Il passo indietro della Polonia
Wlodek GoldkornKarol Nawrocki
Non è un Paese per vegetariani e ciclisti”. Quando esattamente nove anni fa, un ministro dell’allora governo populista di Varsavia pronunciò questa frase, molti fra i liberali e uomini e donne della sinistra nelle grandi città polacche sorrisero. Sembrava una battuta non troppo spiritosa. E invece erano parole che esprimevano un programma politico preciso: il ritorno ai valori tradizionali polacchi (ben inteso, legati a quelli cattolici, sempre in versione tradizionalista). Karol Nawrocki, il neo eletto presidente di Polonia, a suo modo, è la perfetta rappresentazione di quella maniera di pensare e di porsi nel mondo. La sua vittoria contro il rivale, il sindaco di Varsavia Rafal Trzaskowski, non è stata un trionfo: lo scarto dei voti è di appena 1,8 per cento. Ma resta il fatto che il mondo liberale polacco vive la dolorosa sconfitta come se fosse uno tsunami. Al di là delle doverose dichiarazioni ufficiali dei politici, gli intellettuali, gli artisti, qualche imprenditore, racconta…
Non è un Paese per vegetariani e ciclisti”. Quando esattamente nove anni fa, un ministro dell’allora governo populista di Varsavia pronunciò questa frase, molti fra i liberali e uomini e donne della sinistra nelle grandi città polacche sorrisero. Sembrava una battuta non troppo spiritosa. E invece erano parole che esprimevano un programma politico preciso: il ritorno ai valori tradizionali polacchi (ben inteso, legati a quelli cattolici, sempre in versione tradizionalista). Karol Nawrocki, il neo eletto presidente di Polonia, a suo modo, è la perfetta rappresentazione di quella maniera di pensare e di porsi nel mondo. La sua vittoria contro il rivale, il sindaco di Varsavia Rafal Trzaskowski, non è stata un trionfo: lo scarto dei voti è di appena 1,8 per cento. Ma resta il fatto che il mondo liberale polacco vive la dolorosa sconfitta come se fosse uno tsunami. Al di là delle doverose dichiarazioni ufficiali dei politici, gli intellettuali, gli artisti, qualche imprenditore, raccontano un risveglio traumatico, dopo una notte insonne in attesa dei risultati.
Il Paese, ogni polacco lo sa, è da sempre diviso in due e solo una superficiale pubblicistica indugia sul mito di una nazione coesa. Oggi la contrapposizione sembra quella fra le città e le campagne, con i capoluoghi delle regioni che hanno premiato lo sconfitto Trzaskowski. Ma oltre alle statistiche esistono gli animi e le biografie. Nawrocki nasce nel 1983 e cresce in un quartiere popolare di Danzica, architettura scadente del socialismo reale, padre tornitore, pochi soldi, difficile accedere all’ascensore sociale. Il regime cade quando lui ha appena sei anni, e anche il nuovo capitalismo sa essere feroce. Da giovane fa il pugile, si lega alla tifoseria di calcio violenta e di destra radicale. La vita come un corso di sopravvivenza che non esclude comportamenti al limite della legalità (pare non siano solo quelli di sopra) e che oggi gli vengono rinfacciati.
Ma la sua vera carriera è da storico e direttore dell’Istituto di memoria nazionale (Ipn) e da direttore del Museo della seconda guerra mondiale. Sono due istituzioni gestite nei fatti dai populisti del Pis (Diritto e giustizia) dedite alla costruzione di una memoria polacca idealizzata, scevra di contraddizioni e di stampo nazionalista. Nel Pis d’altronde si teorizzava “la politica della storia”. Fino alla sua candidatura Nawrocki non era molto conosciuto fra il largo pubblico.
Il capolavoro del leader del Pis, Jaroslaw Kaczynski e dei suoi consiglieri è stato quello di presentare alle elezioni un uomo di popolo, nazionalista e cattolico “tradizionalista”, ostile all’Europa, privo di un curriculum da politico. E con Kaczynski poco visibile nella campagna elettorale. Un uomo qualunque quindi (con i suoi “peccatucci”) contro l’establishment. Aggiungiamo a tutto questo il disincanto dei più giovani che vivono il disagio della diffusa condizione di precariato e non hanno memoria del regime dittatorial: fra i votanti tra i 18 e 29 anni Nawrocki ha avuto oltre il 53 per cento dei consensi.
Trzaskowski ha commesso l’errore di sottovalutare il suo avversario. Ottimo sindaco di Varsavia, famiglia esemplare nella sua immagine da “progressisti” e “laici”, poliglotta, figlio di un grande musicista jazz, non ha capito che questa sua immagine di serenità manifesta e tranquilla mondanità (un po’ alla Kennedy) gli si sarebbe ritorta contro. E non gli ha giovato la vicinanza a Donald Tusk, grande tattico, ma che dopo un anno e mezzo di governo non è riuscito a mantenere molte delle sue promesse. Dalla destra populista invece, Tusk è raccontato come un uomo “al servizio” di Berlino, di Bruxelles, delle “lobbies che vogliono la carne sintetica e l’imposizione dell’ideologia gender” e via elencando l’armamentario comune a tutte le destre populiste d’Occidente.
Un aspetto fondamentale di quell’ armamentario, su scala globale, l’aveva esplorato un connazionale dei populisti polacchi, Zygmunt Bauman. Sosteneva Bauman in Retrotopia l’ultimo libro e forse il suo testamento, che quando viene a mancare la prospettiva di un futuro ci si rivolge al passato, alla narrazione di un’identità che rischia di essere distrutta dalle forze ostili, da chi ordisce complotti. E basti pensare — oggi (ai tempi di Bauman non esisteva ancora) all’acronimo Maga (Make America Great Again), rifacciamo l’America grande. E diceva che in un mondo terribilmente complesso per cui stentiamo a cogliere i nessi fra causa ed effetto (un esempio pratico: le notazioni delle azioni delle aziende che licenziano crescono in Borsa anziché diminuire), la retorica populista fornisce una spiegazione semplice dei fenomeni che riguardano il cambio d’epoca, attingendo invece al lessico del passato, perché il passato è rassicurante, è una zona di conforto: lo conosciamo.
E per tornare alla Polonia. Il capo dello Stato ha poteri limitati, ma può ostacolare in un modo significativo l’operato del governo. Le elezioni per rinnovare il Parlamento sono previste per il 2027. Tutti gli scenari sono aperti.