Voltando le spalle al palco, lo spettacolo è il pubblico. Migliaia e migliaia di persone. Ragazzi seduti a terra a leggere un libro ma non lo stesso libro, come succede nei gruppi di lettura: ciascuno il suo. Seduti in cerchio, telefoni spenti. Siete un’associazione? No, no. Non ci conosciamo. Quindi come funziona? Niente. Uno si siede, arrivano gli altri e si siedono accanto. Così. È semplice.
È semplice in effetti. Cosa c’è poi di così strano nel vedere un auditorium da milletrecento persone stracolmo di ventenni, almeno quattrocento sono rimasti fuori, perché c’è Francesco Costa che dialoga con Cecilia Sala e parlano di guerre, di equilibri di potere, parlano di Gaza e dell’abominio sotto i nostri occhi — applausi interminabili.
Anche il Papa, mentre si intronizza, parla dei bambini e delle famiglie di Gaza ridotte alla fame. Qui non ci sono troni. Qui ci sono persone che fanno due ore di fila per sentire qualcuno di cui hanno fiducia, qualcuno a cui credono.
Ci sono famigl…
Voltando le spalle al palco, lo spettacolo è il pubblico. Migliaia e migliaia di persone. Ragazzi seduti a terra a leggere un libro ma non lo stesso libro, come succede nei gruppi di lettura: ciascuno il suo. Seduti in cerchio, telefoni spenti. Siete un’associazione? No, no. Non ci conosciamo. Quindi come funziona? Niente. Uno si siede, arrivano gli altri e si siedono accanto. Così. È semplice.
È semplice in effetti. Cosa c’è poi di così strano nel vedere un auditorium da milletrecento persone stracolmo di ventenni, almeno quattrocento sono rimasti fuori, perché c’è Francesco Costa che dialoga con Cecilia Sala e parlano di guerre, di equilibri di potere, parlano di Gaza e dell’abominio sotto i nostri occhi — applausi interminabili.
Anche il Papa, mentre si intronizza, parla dei bambini e delle famiglie di Gaza ridotte alla fame. Qui non ci sono troni. Qui ci sono persone che fanno due ore di fila per sentire qualcuno di cui hanno fiducia, qualcuno a cui credono.
Ci sono famiglie con i bambini piccoli e i pannolini nello zaino, adolescenti che aspettano mezzo pomeriggio per arrivare a farsi firmare il loro fumetto, persone venute in treno da lontano perché «a me leggere quello che lei scrive mi ha salvato la vita», o per dire «è successo anche a me quel che racconta, volevo dirle che quando la leggo e la ascolto mi sento meno sola».
C’è una ragazza disabile su una di quelle sedie robot che chiede scusa, scusate se salto la coda ma sono ingombrante, vedete, scusate, ci sono madri e figlie, moltissime, nonne e nipoti, padri e figli. Maestre, scolaresche, un fiume di studenti, bambini. Tantissimi i bambini.
Sono stati giorni di sole, i primi quattro del Salone del Libro di Torino. Altre volte, altri anni era sempre affollato anche con la pioggia ma con il sole diventa una specie di gita all’aperto, si passa lì tutto il giorno, ci si porta da casa qualcosa da mangiare, ci si siede sulle scale del Lingotto a guardare la spirale della vecchia pista delle auto, si riposa sui prati del giardino. È un mondo che non trova posto nel racconto pubblico, abitato in prevalenza da sciagure, delitti e prepotenze. Un mondo grande, di gente piena di speranza e di gratitudine.
Ecco, se dovessi dire: il sentimento che definisce tutta questa gente è la gratitudine. Di avere un posto, di trovare un posto condiviso e bello. Sì, bello. Come direbbe un bambino. Proprio bello. Di sentirsi a casa.
E certo è vero: questa moltitudine che cerca libri da leggere, autori da ascoltare, che cerca indicazioni di rotta nelle parole non corrisponde alla maggioranza del Paese. Però esiste, ed è una folla incessante. Non c’è mai posto abbastanza per tutti, nelle sale pur molto grandi e in un programma sconfinato che prevede fino a trenta occasioni di incontro nello stesso momento, che peccato non poter essere ubiqui, non fare in tempo per tutto.
Dunque perché non mostrarla in tv, non parlarne con fiducia e con gioia di questa Italia che c’è e che spende i suoi soldi per prendere un mezzo, comprare un biglietto per stare, pensate, una giornata intera fra stand di libri a sentire una poeta, stringere la mano a Mariangela Gualtieri, sentire Ilide Carmignani che parla di come sia stato bello tradurre Bolaño, ascoltare Renata Colorni o Francesca Mannocchi, Vasco Brondi con Andrea Bajani a parlare di segreti di famiglia o Ligabue discorrere con il presidente della Cei, Matteo Zuppi, Carlo Ratti il direttore della Biennale architettura partito da Torino e venuto dal Mit dire di ecologia e futuro sostenibile, fermarsi dai piccoli editori a farsi raccontare storie sconosciute e dai grandi editori a godere della presenza delle celebrità.
Perché poi sì, naturalmente, chi è sul palco a parlare è importante e in questa edizione c’era qualsiasi cosa tu potessi desiderare. Il cinema, la leggerezza, la medicina, la fede, la politica, la letteratura, i comici e le superstar, gli esordienti.
Ma lo ripeto, il grande spettacolo — il vero spettacolo — era la folla. Le singole persone che diventano folla, i loro sorrisi, i loro desideri e spesso, tanto spesso, le loro lacrime di commozione. Fa rabbia sentir parlare di questa Italia come di una enclave di sinistra, di un popolo minoritario di radical chic sconfitti dalla storia.
Non ho visto sconfitti, a Torino, ho visto solo vincitori. La ragazza con venti euro che dice ho solo venti euro ma questi due libri fanno ventiquattro, non so quale lasciare, e il libraio allo stand che risponde puoi tenerli tutti e due, fammi sapere se ti sono piaciuti. I fidanzati che si baciano e lei che dice hai visto che avevo ragione, lui che dice sì hai ragione è stato bellissimo. Gli amanti che si incontrano, i vecchi nemici che si perdonano, le storie vecchie e nuove che si intrecciano. Le generazioni diverse. I sorrisi, voglio dirlo di nuovo, e le lacrime.
Ho visto questo, a Torino, e sì certo potrei dirvi che tutti quegli abbracci, tutti quegli sguardi, tutte quelle parole e gentilezze fra sconosciuti non sono una comunità rilevante perché vedete, guardatevi attorno: la protervia e il dileggio sono ovunque, sono al governo delle cose e allora cosa vuoi che conti, questa minoranza di resistenti destinati a estinguersi.
Ma invece no. Invece a proposito di egemonie culturali, di polemiche astratte e accademiche, di pretese senza fondamento. Invece resto con le immagini di questa onda di ventenni, e trentenni, e cinquantenni, e qualche ottantenne persino e penso ecco. Da qui tutto ricomincerà, ripartirà.
Perché i libri, le parole scritte, le parole dette. Le parole, insomma, ci salveranno. E i gesti, e l’ostinazione, e le nuove generazioni che quando c’è qualcosa di interessante da ascoltare eccome se ascoltano. Certo che ci sono, e guarda quanti sono.
Il futuro ha sempre ragione, e il futuro è anche questo. È questo.