Prima l’interesse dei bambini
di Michela MarzanoD’ora in poi non ci sarà più bisogno di spiegare ai figli o alle figlie perché l’altra mamma non è “la vera madre”, come tante donne raccontavano nelle piazze durante le ultime manifestazioni delle famiglie arcobaleno. La Consulta, con una sentenza che possiamo definire storica, ha infatti stabilito che i bambini nati all’estero grazie alla procreazione assistita (Pma) avranno
due madri e potranno essere iscritti all’anagrafe come figli di entrambe. “L’articolo 8 della legge sulla fecondazione assistita, la n. 40 del 2004 (nella parte che riguarda la madre intenzionale) è costituzionalmente illegittimo”, si legge nella nota della Consulta. Una legge, la 40, che nel tempo si è rivelata sempre più miope e ideologica, costruita su un modello familiare unico, tradizionale, escludente. Oggi, finalmente, si riconosce che l’interesse dei bambini viene prima: prima dei pregiudizi, prima delle paure, prima della presunta naturalità della genitorialità. Perché un bambino ha bisogno di amore, d…
D’ora in poi non ci sarà più bisogno di spiegare ai figli o alle figlie perché l’altra mamma non è “la vera madre”, come tante donne raccontavano nelle piazze durante le ultime manifestazioni delle famiglie arcobaleno. La Consulta, con una sentenza che possiamo definire storica, ha infatti stabilito che i bambini nati all’estero grazie alla procreazione assistita (Pma) avranno
due madri e potranno essere iscritti all’anagrafe come figli di entrambe. “L’articolo 8 della legge sulla fecondazione assistita, la n. 40 del 2004 (nella parte che riguarda la madre intenzionale) è costituzionalmente illegittimo”, si legge nella nota della Consulta. Una legge, la 40, che nel tempo si è rivelata sempre più miope e ideologica, costruita su un modello familiare unico, tradizionale, escludente. Oggi, finalmente, si riconosce che l’interesse dei bambini viene prima: prima dei pregiudizi, prima delle paure, prima della presunta naturalità della genitorialità. Perché un bambino ha bisogno di amore, di stabilità, di protezione. E anche del diritto, fondamentale, di poter chiamare “mamma” o “papà” chi lo ha desiderato, lo cresce e lo accudisce ogni giorno.
In un tempo dominato dalla guerra, dall’odio e da un crescente disprezzo verso le diversità, questa è una notizia che scalda il cuore. Una sentenza che ci ricorda quanto sia importante sentirsi riconosciuti e protetti, non giudicati né colpevolizzati per l’amore che si dà o si riceve. Ma accanto a questa conquista, arriva un’altra decisione della stessa Consulta che suona quasi come una smentita (nonostante l’argomento sia sempre quello dell’interesse dei bambini): la Corte ha infatti confermato il divieto di accesso alla Pma per le donne single. La norma non sarebbe né irragionevole né sproporzionata, sostiene la Consulta, perché il minore avrebbe bisogno di crescere in un contesto che non escluda, almeno a priori, la presenza di un partner. E allora viene da chiedersi: perché una madre sola non sarebbe abbastanza? Perché mai, se esiste un desiderio forte e responsabile, si dovrebbe negare a una donna il diritto di diventare madre solo perché non ha (o non vuole) un compagno o una compagna? La Consulta lascia comunque aperta la porta a un intervento del legislatore. Ma intanto, ancora una volta, la realtà va avanti da sola: chi può permetterselo economicamente va all’estero (in Francia, in Spagna, ecc.) dove l’accesso è garantito. Chi non può, resta esclusa. E così, ancora una volta, il diritto alla genitorialità diventa un privilegio di classe. Ma se non è la Corte costituzionale a difendere l’uguaglianza, chi lo farà? Perché il nodo è sempre lì: l’uguaglianza. Come scriveva Orwell nella Fattoria degli animali: “Tutti gli animali sono uguali, ma alcuni sono più uguali degli altri”. E così sembra anche oggi: esistono genitori di serie A e di serie B, esistenze pienamente legittime ed esistenze tollerate a metà.
In Francia è stato Macron, con una riforma voluta fortemente, a garantire l’accesso alla fecondazione eterologa a donne lesbiche e single. In Italia invece, mentre si celebra il passo avanti per alcune famiglie, altre restano ferme, bloccate da divieti che sembrano più frutto di ideologia che di buon senso. E intanto si continua a colpire le famiglie omogenitoriali, in particolare quelle formate da due padri, demonizzate con parole indegne: “bambini di plastica”, “giocattoli”, “mostri”. Come se la genitorialità dovesse sottomettersi a una sorta di lasciapassare morale (fondato sulla biologia più che sul desiderio di paternità e maternità) e l’amore, il senso di responsabilità, l’accudimento e la dedizione non bastassero.
Nel 2025 è inaccettabile che ci siano ancora cittadini costretti a lottare per anni nei tribunali solo perché non sono eterosessuali — come la coppia di gay per cui, sempre in questi giorni, il Tribunale di Pesaro ha dato il via libera all’adozione da parte del secondo papà di un bimbo nato all’estero con gestazione per altri nonostante il contesto reso estremamente complesso dalla legge che rende la Gpa reato universale. Mentre basta essere una coppia uomo-donna — anche violenta, tossica, delinquente — per vedersi automaticamente riconosciuto il diritto a essere genitori. Per questo la sentenza della Consulta è, sì, una bella notizia. Ma è anche un promemoria: i diritti vanno estesi, non concessi a metà. È tempo che anche le istituzioni guardino finalmente alla realtà, e smettano di usare la legge per difendere solo i legami che già conoscono e approvano. I bambini meritano di più. E anche gli adulti.