Tra gli argomenti usati dai promotori dei referendum per spiegare la sconfitta, ce n’è uno che ha suscitato una certa perplessità. Quello secondo cui, ci si fa sapere, nessuno pensava realistico e possibile il quorum del 50 per cento più un voto. Lo stesso Landini ha detto, nella sostanza, che nel pieno di una «crisi democratica» era necessario mobilitarsi come se la soglia fosse a portata di mano, pur non credendoci sul serio. Altri sono stati molto più espliciti.
Allora s’impone una riflessione. Se nessuno riteneva verosimile che i cinque referendum fossero nella condizione di guadagnarsi la validità costituzionale, perché sono stati concepiti e sottoposti al giudizio popolare nella forma molto tecnica, in qualche caso astrusa, che si è scelta? In fondo solo uno è sembrato netto ed esplicito nel quesito: volete ridurre da dieci a cinque anni il tempo per diventare cittadini italiani?
Sfortunatamente è stato anche quello meno gradito agli italiani. La percentuale dei “no” racc…
Tra gli argomenti usati dai promotori dei referendum per spiegare la sconfitta, ce n’è uno che ha suscitato una certa perplessità. Quello secondo cui, ci si fa sapere, nessuno pensava realistico e possibile il quorum del 50 per cento più un voto. Lo stesso Landini ha detto, nella sostanza, che nel pieno di una «crisi democratica» era necessario mobilitarsi come se la soglia fosse a portata di mano, pur non credendoci sul serio. Altri sono stati molto più espliciti.
Allora s’impone una riflessione. Se nessuno riteneva verosimile che i cinque referendum fossero nella condizione di guadagnarsi la validità costituzionale, perché sono stati concepiti e sottoposti al giudizio popolare nella forma molto tecnica, in qualche caso astrusa, che si è scelta? In fondo solo uno è sembrato netto ed esplicito nel quesito: volete ridurre da dieci a cinque anni il tempo per diventare cittadini italiani?
Sfortunatamente è stato anche quello meno gradito agli italiani. La percentuale dei “no” raccolta da ognuno dei quesiti (in alternativa all’astensione) oscilla intorno al 12-15 per cento. Tutti tranne il quinto, appunto sulla cittadinanza: qui i “no” si attestano sul 35 per cento.
Significa che il referendum, pur fallito, ha avuto una percentuale di “sì” più contenuta rispetto agli altri: il 65 per cento di quel 30 per cento che è andato a votare. E questa circostanza esigerà una riflessione non banale da parte del centrosinistra nel suo complesso (senza dimenticare che l’astuto Giuseppe Conte si era smarcato per tempo dal tema della cittadinanza, lasciando libertà di voto).
Ma torniamo alla scarsa o nulla fiducia degli stessi promotori nella conquista del quorum. Questo porta qualche argomento alla tesi della destra: che i referendum erano stati messi in campo al solo scopo di far inciampare Giorgia Meloni e dimostrare che gli italiani non ne possono più.
Tesi legittima, ma gli esiti non la confortano. I dati non costituiscono «un avviso di sfratto» alla premier, bensì uno smacco su cui il centrosinistra dovrà interrogarsi non poco. Come pure è poco convincente l’altro punto: i voti a sostegno del “sì” sono oltre tredici milioni, più o meno gli stessi ottenuti dal centrodestra nelle elezioni del ’22; quindi ora basterà trasferire questa cifra sul terreno politico ed ecco che la vittoria prossima ventura dal centrosinistra prenderà forma. Ma non è così.
Il referendum è una cosa e risponde a una sua logica; il voto legislativo e amministrativo vive di altre logiche, spesso non sovrapponibili. Altrimenti avrebbe avuto ragione Renzi dopo la sconfitta nel referendum confermativo del 2016, quando disse che il 40 per cento ottenuto dalla tesi perdente (favorevole alla riforma della Costituzione) era una piattaforma di prim’ordine per ripartire con il “partito renziano”.
E ancor più, andando indietro nel tempo al 1974, si poteva immaginare che il 60 per cento ottenuto contro l’abrogazione della legge sul divorzio era la piattaforma ormai pronta per l’alternativa alla Dc. Da spedire all’opposizione saltando a piè pari tutti i passaggi politici.
Il dopo-referendum comincia da qui. È vero, le iniziative movimentiste di Elly Schlein possono far scoccare la scintilla della rivincita elettorale. Ma il realismo induce a pensare che la strada sia ancora lunga. Perciò la riflessione, anche nei suoi aspetti autocritici, non potrà essere affare di un giorno.
E se qualcuno ha supposto che la piazza per Gaza e poi i referendum fossero un valido surrogato del confronto interno e magari di un Congresso, forse si è sbagliato. Il Pd potrebbe essere costretto a riaprire il confronto con i cosiddetti “riformisti”, coloro che non condividono — ad esempio — la stretta alleanza con Landini. Il leader della Cgil che peraltro non ha voluto o non è riuscito a portare almeno tutte le sigle sindacali nella stessa trincea referendaria.