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Un paese immobile di fronte all’abisso

Fabio Panetta 

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C’era una volta un Paese vecchio e arrabbiato, dove in soli dieci anni, tra il 2014 e il 2023, un milione di residenti se n’erano andati a cercare fortuna altrove. Di quel milione, più di 367 mila erano ragazzi tra i 25 e i 35 anni. Di quei 367 mila, ben 146 mila avevano in tasca una laurea, ed erano emigrati in Germania, in Spagna e nel Regno Unito dove avrebbero trovato lavori qualificati, garantiti e ben retribuiti. Nel solo 2024, anno fatale, erano scappati via 191 mila concittadini, il livello più alto dell’ultimo quarto di secolo. In quel Paese sfiduciato e impoverito, l’inverno demografico era già quasi glaciazione: un quarto dei 59 milioni di umani che lo abitavano aveva più di 65 anni, mentre solo il 12 per cento ne aveva meno di 14. A quei ritmi, nei successivi dieci anni sarebbero sparite altre 5 milioni di persone in età lavorativa. Eppure, in quel Paese le classi dirigenti avevano tutt’altro per la testa. C’era chi ogni tanto citava a casaccio il famoso leader di un’altr…

C’era una volta un Paese vecchio e arrabbiato, dove in soli dieci anni, tra il 2014 e il 2023, un milione di residenti se n’erano andati a cercare fortuna altrove. Di quel milione, più di 367 mila erano ragazzi tra i 25 e i 35 anni. Di quei 367 mila, ben 146 mila avevano in tasca una laurea, ed erano emigrati in Germania, in Spagna e nel Regno Unito dove avrebbero trovato lavori qualificati, garantiti e ben retribuiti. Nel solo 2024, anno fatale, erano scappati via 191 mila concittadini, il livello più alto dell’ultimo quarto di secolo. In quel Paese sfiduciato e impoverito, l’inverno demografico era già quasi glaciazione: un quarto dei 59 milioni di umani che lo abitavano aveva più di 65 anni, mentre solo il 12 per cento ne aveva meno di 14. A quei ritmi, nei successivi dieci anni sarebbero sparite altre 5 milioni di persone in età lavorativa. Eppure, in quel Paese le classi dirigenti avevano tutt’altro per la testa. C’era chi ogni tanto citava a casaccio il famoso leader di un’altra era geologica: si chiamava Alcide De Gasperi, e ripeteva (inutilmente) che un politico pensa alle prossime elezioni, uno statista alle prossime generazioni. Ma erano parole sospese nella bolla mediatica dei salotti televisivi, dove cortigiani e lacchè riciclavano le solite veline farlocche ciclostilate dagli apparatciki di Palazzo.

Quello scellerato Paese ce lo hanno raccontato in una settimana prima il Rapporto Istat, poi l’assemblea della Banca d’Italia. Nelle “Considerazioni Finali” di Fabio Panetta quello che colpisce di più mi pare proprio questo: come dimostrano i numeri, ci stiamo giocando a dadi il presente, stiamo negando il futuro ai giovani, eppure facciamo finta di niente. Nella sua relazione il governatore vede ovviamente il mondo grande e sconvolto dalla fine di un’epoca. Le due guerre e il disincanto verso le magnifiche sorti e progressive della globalizzazione, il crollo degli organismi sovranazionali e il declino del multilateralismo. Poi il ritorno dei nazionalismi e gli scambi commerciali trasformati da motore di coesione a fattore di scontro. Insomma, un intero sistema politico-economico sta ormai andando in pezzi sotto i nostri occhi, rischiando di compromettere la prosperità e la pace. Di questo caos entropico i dazi di Trump sono quasi solo l’epifenomeno: paghiamo e pagheremo caro anche quelli, visto che sono i più elevati del secondo dopo-guerra e ridurranno del 5 per cento il commercio internazionale, abbattendo di un punto la crescita mondiale e di due punti quella americana. Ma il processo di disgregazione dell’Occidente era già in atto, tra gli Stati Uniti che già con Obama nel 2009 avevano iniziato a richiudersi in se stessi e gli Stati europei che già dopo il vertice di Nizza del 2000 avevano ricominciato a tracciare confini e ripensare muri. Oggi Panetta sottolinea le criticità della fase. Un assetto cooperativo ormai in crisi irreversibile, che sarà sostituito da un disordine multipolare in cui conteranno solo o soprattutto i rapporti di forza. Un pil globale che nel prossimo biennio resterà sotto il 3 per cento. Un’incertezza strategica e una volatilità finanziaria che potranno prima o poi mettere in discussione persino il ruolo centrale del dollaro come valuta di riserva. Un tornante della Storia che potrebbe far deragliare l’economia del pianeta fuori dal sentiero tracciato a Bretton Woods nel 1944, quando attraverso la politica monetaria il mondo seppe ricostruire le sue fondamenta tra le macerie del conflitto bellico e della grande Depressione.

Siamo impreparati, di fronte a questo abisso. Non possiamo più pretendere nulla dall’alleato atlantico, ormai trasfigurato in nemico. Lo Sceriffo di Washington mostra i muscoli ma esibisce una stella di latta, e può garantire solo altra instabilità a un sistema già destabilizzato di suo. L’Europa, baluardo dello stato di diritto e della convivenza democratica, deve fare da sola. Ma esibisce a sua volta le sue “fragilità strutturali”: la solita zoppia istituzionale, i particolarismi degli Stati-Nazione, l’eccesso di regole, i costi proibitivi della bolletta energetica rincarata dopo lo strappo con la Russia di Putin, e poi una produttività che in trent’anni è cresciuta del 25 per cento in meno rispetto a quella americana e un tessuto industriale che investe in ricerca la metà di quello Usa. È sacrosanto l’ennesimo appello del governatore, perché l’Unione si doti di un “cruciale” strumento di debito comune, col quale finanziare gli investimenti e completare il mercato comune. Senza questo, il piano per la competitività da 800 miliardi preparato da Draghi e il Rearm Eu adottato da Von der Leyen sono bei testi scritti sull’acqua, perché non sappiamo chi li pagherà. Sono vent’anni che a Bruxelles e dintorni sentiamo parlare dei mitici eurobond. Servirebbero qui ed ora, maledetti e subito. Ma chi volete che li approvi, in un continente dove l’Ungheria non vota nulla che disturbi Putin, la Germania è pronta a mollare i vincoli di bilancio e l’Italia fa i dispetti alla Francia e i giochetti con l’Albania.

Torniamo così al Belpaese. Anche in questo caso, Panetta squaderna un’agenda ben nota. Dopo la stagnazione post-Covid, abbiamo ritrovato un po’ di vitalità. In tre anni il prodotto lordo è cresciuto del 6 per cento, più della media Ue, l’occupazione ha toccato il massimo storico e persino la produttività ha appena mosso la curva di un encefalogramma altrimenti ultrapiatto. Ma la crescita resta assai fiacca, la produzione e il valore aggiunto dell’industria sono in calo, la domanda e i consumi delle famiglie rallentano, le retribuzioni reali sono inferiori di due o tre volte rispetto a Francia e Germania. E qui c’è un eccesso di cautela, nel governatore che non cita mai il governo ed evita di formulare giudizi sulle manovre fatte finora. Ma cos’abbia da festeggiare Giorgia Meloni, in questo sconfortante ma perdurante galleggiamento, resta un enigma avvolto in un mistero. “L’Italia sconta vecchie debolezze che non abbiamo saputo superare”, si limita a ribadire Panetta, che parla di dualismo territoriale e di bassi livelli di istruzione, di frammentazione dell’apparato produttivo e di difficoltà di innovare, di peso del debito pubblico e di costi energetici insostenibili.

Tutto vero, tutto giusto. Ma qui si vorrebbe un richiamo più vibrante al decisore politico. Non bastano i pochi “segni di cambiamento”, che pure si vedono, a fare la “base su cui costruire”. Manca la visione, manca un’idea di società e di futuro, senza la quale i giovani sono corpi senza speranza o cervelli in fuga senza ritorno. Giovani blanditi e traditi, trattati da “gretini” se pretendono un pianeta più vivibile o bastonati senza pietà se scendono in piazza per una scuola più giusta o un lavoro più equo. Adesso, poi, con la vergogna del decreto-sicurezza appena imposto a un Parlamento svilito, non basta più nemmeno il manganello: arriva pure la galera. È davvero questo incubo securitario e reazionario, la priorità di un Paese immobile e irrisolto che non ha tempo né voglia di pensare all’oggi e al domani dei suoi figli? Qualcuno obietterà che tutto questo non c’entra con la Banca d’Italia. Io dico che non c’entra, ma c’entra.

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