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Quei diritti negati dalla destra

Roma, la sede della Corte costituzionale 

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La maggioranza non si limita a criticare gli organi di controllo per quello che decidono. Fa di più e di peggio: li delegittima, denunciando come lesa maestà ogni richiamo al rispetto dei principi scolpiti nel dettato costituzionale, spesso tradito, quasi sempre inattuato
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C’è un metodo, nell’ira funesta con la quale gli addetti al culto del nuovo Stato etico si scagliano contro la Consulta, “colpevole” di aver ricordato al palazzo e al popolo che esistono la Costituzione repubblicana e la civiltà giuridica, i diritti e le persone. E ce n’è ancora di più nella rabbia acida con la quale sfidano il Quirinale, “reo” di aver confermato che i controlli antimafia non possono essere indeboliti.

Le reazioni di ministri impenitenti e peones intolleranti alla sentenza che ha ristabilito un sacrosanto principio di uguaglianza, a tutela dei bambini comunque nati da coppie omosessuali, oscillano tra ridicolo e pericolo. Il ridicolo è evidente. Quando sentiamo atei devoti alla Salvini che, tuonando tra le macerie di precedenti matrimoni, pretende di insegnare alle masse l’importanza della «vera famiglia» e l’urgenza di preservare «le radici degli alberi che hanno fatto crescere i nostri nonni, perché senza mamma e papà non saremmo qui», crediamo davvero di essere su …

C’è un metodo, nell’ira funesta con la quale gli addetti al culto del nuovo Stato etico si scagliano contro la Consulta, “colpevole” di aver ricordato al palazzo e al popolo che esistono la Costituzione repubblicana e la civiltà giuridica, i diritti e le persone. E ce n’è ancora di più nella rabbia acida con la quale sfidano il Quirinale, “reo” di aver confermato che i controlli antimafia non possono essere indeboliti.

Le reazioni di ministri impenitenti e peones intolleranti alla sentenza che ha ristabilito un sacrosanto principio di uguaglianza, a tutela dei bambini comunque nati da coppie omosessuali, oscillano tra ridicolo e pericolo. Il ridicolo è evidente. Quando sentiamo atei devoti alla Salvini che, tuonando tra le macerie di precedenti matrimoni, pretende di insegnare alle masse l’importanza della «vera famiglia» e l’urgenza di preservare «le radici degli alberi che hanno fatto crescere i nostri nonni, perché senza mamma e papà non saremmo qui», crediamo davvero di essere su Scherzi a parte con Teo Teocoli.

Quando leggiamo pasionarie radicaleggianti alla Roccella che, buttando al macero le antiche battaglie pannelliane, sdottoreggiano in punto di diritto sull’errore dei giudici che hanno compiuto «una scelta contraria all’interesse del minore», pensiamo davvero di vivere nel “mondo al contrario” del generale Vannacci.

Ma fin qui siamo ancora nel delirio reazionario e moralizzatore dei teocon alle vongole che, in nome della “tradizione”, scimmiottano il catechismo ruiniano e il cristianismo trumpiano. Dopo aver distrutto le loro, pretendono di imporre alle nostre il vero e unico canone delle sacre famiglie. Niente di nuovo sotto il sole, verrebbe da dire: ci aveva già provato la buonanima del Cavaliere, con scarsi risultati vista la poca expertise maturata nelle cene eleganti tra palazzo Grazioli e villa Certosa.

Ma tra queste pieghe — in un’artefatta postura ideologica travestita da “recupero dei valori” — si nasconde il pericolo. Come fanno ormai in tutto il mondo, dall’America all’Argentina, dall’Ungheria all’Italia, le destre al comando non si limitano a criticare gli organi di controllo per quello che decidono (e già questa sarebbe un’enormità, visto l’abisso di competenza e credibilità che separa le prime dai secondi). Fanno di più e di peggio: le delegittimano, denunciando come lesa maestà ogni richiamo al rispetto dei principi scolpiti nel dettato costituzionale, spesso tradito, quasi sempre inattuato.

Gli esempi si moltiplicano. È solo l’ultimo di una lunga serie, quello della sfida lanciata dallo stesso capitan Matteo alla presidenza della Repubblica, che ha preteso modifiche stringenti sui controlli antimafia previsti dal decreto-infrastrutture.

Ed è il penultimo della stessa lunga serie l’esempio della sentenza che afferma il diritto del bambino nato da una coppia Lgbtq con fecondazione assistita di essere riconosciuto e registrato all’anagrafe come figlio non solo della madre biologica ma anche di quella “intenzionale”. Acquartierati tra palazzo Chigi e via Bellerio, i piccoli Hegel de’ noantri non capiscono che non c’è nulla di “etico” nel discriminare tra due madri: serve solo a penalizzare i figli, l’unico “bene” fisico e giuridico che, Carta del ’48 alla mano, sta a cuore alla Consulta.

È quasi inutile far comprendere a questi patetici azzeccagarbugli un concetto elementare, che la società ha già fatto suo da tempo senza aspettare i loro comandamenti: famiglia è dove c’è amore, il resto è infima propaganda di partito. “Non spetta ai giudici”, urlano nei talk show o nei tg di regime, palesemente ignari dello Stato di diritto e totalmente ignoranti di Montesquieu.

Il paradosso è che, quando invece spetta a loro, i famosi legislatori si eclissano. I nuovi patrioti non fanno quel che devono, ma non sopportano supplenze. Per questo non tollerano che la Corte — esercitando il ruolo per il quale è nata, cioè presidiare la frontiera dei diritti costituzionali e sociali, economici e civili — li metta in mora e colmi gli immensi vuoti normativi lasciati da loro.

È appena successo su uno dei temi più cruciali del nostro tempo come il fine vita, sul quale l’ignavia ipocrita della politica va avanti dal 2019 e condanna ancora tanti italiani che soffrono a cercare all’estero un commiato dignitoso dalla malattia e dal dolore.

Per l’ennesima volta, i giudici di piazza del Quirinale hanno ribadito i quattro requisiti in presenza dei quali non è penalmente perseguibile chiunque si adoperi per consentire il suicidio medicalmente assistito a un cittadino che manifesti questa volontà, e hanno rinnovato l’appello al governo e al Parlamento affinché varino questa benedetta legge. Risultato: il solito, peloso e penoso silenzio.

Le alte cariche di garanzia sono l’essenza di ogni democrazia liberale. È così da tre secoli, cioè da quando in Occidente esistono le Costituzioni, prime tra tutte quella americana e quella francese. Ma è proprio questo che oggi, con le autocrazie in ascesa, sta venendo meno: il check and balance, la cultura del limite e l’equilibrio tra i poteri, ognuno dei quali vigila perché l’altro non ne eserciti troppo.

Il conflitto è naturale, ma lo è ancora di più la “leale collaborazione” tra le istituzioni, quella che Sergio Mattarella non si stanca di predicare da anni. Purtroppo non c’è più niente di leale, nel modo in cui i governi umiliano i Parlamenti e si ribellano al ruolo degli organismi “terzi” del sistema.

È così negli Stati Uniti, dove lo sceriffo di Washington fa arrestare dall’Fbi un giudice federale perché sospettato di aver aiutato i migranti o minaccia di cacciare il presidente della Fed perché non taglia i tassi di interesse.

È così nel Belpaese, dove l’Underdog e i suoi bravi sviliscono i compiti della Corte dei Conti o sparano sulla Consob perché non agevola i caotici Gosplan bancari del Rasputin meloniano Giovanbattista Fazzolari.

Le magistrature piacciono solo se assecondano la volontà degli egoarchi. La Corte suprema va bene a Trump solo quando alla viglia delle presidenziali lo considera “eleggibile” nonostante i processi e le condanne, riaprendogli le porte della Casa Bianca. La Corte costituzionale va bene a Meloni solo quando le evita una pericolosa spallata elettorale, giudicando illegittimo il referendum sull’autonomia differenziata che, con un via libera, il prossimo 8 giugno avrebbe spinto alle urne quei milioni di elettori senza i quali mancherà il quorum sui cinque quesiti rimasti.

Siamo nel gorgo delle “regressioni democratiche”. Scivoliamo sul piano inclinato che, attraverso progressive e più o meno percettibili manomissioni alle regole del gioco, lo deformano e lo fanno diventare “altro” dalla democrazia liberale.

Quando nacque la Corte, Piero Calamandrei scrisse: “Soltanto ora si comincia a sentire che la Costituzione non crollerà”. I cittadini potranno finalmente affezionarsi alla loro Costituzione, potranno sentirla viva e non inerte nei suoi 139 articoli. La Consulta “sarà uno strumento di progresso e di trasformazione sociale”, ma soprattutto sarà la prova che, “in un regime di Costituzione rigida e programmatica, né il governo né lo stesso Parlamento sono onnipotenti”.

Il più nobile dei padri della Repubblica lo scriveva nel 1956. Settant’anni dopo è esattamente per questo motivo che Giorgia e i suoi Fratelli la prendono a picconate.

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