Occidente, batti un colpo
di Ezio MauroSoltanto un velo di parole — per un pudore democratico residuo, o per l’incapacità di dare un nome a ciò che sta accadendo — ci separa dalla realtà della grande metamorfosi che si sta realizzando sotto i nostri occhi, e che adesso ha anche il suo manifesto universale.
È un documento ufficiale del Dipartimento di Stato americano che ribalta il patto storico che unisce gli Stati Uniti e l’Europa, stravolge il sistema di valori su cui quell’intesa si è fondata per decenni, e in prospettiva rinegozia il meccanismo di difesa e di solidarietà atlantica che ha protetto la libertà dell’Ovest.
Tutto è superato, abiurato, rinnegato, per lasciare il posto a una nuova “alleanza di civiltà” che riformula il concetto di Occidente in chiave sovranista-reazionaria e deforma l’idea stessa di democrazia, scavalcandola a destra come una formula vuota.
Non è infatti la democrazia nella libertà l’asse che collega oggi Europa e America, quell’ideale che ha permesso all’Ovest di chiudere il Novecent…
Soltanto un velo di parole — per un pudore democratico residuo, o per l’incapacità di dare un nome a ciò che sta accadendo — ci separa dalla realtà della grande metamorfosi che si sta realizzando sotto i nostri occhi, e che adesso ha anche il suo manifesto universale.
È un documento ufficiale del Dipartimento di Stato americano che ribalta il patto storico che unisce gli Stati Uniti e l’Europa, stravolge il sistema di valori su cui quell’intesa si è fondata per decenni, e in prospettiva rinegozia il meccanismo di difesa e di solidarietà atlantica che ha protetto la libertà dell’Ovest.
Tutto è superato, abiurato, rinnegato, per lasciare il posto a una nuova “alleanza di civiltà” che riformula il concetto di Occidente in chiave sovranista-reazionaria e deforma l’idea stessa di democrazia, scavalcandola a destra come una formula vuota.
Non è infatti la democrazia nella libertà l’asse che collega oggi Europa e America, quell’ideale che ha permesso all’Ovest di chiudere il Novecento con la sconfitta dei due totalitarismi, vincendo la guerra fredda.
Il Dipartimento di Stato riscrive la storia per rifondare la partnership transatlantica su un’altra tradizione basata “sul diritto naturale, sull’etica della virtù e sulla sovranità nazionale” attraversando Atene, Roma, il cristianesimo medievale, la common law inglese, Aristotele e Tommaso d’Aquino fino ai testi da cui è nata l’America.
Oggi questi valori sono minacciati dall’interno, come ha denunciato a Monaco il vicepresidente Vance, per il passo indietro dell’Europa che ha creduto di realizzare la promessa del liberalismo globale creando strutture sovranazionali nell’illusione di costruire un’era di pace senza precedenti.
Ma per il Dipartimento di Stato oggi “questa promessa è a brandelli”, con il risultato che in tutta Europa “i governi hanno armato le istituzioni politiche contro i propri cittadini e la stessa Europa si è trasformata in un focolaio di censura digitale, migrazione di massa, restrizioni alla libertà religiosa, con ripetuti assalti all’autogoverno democratico”.
La critica americana all’Europa diventa apocalittica, ingigantendo la cronaca: nel Regno Unito “la polizia sta arrestando cristiani per aver pregato in silenzio fuori dalle cliniche per aborti”, in Germania il governo “monitora e censura il discorso online con il pretesto di combattere la disinformazione e prevenire le offese”, la legge sui servizi digitali dell’Unione Europea “viene utilizzata per mettere a tacere le voci dissidenti”.
In sostanza, “il progetto liberale globale sta calpestando la democrazia a nome di una classe di governo decadente che ha paura del popolo”, denuncia il Dipartimento di Stato, difendendo i neofascisti di Afd dall’accusa di estremismo mossa dall’intelligence tedesca, Marine Le Pen dalla condanna a quattro anni per appropriazione indebita di fondi pubblici, “una nazione cristiana come l’Ungheria ingiustamente bollata con l’etichetta autoritaria”.
La sentenza trumpiana sull’Europa è senza rimedio: “Un’Europa che sostituisce le sue radici spirituali e culturali, che tratta i valori tradizionali come reliquie pericolose e che centralizza il potere in istituzioni irresponsabili” è incapace di resistere alle minacce esterne e al decadimento interno, e diventa una minaccia per la partnership transatlantica e per la stessa sicurezza degli Stati Uniti.
Questo atto d’accusa ha un unico obiettivo: la nuova “alleanza di civiltà”, cioè il cambio di regime in Europa, il superamento della democrazia liberale con tutti i suoi istituti di controllo, di garanzia e di bilanciamento dei poteri, portando i Paesi dell’Ovest a una svolta neo-autoritaria basata sulla fede, sulla tradizione e sulla sovranità. Per poi ridimensionare l’Unione Europea, ridurre i suoi spazi di intervento e a quel punto rifondare l’alleanza con gli Stati Uniti su una cultura autocratica di destra estrema.
Questa sovversione globale di sistema sarebbe impossibile con un leader espressione del vecchio partito repubblicano, espressione di un conservatorismo democratico capace di riconoscersi come parte di uno Stato basato sulla cultura dell’alternanza, sulla contendibilità del potere e sul primato della Costituzione: ma è perfettamente plausibile con la Casa Bianca in mano al movimento Maga, che concepisce se stesso come principio rivoluzionario permanente, e dunque spezza automaticamente la logica democratica che ha governato il Paese dal 1789 ad oggi.
Il momento fondativo è l’insurrezione dei seguaci di Trump che il 6 gennaio 2021 occupano il Campidoglio, sede del Congresso, per contestare la vittoria elettorale di Joe Biden e spingere il vicepresidente Mike Pence a rifiutarsi di proclamare il nuovo presidente.
Definita patriotticamente come la Save America march, quella sollevazione popolare è tecnicamente un atto eversivo, ispirato dalle parole dello stesso Trump ai suoi seguaci: «Non vi riprenderete mai il Paese con la debolezza. Dovete esibire forza e dovete essere forti. Siamo giunti fin qui per chiedere che il Congresso faccia la cosa giusta. Combattete. E se non combatterete come dannati, per voi non vi sarà più un Paese».
Qui si compie la trasfigurazione di Trump da leader conservatore a populista sovversivo, pronto per convenienza a denunciare come corrotta nelle sue fondamenta elettorali la democrazia che dovrebbe proteggere, scegliendo di mostrarsi come eversore piuttosto che come sconfitto.
Per questo imprinting sedizioso, per le sue politiche rivoluzionarie, per i suoi metodi sovvertitori, Trump è già in sé il regime change. Oggi il progetto rivoluzionario, con il documento del Dipartimento di Stato, diventa globale e concentra il suo fuoco, oltre che sull’America, proprio sulla vecchia Europa, per ragioni evidenti: malandata nella sua immagine popolare, incerta negli equilibri politici, logorata da populismi di tutte le specie, l’Europa è pur sempre la custode del diritto e dei diritti, legata alle sue Costituzioni che tutelano la libertà del cittadino e l’autonomia delle istituzioni.
Oggi quindi l’Europa diventa — e non importa se consapevolmente o meno — la riserva del principio liberal-democratico, attaccato frontalmente dal proposito universale di correzione di regime.
Siamo in terra inesplorata. Finora la dottrina americana del regime change veniva praticata come una strategia imperiale degli Stati Uniti per appoggiare con il soft power o con l’interferenza militare un mutamento radicale di governo in Paesi giudicati ostili o pericolosi: comunque sempre esterni al perimetro dell’Alleanza atlantica, come vorrebbe la logica, perché il Paese-guida normalmente non pensa a sovvertire il sistema dei suoi alleati.
Oggi anche la logica è sospetta e quindi sospesa, con il risultato che l’Europa diventa il primo campo di esercitazione della vecchia dottrina rivisitata e corretta a destra.
Naturalmente, Trump non ha in mano l’intero quadro di controllo del mondo occidentale e nemmeno può manovrare a piacere le leve di comando dell’Unione Europea. Dunque l’esito della partita che sta per iniziare dipende dall’autonoma responsabilità dei diversi Paesi, dal peso politico che saprà darsi la Ue, dalla coscienza democratica dei suoi leader: e soprattutto dalla capacità della democrazia e dei suoi istituti di riguadagnare il consenso perduto, recuperando la fiducia e la passione dei cittadini. È l’ora dell’appello: Occidente, se ci sei batti un colpo.