Non ce ne siamo accorti, ma il sapere — che pure regge il mondo — sta finendo in minoranza, cacciato dalla nuova destra dal suo ruolo storico di interprete della realtà, dopo essere stato dileggiato dai populismi come il tabernacolo prezioso delle élite, che qui custodiscono il segreto del loro eterno primato. Come negli anni più bui, la conoscenza è maledetta, la scienza sospetta, la medicina complice, l’informazione ambigua, l’istruzione inquinata: l’intero scrigno della sapienza, il deposito di competenza, la trasmissione generazionale di esperienza, sono tutte riserve avvelenate della classe dirigente per proteggersi e perpetuarsi, ingannando il popolo e mantenendolo succube di una falsa cultura che in realtà è uno strumento politico di dominio e di riproduzione del potere.
È questa la chiave interpretativa della guerra dichiarata da Donald Trump a Harvard, tenendo nel mirino il sistema universitario americano, il dispositivo di selezione delle élite, il processo combinato di i…
Non ce ne siamo accorti, ma il sapere — che pure regge il mondo — sta finendo in minoranza, cacciato dalla nuova destra dal suo ruolo storico di interprete della realtà, dopo essere stato dileggiato dai populismi come il tabernacolo prezioso delle élite, che qui custodiscono il segreto del loro eterno primato. Come negli anni più bui, la conoscenza è maledetta, la scienza sospetta, la medicina complice, l’informazione ambigua, l’istruzione inquinata: l’intero scrigno della sapienza, il deposito di competenza, la trasmissione generazionale di esperienza, sono tutte riserve avvelenate della classe dirigente per proteggersi e perpetuarsi, ingannando il popolo e mantenendolo succube di una falsa cultura che in realtà è uno strumento politico di dominio e di riproduzione del potere.
È questa la chiave interpretativa della guerra dichiarata da Donald Trump a Harvard, tenendo nel mirino il sistema universitario americano, il dispositivo di selezione delle élite, il processo combinato di insegnamento e apprendimento che è il meccanismo attraverso il quale una civiltà trasmette se stessa. Certo, nella chiusura d’imperio di Harvard agli studenti di altri Paesi, il governo americano colpisce insieme tre bersagli emblematici di Trump: il mondo accademico, gli “stranieri”, lo spirito autonomo e ribelle delle generazioni studentesche che si succedono, vissute dalla Casa Bianca come focolai d’infezione progressista, di febbre ‘antiamericana’ e di contagio woke. E proprio perché Harvard è un concentrato di simboli la sospensione del divieto governativo disposta da una giudice federale interrompe il blocco ma non il furore da resa dei conti dell’ultradestra, che ha ormai appiccato il fuoco al sistema della conoscenza, ben oltre il mondo accademico americano.
Forzando il cancello di ferro di Harvard, infatti, il presidente americano attira l’attenzione del mondo su un obiettivo molto più ambizioso, perché estremo: una vera e propria frattura culturale nel nome dell’ideologia, la fine di un sapere condiviso che è il vero collante dell’unità nazionale e della continuità identitaria. Cioè della coscienza di sé di un Paese, quell’autoriconoscimento che nel disegno della storia fa degli Stati Uniti un’unica cosa, al di là delle differenze politiche e sociali. La destra doveva rompere questa barriera, spezzare l’unità culturale, perché questo è il passaggio-chiave di ogni vera rivoluzione nel suo realizzarsi.
Qui siamo, anche se non vogliamo vederlo. Da oggi è aperta la contesa sulla cognizione del mondo, decisiva per riformulare il criterio in base al quale si valutano gli accadimenti e si giudicano i fenomeni, dopo che il populismo ha abbattuto il canone occidentale, autoilluso di avere una valenza universale. La partita è ovviamente decisiva perché la posta è la ridenominazione della realtà, l’esercizio del potere culturale di dare un nome alle cose ricreandole alla luce del nuovo dominio, stabilendo la moderna gerarchia, per arrivare a una riformulazione dei concetti di bene e male secondo l’etica sovrana.
Non siamo dunque davanti a una disputa scientifica o a una contesa intellettuale dentro un sistema riconosciuto e accettato, dove vale per tutti la legge di gravità e vige pacifica la convenzione secondo cui due più due fa quattro, sotto ogni regime, a ogni ora del giorno e con qualunque tempo. Siamo invece nell’esatto momento in cui si tenta di cambiare la tavola pitagorica del sistema, il suo alfabeto, l’algebra, attraverso la modifica del metodo di calcolo della realtà, alterando la sua percezione per mezzo della svalutazione dei fatti e della demolizione di quell’insieme di procedure, istituzioni e norme che rendono la verità — o quantomeno l’accaduto — qualcosa di verificabile, concreto, oggettivo: e proprio per questo sono un complemento della democrazia.
Ecco perché il potere neo-autoritario invece di inseguire le singole verità confutandole e contrastandole compie un salto sovrano, e attacca le agenzie che producono quelle verità, avvelenando direttamente la fonte, una volta per tutte. Per delegittimare così l’autorità cognitiva del sistema democratico, minare l’impianto istituzionale del sapere, contrastare la produzione naturale di verità spontanea, ridurre l’autonomia intellettuale, svalutare il metodo scientifico: svuotando infine il perimetro della conoscenza per prosciugare la costruzione sociale che rende la verità possibile, a garanzia di tutti.
Sapevamo da Orwell che chi controlla il passato domina il futuro, e chi comanda il presente controlla il passato, e lo ripetevamo come una formula letteraria suggestiva e inoffensiva. Ma oggi l’ubiquità dei flussi informativi, la velocità della comunicazione, l’immaterialità della trasmissione della conoscenza, la contemporaneità concentrica di ogni esperienza sfondano la dimensione del tempo dopo aver annullato lo spazio, rendendo possibile l’ultima tentazione neo-autoritaria: ricreare direttamente la realtà, saltando addirittura il concetto di verità e annullandolo dopo averlo respinto ai margini della considerazione sociale. Non abbiamo più bisogno di verità, così come non rinnoviamo il dubbio mentre consideriamo finite le domande, perché la rinegoziazione del reale operata dal potere contiene già tutte le risposte. Finalmente, abbiamo raggiunto il punto zero: non c’è più niente da capire. E infatti non abbiamo capito che da questa metamorfosi può nascere soltanto l’uomo-zero, all’alba del secolo post-democratico.