Chi è Insaf Dimassi? È una dottoranda in Studi economici e sociali presso l’Università Alma Mater di Bologna. Quando suo padre, di origine tunisina, ottiene la cittadinanza italiana, Insaf Dimassi ha compiuto 18 anni da appena 20 giorni. Le sue sorelle più giovani diventano automaticamente cittadine italiane ma lei no. Dunque, nonostante risieda in Italia da quando aveva 9 mesi, deve seguire da capo la procedura.
Tra i requisiti richiesti c’è quello di un reddito adeguato per 3 anni consecutivi. La scelta è obbligata: trovare un’occupazione o frequentare l’università. Opta per questa seconda strada e la percorre fino al conseguimento di un dottorato di ricerca, che pure non le consentirà l’accesso ad alcun posto di lavoro pubblico. I nove mesi non trascorsi in Italia immediatamente dopo la nascita ne fanno una cittadina dimidiata, non ammessa alla pienezza del sistema dei diritti e dei doveri.
È questo uno dei molti motivi per i quali il referendum sulla cittadinanza è così imp…
Chi è Insaf Dimassi? È una dottoranda in Studi economici e sociali presso l’Università Alma Mater di Bologna. Quando suo padre, di origine tunisina, ottiene la cittadinanza italiana, Insaf Dimassi ha compiuto 18 anni da appena 20 giorni. Le sue sorelle più giovani diventano automaticamente cittadine italiane ma lei no. Dunque, nonostante risieda in Italia da quando aveva 9 mesi, deve seguire da capo la procedura.
Tra i requisiti richiesti c’è quello di un reddito adeguato per 3 anni consecutivi. La scelta è obbligata: trovare un’occupazione o frequentare l’università. Opta per questa seconda strada e la percorre fino al conseguimento di un dottorato di ricerca, che pure non le consentirà l’accesso ad alcun posto di lavoro pubblico. I nove mesi non trascorsi in Italia immediatamente dopo la nascita ne fanno una cittadina dimidiata, non ammessa alla pienezza del sistema dei diritti e dei doveri.
È questo uno dei molti motivi per i quali il referendum sulla cittadinanza è così importante. Sembra pensare l’esatto contrario la presidente del Consiglio Giorgia Meloni. Quel «Gesù!» sfuggitole dalle labbra in risposta a un giornalista che la interpellava a proposito dei referendum è significativo: segnala una studiata sufficienza, un’increspatura di noia, un sommesso malumore.
Meloni sbaglia. Per due ragioni: la prima è che al di là del raggiungimento del quorum il tema della cittadinanza è stato in grado di imporsi come grande questione pubblica nazionale. La seconda è che l’avversione di Meloni per quel quesito non la mette al riparo dall’urgenza delle grandi problematiche che ne sono alla base.
La premessa è che quella cifra tonda tonda che indicava l’entità della popolazione nazionale va subito ridimensionata: gli italiani non sono più 60 milioni. E nemmeno più 59: ci stiamo asserragliando intorno ai 58 milioni di residenti che presidiano il territorio del Paese per opporsi al rovinoso calo demografico.
E frugando tra i dati si scopre che la fascia d’età dai 65 anni in su è ormai la più ampia (24% della popolazione) mentre quella tra 0-15 anni rappresenta appena il 13%. Il tasso di natalità si attesta su 6.3 nati per mille abitanti, mentre l’indice di mortalità raggiunge l’11 per mille.
L’Italia che emerge da questa veloce analisi è un Paese nevrotizzato, rattrappito e raggrinzito su se stesso, che vede esaurirsi le proprie energie e le proprie risorse, che sembra incapace di immaginare uno straccio di futuro.
Anche l’abnorme interesse per la cronaca nera, diventata ormai il genere letterario più diffuso, può essere così interpretato: le fobie e le paranoie, le angosce domestiche e le ansie da stress vanno a formare un “romanzo criminale” i cui protagonisti, dalle gemelle K a Giovanni Brusca, offrono una rappresentazione che si vorrebbe razionale del caos che tutti e tutto sommerge.
Molte le possibilità di risposta a questo stato di crisi e tutte difficili, ma una in particolare sembra trascurata e trattata, appunto, con sufficienza dall’attuale governo: ed è quella che affida solide aspettative di rinnovata vitalità alla capacità di integrazione dei flussi migratori provenienti dal sud e dall’est del mondo.
Qualche settimana fa il governatore della Banca d’Italia, Fabio Panetta, è stato chiarissimo: «L’invecchiamento della popolazione e la bassa natalità sono destinati a incidere profondamente sul potenziale di crescita dell’economia italiana. L’immigrazione regolare può fornire un apporto rilevante». Si noti quel «regolare» che significa una cosa sola: i flussi migratori vanno accompagnati e “legalizzati”, attraverso politiche di inclusione e attraverso quel fondamentale strumento che è l’accesso alla cittadinanza piena.
D’altra parte, quest’ultima è una grande questione di giustizia. All’interno del nostro sistema scolastico pubblico studiano attualmente circa un milione di minori stranieri. Tantissime biografie così simili al vissuto di Insaf Dimassi.
Tante storie di crescita all’interno delle nostre comunità e della nostra vita sociale: ragazze e ragazzi stranieri che parlano molisano o astigiano, che tifano furiosamente per oscure squadre della provincia veneta, che sognano di diventare Ghali o Mahmood. Vicende di convivenza — spesso faticosa e talvolta dolorosa — con coetanei italiani identici a loro.
Permettere un più agevole accesso alla cittadinanza e il dimezzamento dei tempi per ottenerla non è la soluzione, ma è indubbiamente una ineludibile precondizione.