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Perdere da divisi, la sinistra segua la lezione del Giro

Il britannico Simon Yates vincitore del Giro d'Italia 2025 (afp)

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Non è una gara, la vita, ma la politica lo è. Si corre per vincere, bisogna saperlo fare. Saper vincere
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Giorni lenti e laschi, lungo il ponte di festa che celebra una Repubblica nobile e stanca assediata da governanti che hanno giurato, sì, sulla Costituzione, ma invece. La paura degli altri alimentata e cavalcata per alzare barriere, la sicurezza — di chi? — costruita non sulla solidarietà ma sui divieti, la guerra niente affatto ripudiata, la ricerca del consenso immediato, in patria, e la navigazione a vista in politica estera secondo convenienza, pazienza per i principi fondativi della Carta, dell’Europa.

Una zavorra, in fondo, sia la carta che l’Europa. Le piazze blindate, i referendum boicottati anche se sono questi — le piazze e i referendum — gli unici due strumenti di intervento diretto dei cittadini sulle scelte di chi governa. Pazienza per i cittadini, meglio per chi governa. Un’opposizione da anni alle prese con la chimera di un campo largo anzi larghissimo in grado di farsi alternativa reso impossibile da rivalità personali di squadra e di corrente, malattia cronica incura…

Giorni lenti e laschi, lungo il ponte di festa che celebra una Repubblica nobile e stanca assediata da governanti che hanno giurato, sì, sulla Costituzione, ma invece. La paura degli altri alimentata e cavalcata per alzare barriere, la sicurezza — di chi? — costruita non sulla solidarietà ma sui divieti, la guerra niente affatto ripudiata, la ricerca del consenso immediato, in patria, e la navigazione a vista in politica estera secondo convenienza, pazienza per i principi fondativi della Carta, dell’Europa.

Una zavorra, in fondo, sia la carta che l’Europa. Le piazze blindate, i referendum boicottati anche se sono questi — le piazze e i referendum — gli unici due strumenti di intervento diretto dei cittadini sulle scelte di chi governa. Pazienza per i cittadini, meglio per chi governa. Un’opposizione da anni alle prese con la chimera di un campo largo anzi larghissimo in grado di farsi alternativa reso impossibile da rivalità personali di squadra e di corrente, malattia cronica incurabile.

Genova, Silvia Salis in conferenza stampa dopo la vittoria (leoni)

Grande entusiasmo per la vittoria a Genova di Silvia Salis, che tiene insieme Renzi e i Cinquestelle, quelli di Conte e quelli di Grillo, tutti i pezzi del Pd, non sto a contarli, l’ex ministra della difesa Roberta Pinotti e i pacifisti di Alleanza verdi e sinistra. Gente che di suo non starebbe insieme nemmeno alla stessa prima comunione.

Ma Genova è Genova, non è l’Italia, e Silvia Salis — che diversamente dagli altri ha gareggiato alle Olimpiadi — ha messo in campo una prestazione da atleta. Con una mentalità da atleta, intendo dire. Lo sguardo fisso all’obiettivo, la strategia e la tattica, la tenacia e l’elasticità, la concretezza di chi sa su cosa sorvolare e su cosa invece insistere. Non è una gara, la vita, ma la politica lo è. Si corre per vincere, bisogna saperlo fare. Saper vincere.

Leggevo la cronaca di Cosimo Cito sulla penultima tappa del Giro d’Italia. È una storia favolosa ed epica, come spesso sono le storie di sport e di ciclismo in specie, ma ditemi se — solo a cambiare i nomi dei protagonisti della tappa con quelli della scena politica italiana — non vi risuona. Sintetizzo grossolanamente, mi perdonino i cultori.

C’è un tipo sicuro di vincere. Ha 21 anni, la maglia rosa, la tracotanza di chi è il più giovane e i vecchi li rottama come bici guaste, ha il traguardo in vista e la vittoria in tasca. È messicano. Il suo rivale è suo vicino di continente, un ecuadoriano odiatissimo: l’unico che, lui pensa, possa insidiarlo. Fanno perciò una gara l’uno contro l’altro, come se attorno non ci fosse nessuno. Devono impedirsi reciprocamente di vincere, si marcano strettissimi.

Ecco però che arriva un “vecchio” (è tutto relativo: 32 anni) già sconfitto dalla storia. Proprio su questa salita durissima, Colle delle Finestre, sette anni fa aveva perso un Giro che sembrava già suo. È un inglese. Da allora niente, quasi niente, in ombra. Qui però, a questo Giro, non è andato male: è terzo, ma i due latini lo ignorano: è un perdente, perderà. Li supera, sull’ultima salita, ma i due continuano a farsi le boccacce tra di loro. L’inglese trova un gregario che lo aiuta. Si allontana parecchio.

Il messicano qualcosa intuisce e fa cenno all’ecuadoriano: occhio, diamoci una mano che quello corre. Figuriamoci. Morte tua vita mia. Nessun sostegno fra i due favoriti destinati alla sconfitta. O, se volete, alla “non vittoria”.

Vince l’inglese riapparso dal nulla. Non era nei radar. Come se un partito del 3 per cento vincesse le elezioni. A parte la soddisfazione personale di chi trionfa sette anni dopo sulla stessa tratta sulla quale aveva perso, quella che ti sei sognato ogni notte per anni. Vogliamo parlare della cecità, della presunzione e della stolidità di chi si è fatto battere pur di non far vincere il vicino?

Ci sono alcune caratteristiche in questa semplice storia esemplare che mancano a chi fa politica a sinistra in questo Paese. La tenacia, la visione, la capacità di cambiare strategia e di scendere a patti con chi magari non ti piace ma ti serve. La percezione di chi sia il reale avversario. Un po’ di memoria, anche. Un database del passato, uno schema di gioco consolidato sullo storico: fare in modo che la sconfitta non si ripeta.

Lo sport nazionale dei candidati del centrosinistra, invece, è quello di elidersi a vicenda. Lo sconfitto alle primarie, per dispetto, non vota e non fa votare chi le ha vinte. Una corrente si incatena pur di non far passare il candidato della corrente avversaria.

Anche a Genova, per tornare da dove siamo partiti, è andata così. Salis è arrivata nello stallo dei veti incrociati fra esponenti di diverse anime — le chiamano anime — della stessa metà campo. Tutte potenziali maglie rosa, e però guarda. Almeno, comunque, la soluzione è andata in favore dello stesso schieramento. Non succede quasi mai. Altro che campo largo: prende il largo l’altro campo.

A proposito di memoria. C’è stata un’altra storia di sport, in questi giorni, che ha emozionato il mondo intero. Luis Enrique, catalano, l’allenatore della squadra che ha vinto la Champions, il Paris Saint-Germain, l’aveva già vinta dieci anni fa con il Barcellona. Aveva piantato la bandiera in campo, allora, insieme alla figlia piccola molto malata. Dieci anni dopo è tornato in campo dopo la seconda vittoria indossando una maglia che riproduce quel momento: il disegno di lui e sua figlia, morta nel 2019, che piantano la bandiera. Ancora, insieme.

Enrique ha detto poche parole compostissime. «Si vive e si muore, la vita è così. Non ho bisogno di una vittoria in Champions per sentirla vicina: è con me in ogni momento». La bambina si chiamava Xana e abbiamo tutti pianto, telecronisti e spettatori. Per lei, per le parole del padre, per quella maglia e quel gesto, per il dolore senza nome di un bambino che muore. Sono due giorni che i social esplodono di cordoglio, di ammirazione e commozione.

In questi stessi due giorni è morto Hamdi Al-Najjar, il padre del piccolo Adam: l’unico di dieci fratelli — il maggiore, 11 anni — a essersi salvato da un bombardamento israeliano. La madre, pediatra, era in ospedale. Dicono che Adam sarà curato in Italia, forse fra dieci giorni se le burocrazie lo consentono. Speriamo che resista.

Nessuna storia è paragonabile a nessun’altra, nessun bambino a nessun altro bambino. Trentamila, nove, uno: sono persone. Sarebbe bello però riuscire a commuoversi sempre, per tutti, e alla morte di ciascuno dire: non dimentico, è sempre qui. È qui con me.

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