza. Ma esiste un continuum che attraversa le vite delle donne e che ha un nome preciso: cultura dello stupro. Una cultura fatta di frasi buttate lì (“ma dai, era solo un complimento”), di allusioni, di mani che si allungano dove non dovrebbero, di silenzi colpevoli.

E tutto comincia da lì: da una battuta sessista che nessuno contesta, da una risata di troppo davanti a un gesto volgare. Da quel momento in poi ogni passo è un potenziale scivolamento verso l’annullamento dell’altro, verso la cancellazione del suo desiderio o del suo rifiuto.

Il punto, oggi, non è solo dare voce alle vittime. È impedire che quelle molestie, quelle battute, quegli abusi continuino ad accadere. È insegnare, finalmente, che il desiderio non è una forza primitiva, indomabile, che trasforma l’uomo in un animale o in un mostro.

Non esiste nessun mostro. Esistono solo uomini cresciuti nella convinzione che il proprio piacere venga prima di tutto e che la volontà altrui sia un dettaglio negoziabile. È qui che l’educazione gioca un ruolo cruciale. È qui che si misura la distanza tra una società civile e una che ancora tollera, giustifica. La violenza comincia sempre nello stesso punto: quando smettiamo di guardare l’altro, di ascoltarlo, di riconoscerlo.

Parlare di consenso non significa demonizzare il desiderio o sterilizzare le relazioni. Non si tratta di spegnere le pulsioni o incasellare ogni gesto in un regolamento. Si tratta, molto più semplicemente, di ricordare che in ogni relazione — anche la più breve, anche la più informale — ci sono almeno due soggettività. Ci sono io e ci sei tu. Il mio desiderio e il tuo. La mia libertà e la tua. E tutte contano allo stesso modo. I conflitti che nascono persino dentro le coppie — quando una donna si schiera con le vittime e l’uomo sbuffa lamentando che ormai non si possa più nemmeno sedurre — dicono quanto siamo ancora lontani dal comprendere cosa significhi davvero mettersi nei panni dell’altro.

A rendere tutto più complicato, talvolta, è anche la voce di alcune donne che, in nome di una presunta libertà assoluta, finiscono per legittimare il dominio maschile. Basti pensare al celebre manifesto pubblicato su Libération nel gennaio 2018, dove alcune scrittrici e attrici francesi rivendicavano “il diritto di essere molestate”. Ma che libertà è quella che nega la protezione a chi non ha il potere di difendersi? Come può una giovane assistente alla regia opporsi alle avance di un attore celebre? Come può una studentessa dire di no al professore che la molesta? È qui che la disparità diventa violenza. È qui che il potere si trasforma in abuso.

La cultura dello stupro non è fatta solo di stupri. È fatta di complicità, di silenzi, di sguardi voltati dall’altra parte. Ma sentenze come quella contro Depardieu ci dicono che qualcosa sta cambiando. Lentamente, certo. Con fatica. Ma il vento ormai è girato. E gli uomini — tutti, non solo quelli famosi — dovranno prima o poi farsene una ragione: senza consenso non ci può essere alcuna relazione. Senza consenso è solo prevaricazione e abuso. È, comunque e sempre, violenza.

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