Harvard, attacco alla libertà
di Tito BoeriIl 29 maggio è il Commencement Day di Harvard, il giorno in cui si consegnano i diplomi di laurea dopo anni di duro lavoro, costosi sul piano affettivo e finanziario. Un anno ad Harvard tra tasse di iscrizione, alloggio e spese nel campus costa circa 100.000 dollari. È una festa attesa da anni per chi si laurea e per la sua famiglia, ma anche per chi vede solo avvicinarsi il traguardo. Sarà invece un incubo per i 6.800 studenti stranieri di Harvard.
Una lettera del ministro per la Sicurezza nazionale annuncia la revoca “con effetto immediato” dell’accesso al sistema (Sevs, Student and Exchange Visitor information System) che permette all’università di gestire le iscrizioni degli studenti stranieri e le visite di quelli provenienti da altre università.
L’obiettivo è impedire di reclutare studenti stranieri ad Harvard, rea di non avere trasmesso al Department of Homeland Security vere e proprie liste di proscrizione non solo di studenti pro-Pal, ma anche di persone impegnate in campag…
Il 29 maggio è il Commencement Day di Harvard, il giorno in cui si consegnano i diplomi di laurea dopo anni di duro lavoro, costosi sul piano affettivo e finanziario. Un anno ad Harvard tra tasse di iscrizione, alloggio e spese nel campus costa circa 100.000 dollari. È una festa attesa da anni per chi si laurea e per la sua famiglia, ma anche per chi vede solo avvicinarsi il traguardo. Sarà invece un incubo per i 6.800 studenti stranieri di Harvard.
Una lettera del ministro per la Sicurezza nazionale annuncia la revoca “con effetto immediato” dell’accesso al sistema (Sevs, Student and Exchange Visitor information System) che permette all’università di gestire le iscrizioni degli studenti stranieri e le visite di quelli provenienti da altre università.
L’obiettivo è impedire di reclutare studenti stranieri ad Harvard, rea di non avere trasmesso al Department of Homeland Security vere e proprie liste di proscrizione non solo di studenti pro-Pal, ma anche di persone impegnate in campagne di “diversity, equity and inclusion”, messe sullo stesso piano dei terroristi e dei “collaboratori del Partito comunista cinese”.
Gli studenti stranieri di Harvard sono in un limbo. Potrebbero essere deportati, come avvenuto prima di loro a molti immigrati mandati senza processo nelle prigioni in El Salvador e Sudan. Paradossalmente potrebbero essere deportati anche studenti che hanno un regolare visto per studiare negli Stati Uniti perché l’università non ha più la possibilità di certificare che stanno frequentando i corsi non avendo più accesso a Sevs.
Agli studenti stranieri non rimane che iscriversi ad altre università o sperare che una giudice, come quella di Boston intervenuta ieri (venerdì 23 maggio), riesca davvero a bloccare la direttiva federale. Non sarebbe la prima volta che, sotto Trump, le decisioni dei giudici non vengono messe in atto. Il bilanciamento dei poteri, fulcro della democrazia americana, è ormai virtuale perché il potere esecutivo non rispetta le decisioni del potere giudiziario.
La lettera parla di “chiaro segnale dato a tutte le università che possono ammettere studenti stranieri” e c’è da credere che Trump non si fermerà ad Harvard e alla Columbia University. Per JD Vance «le università sono il nostro nemico». E il crollo di popolarità nei sondaggi dopo la rovinosa campagna sui dazi lanciata con il Liberation Day sta spingendo Trump a concentrarsi su immigrazione e campagne contro le élite, temi cari ai sostenitori della prima ora. Non a caso Trump perde popolarità presso molti suoi elettori ma si rafforza fra i sostenitori più estremi. C’è sempre più polarizzazione anche nel suo elettorato.
Quanto avviene negli Stati Uniti è di una gravità assoluta. La patria del Primo emendamento, che tutela la libertà di espressione, si sta trasformando in una dittatura che reprime sul nascere il dissenso. C’è da sperare che, questa volta, il governo italiano, guidato da una premier che si vanta di avere rapporti privilegiati con Trump, prenda posizione contro questo provvedimento.
Ci sono da tutelare gli studenti italiani, vittime innocenti della campagna contro le università. Il modo con cui Giorgia Meloni affronterà questa vicenda è importante anche per le scelte di quelle migliaia di italiani altamente istruiti che hanno lasciato il nostro Paese. Ogni anno perdiamo circa 60.000 diplomati e laureati che vanno all’estero.
L’offensiva scatenata da Trump contro le università spinge molti talenti a guardare altrove. Un sondaggio del Poulsen Institute tra chi fa domanda per un dottorato mostra che gli Stati Uniti non sono più una meta preferita. Per noi, che viviamo un forte calo demografico in stagnazione economica, attrarre questi talenti è vitale.
Come renderci più ospitali ai loro occhi? In primis garantendo visti che coprano almeno l’intera durata del ciclo di studi anziché essere rinnovati ogni anno senza poter viaggiare (cosa fondamentale per chi fa ricerca) durante i lunghi periodi di rinnovo del visto. Utile rendere strutturali gli incentivi fiscali al rientro dei cervelli. Gli studi di Ippedico e Bassetto (Tax Incentives and Return Migration, Iza Discussion Paper) documentano che sono stati efficaci nel far rientrare fra i 10mila e i 20mila laureati fra il 2010 e il 2018.
Importante anche creare percorsi bilingue nelle scuole pubbliche perché dobbiamo attrarre intere famiglie con figli in età scolare. Servirà anche per dare nuove opportunità di studio a chi è già da noi. Fondamentale porsi questo obiettivo, lavorare per portare in Italia capitale umano dopo averlo sparso in giro per il mondo.
Molte idee su come farlo potranno venire dal Festival internazionale dell’economia di Torino, dal 30 giugno al 2 maggio, con molti incontri dedicati a questo tema.