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Tra referendum e voto locale anche la destra deve riflettere

Roma, 10 giugno: la premier Giorgia Meloni (ansa)
Nessuno ha in mano tutti gli assi del mazzo, così da sentirsi assolutamente sicuro che la partita sia già finita
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Il secondo giorno dopo i referendum, anche la destra realizza di dover riflettere. Un compito, quindi, che non riguarda solo la sinistra uscita tramortita dalle urne, ma anche lo schieramento, in apparenza vincitore, guidato dalla premier. Non si può biasimare Giorgia Meloni se cede a qualche battuta umoristica («mi costringeranno a stare qui per i prossimi dieci anni»), purché non esageri.

Primo, perché è sempre opportuno mostrare rispetto verso l’avversario sconfitto. Secondo, perché nessuno ha in mano tutti gli assi del mazzo, così da sentirsi assolutamente sicuro che la partita sia già finita, con congruo anticipo sulla conclusione della legislatura (settembre 2027).

È singolare che anche la coalizione FdI-FI-Lega-Moderati debba essere messa in guardia dal rischio di confondere i piani. Il referendum non è assimilabile a un’elezione amministrativa, nei Comuni o nelle Regioni, e tantomeno al voto legislativo per il Parlamento nazionale.

Sono trascorse ore lunedì 9 giugno pr…

Il secondo giorno dopo i referendum, anche la destra realizza di dover riflettere. Un compito, quindi, che non riguarda solo la sinistra uscita tramortita dalle urne, ma anche lo schieramento, in apparenza vincitore, guidato dalla premier. Non si può biasimare Giorgia Meloni se cede a qualche battuta umoristica («mi costringeranno a stare qui per i prossimi dieci anni»), purché non esageri.

Primo, perché è sempre opportuno mostrare rispetto verso l’avversario sconfitto. Secondo, perché nessuno ha in mano tutti gli assi del mazzo, così da sentirsi assolutamente sicuro che la partita sia già finita, con congruo anticipo sulla conclusione della legislatura (settembre 2027).

È singolare che anche la coalizione FdI-FI-Lega-Moderati debba essere messa in guardia dal rischio di confondere i piani. Il referendum non è assimilabile a un’elezione amministrativa, nei Comuni o nelle Regioni, e tantomeno al voto legislativo per il Parlamento nazionale.

Sono trascorse ore lunedì 9 giugno prima che alcuni tra i capi dell’alleanza di sinistra si mostrassero consapevoli di un punto chiave: i 13-14 milioni di voti raccolti dai promotori (e non tutti favorevoli al “sì”, come sappiamo, specie nel quesito sui cinque anni per ottenere la cittadinanza) non sono trasferibili in modo semplicistico sul piano delle elezioni politiche o regionali.

Ma anche la coalizione di centrodestra rischia di commettere lo stesso errore: quello di compiacersi per il buco nell’acqua dei cinque referendum e immaginare che l’opposizione si sia autoesclusa dalla gara elettorale per un numero “x” di anni.

In realtà ogni competizione fa storia a sé. E lo abbiamo visto proprio domenica 8 e lunedì 9 giugno. A Taranto e a Nuoro il centrosinistra ha prevalso in modo netto sulle liste della destra, vincitrice solo a Matera. È un test troppo limitato, si dirà, eppure merita almeno d’essere preso in considerazione. Se non altro dimostra che bisogna essere cauti prima di dare per morto un avversario. Né va dimenticato che quindici giorni fa la città di Genova è tornata a un’amministrazione di sinistra dopo anni di travagliata gestione a destra.

In altre parole, la mappa geopolitica d’Italia è complessa, certo non riducibile all’equazione: “referendum falliti = sinistra defunta”; ovvero all’altra equazione: “quattordici milioni alle urne = avviso di sfratto a Meloni”. Chi non è andato l’altro giorno a votare per i referendum può aver avuto mille e una ragione: nessuno è autorizzato a sindacare il suo voto o non voto. Come nessuno può prevedere le sue scelte future e addirittura ipotecarle.

In definitiva, le elezioni d’autunno in cinque Regioni sono aperte a ogni soluzione. E va detto che fino all’altro giorno le previsioni pendevano a favore del centrosinistra in proporzione di quattro a uno. Si torna ai soliti equilibri. Sul piano nazionale il centrodestra è in netto vantaggio quando può mettere in campo la forza mediatica e politica di Giorgia Meloni, finora priva di rivali.

Ma se si scende a un livello più basso, ecco che la destra mostra la sua debolezza: ha una classe dirigente spesso mediocre, inadeguata a compiti di governo locale. Su questo terreno il vantaggio della sinistra è ancora sensibile, benché talvolta compromesso da altri fattori.

Per farla breve, l’esito delle elezioni fra due anni non è scontato. Dipenderà dalla capacità di entrambe le coalizioni di esporre una visione generale dei problemi. L’alternativa della sinistra è tutt’altro che pronta, come sostiene il gruppo stretto intorno a Elly Schlein. Ma la destra non può certo dormire sugli allori: c’è bisogno di qualche idea nuova dopo anni statici. Ad esempio sul terreno fiscale, per dare sollievo al tartassato ceto medio.

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