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Disarmiamoci e partite

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Narrazioni e false credenze di chi pensa che non sia necessario difendersi
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“Una follia”. Sostiene l’onorevole Giuseppe Conte che aumentare le spese per la difesa sia una follia. In tre anni, da quando l’invasione russa dell’Ucraina ha riportato la guerra tra le priorità della vita europea, l’ha proclamato un certo numero di volte. Ultimamente alla manifestazione romana del 5 aprile. E il 13 maggio a Bruxelles, guidando una delegazione di giovani del Movimento 5 Stelle per protestare contro la «strategia bellicista» e i piani di riarmo dell’Unione europea.

Conte non è certo l’unico a dirlo. Anzi. La falange di esponenti politici e opinionisti che lo ripete nelle piazze e nei salotti tv è nutrita. Tutti insieme formano quella che gli studiosi del linguaggio chiamerebbero una “comunità discorsiva”. Condividono una narrazione, alcuni assunti ideologici, parole d’ordine. E molte formule retoriche ricorrenti.

Alcune sono popolari, e Conte le usa spesso. «Se le armi vengono prodotte poi devono essere usate», è una. «Se la minaccia non c’è deve essere creata…

“Una follia”. Sostiene l’onorevole Giuseppe Conte che aumentare le spese per la difesa sia una follia. In tre anni, da quando l’invasione russa dell’Ucraina ha riportato la guerra tra le priorità della vita europea, l’ha proclamato un certo numero di volte. Ultimamente alla manifestazione romana del 5 aprile. E il 13 maggio a Bruxelles, guidando una delegazione di giovani del Movimento 5 Stelle per protestare contro la «strategia bellicista» e i piani di riarmo dell’Unione europea.

Conte non è certo l’unico a dirlo. Anzi. La falange di esponenti politici e opinionisti che lo ripete nelle piazze e nei salotti tv è nutrita. Tutti insieme formano quella che gli studiosi del linguaggio chiamerebbero una “comunità discorsiva”. Condividono una narrazione, alcuni assunti ideologici, parole d’ordine. E molte formule retoriche ricorrenti.

Alcune sono popolari, e Conte le usa spesso. «Se le armi vengono prodotte poi devono essere usate», è una. «Se la minaccia non c’è deve essere creata», è un’altra. La prima è curiosa, visto che contraddice decenni di studi sulla deterrenza e sugli equilibri che hanno reso possibile, nell’armatissimo mondo della Guerra fredda, garantire un buon mezzo secolo di pace al vecchio mondo. Una garanzia che è scomparsa quando europei e statunitensi hanno smesso di credere che fosse utile investirci.

Lo ha ricordato Andrés Gannon, scienziato politico alla Vanderbilt University, pubblicando un anno fa, sul Journal of Conflict Resolution, un elenco di vent’anni di aggressioni russe, convenzionali e no, dall’intervento in Georgia nel 2008 fino alla guerra ibrida a base di disinformazione e sabotaggi che ha toccato quasi ogni angolo del continente.

In quanto all’ipotesi che oggi non esista una reale minaccia per l’Europa, il massimo che si possa dire è che chi lo pensa ha un’immaginazione fervida. Quella in Ucraina è una guerra che viene da lontano, dice Serhii Plokhy ne Il ritorno della storia, forse il più bel volume sulle origini del conflitto. Perché non è certo dal febbraio 2022 che Putin promette di fare la Russia di nuovo grande a spese dei propri vicini, sottomettendoli o facendone Stati vassalli, come la Bielorussia.

«Ma spendiamo già troppi soldi per le armi», è un’altra formula ricorrente. Chi lo afferma ama citare un articolo uscito a febbraio a firma di Alessio Capacci, Carlo Cignarella e Carlo Cottarelli. Analizzando le cifre disponibili i tre autori sottolineano come la spesa Nato in armamenti sia già superiore a quella russa, e neanche di poco (del 19%, tenendo conto solo dei Paesi dell’Ue membri dell’Alleanza). Dunque ci vuole «cautela nel concludere che sia necessario un forte aumento della spesa militare in Europa».

È un’affermazione usata come l’arma-fine-di-mondo nei contraddittori, quando l’interlocutore contrario a ogni euro in più per soldati e cannoni sfodera lo “studio” e zittisce ogni obiezione: si spende già abbastanza, si deve solo spendere meglio, bisogna dire no a ogni riarmo.

Sarebbe bello, se fosse vero. Peccato che i Paesi dell’Ue vengano da un quarto di secolo di tagli drastici alla difesa che hanno azzoppato le capacità di reazione della Francia, disarmato l’Italia e trasformato la Germania in uno Stato pressoché inerme.

Quando Eva Högl, la commissaria alla Bundeswehr dei socialdemocratici, grida disperata in Parlamento «abbiamo troppo poco di tutto, siamo indifesi», non sta facendo propaganda guerrafondaia. Racconta una deprimente realtà. Alla fine del 2024 la Germania disponeva di trecento carri armati da battaglia, non tutti operativi. L’Italia (teoricamente) ne aveva duecento, lo stesso numero di quelli rimodernati o prodotti di fresco dal solo complesso industriale russo di Uralvagonzavod.

Non bastano due o tre esercizi finanziari generosi per recuperare il tempo perduto e rendere credibile la capacità europea di difendersi, soprattutto in assenza di un sostegno, quello americano, sempre più incerto (a essere ottimisti).

Servono investimenti massicci (e stabili) in nuove linee industriali, ricerca e sviluppo tecnologico. E servono urgentemente. Perché per progettare un nuovo carro armato o realizzare un sistema satellitare difensivo si impiegano anni, se tutto va bene. Poi, certo, sarà necessaria anche una nuova governance militare comune, come previsto dal Libro bianco della difesa europea. Ma le minacce vanno affrontate ora. E no, purtroppo non è un’invenzione.

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