La Nazionale allo sbando specchio dell’Italia
di Massimo AdinolfiSi vuol bene alla Nazionale come si vuol bene all’Italia, si hanno nel cuore le coppe alzate da Bearzot o da Lippi, le mani festanti di Pertini e il cielo azzurro sopra Berlino, e perciò si fa fatica a credere di essere giunti al punto in cui siamo, dopo la sonora sconfitta con la Norvegia e l’esonero di Luciano Spalletti: senza una bussola, senza un progetto, senza un nome per la panchina.
Una Nazionale che i diciottenni di oggi non hanno in pratica mai visto competere a un Mondiale: eliminazione al primo turno nel 2010 e nel 2014, mancata qualificazione alla fase finale sia nel 2018 che nel 2022. Una striscia di record negativi impressionante, che tiene una generazione intera lontana dai colori azzurri. Nel calcio e, come s’è visto domenica, nelle urne: se c’è una metafora del Paese, e un segno del suo declino, beh: è questo.
Poi, per carità, tutto può succedere: nello sport e nella vita. Ma quello che ci racconta la storia recente della Nazionale non dice qualcosa soltanto sul ca…
Si vuol bene alla Nazionale come si vuol bene all’Italia, si hanno nel cuore le coppe alzate da Bearzot o da Lippi, le mani festanti di Pertini e il cielo azzurro sopra Berlino, e perciò si fa fatica a credere di essere giunti al punto in cui siamo, dopo la sonora sconfitta con la Norvegia e l’esonero di Luciano Spalletti: senza una bussola, senza un progetto, senza un nome per la panchina.
Una Nazionale che i diciottenni di oggi non hanno in pratica mai visto competere a un Mondiale: eliminazione al primo turno nel 2010 e nel 2014, mancata qualificazione alla fase finale sia nel 2018 che nel 2022. Una striscia di record negativi impressionante, che tiene una generazione intera lontana dai colori azzurri. Nel calcio e, come s’è visto domenica, nelle urne: se c’è una metafora del Paese, e un segno del suo declino, beh: è questo.
Poi, per carità, tutto può succedere: nello sport e nella vita. Ma quello che ci racconta la storia recente della Nazionale non dice qualcosa soltanto sul calcio, sull’insipienza dei dirigenti sportivi o sugli egoismi delle società calcistiche, ma forse anche sull’Italia intera.
Non ti disunire, dice Antonio Capuano sul finale del film di Paolo Sorrentino dedicato a Maradona, ed è così che si dice, a pallone: non ti disunire, tieni il ruolo, rispetta le consegne, non giocare da solo, non perderti in mezzo al campo. La Nazionale che a Oslo ha preso tre gol senza mai reagire era una squadra disunita, vuota, inconsistente. E non c’è stato nessuno — non Spalletti, non Gravina — che l’abbia saputa tenere su.
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Il giorno dopo Spalletti è stato mandato a casa ed è cominciato lo psicodramma della scelta del nuovo ct, ancora in corso. Una scena che abbiamo già visto — non una, due volte — quando si è trattato di scegliere il nuovo presidente della Repubblica, e una volta Napolitano, la volta dopo Mattarella hanno dovuto prendere atto della paralisi del sistema politico e assumere un nuovo mandato.
Non è forse la stessa impasse in cui si trova adesso la Federazione? Non aveva pensato Gravina a Claudio Ranieri come alla soluzione d’emergenza per uscire dallo stallo? E non è paradossale che, nel Paese in cui tutti si sentono selezionatori tecnici, sono pronti a convocare giocatori e dettare formazioni, non si trovi un nome all’altezza della situazione?
Nulla contro il più probabile sostituto di Spalletti, che al momento è nientedimeno che Gennaro Gattuso, ma la vediamo tutti la differenza fra un Brasile che chiama Ancelotti e un’Italia che si affida, o si affiderebbe, a Gattuso.
Questo mostra il calcio come metafora: un Paese invecchiato, una classe dirigente usurata, sempre meno credibile, con pochissime idee, e senza serbatoi culturali, civili, sociali ai quali attingere, grazie a cui rigenerarsi. Poi, certo, c’è Sinner, c’è il tennis, e risultati di prestigio alle Olimpiadi.
Infatti: non è una questione che riguardi il movimento sportivo nel suo complesso. Si tratta invece del calcio, cioè dello sport nazionale, e dunque dell’idea che il Paese può farsi di sé specchiandosi nei suoi riti, nelle manifestazioni più popolari, nei gesti o nelle parole a cui attinge l’immaginario collettivo. Che conserva memoria viva della pipa di Bearzot o del sigaro di Lippi, ma che, da anni, non ha più di che nutrirsi.
Così finisce che la malinconica ricerca di un nuovo allenatore prenda sempre più l’aspetto di un teatrino, proprio come gli italiani pensano la politica, disertandola. All’improvviso tutti i protagonisti di questa vicenda desolante appaiono inadeguati, più piccoli dei posti che occupano, delle responsabilità che sono chiamati a portare e di nuovo: non è una faccenda che riguardi solo il rettangolo di gioco.
Dietro il no di Ranieri si scopre il vuoto: cosa c’è? Di sicuro non c’è un progetto, e nessuno sa dove si andrà a parare. Troveranno soluzioni di fortuna. E pure l’Italia si trova così, mi sembra: al di là di toni e voci da propaganda, nessuno ha chiaro dove si troverà l’Italia fra cinque anni, qual è il mondo al quale vuole appartenere e che vuol contribuire a formare, e chi è in grado di tenere il campo senza disunirsi, trovando parole nuove e schemi nuovi. Siederà in panchina Gattuso? Auguri a lui. Andremo ai Mondiali? Sarebbe il minimo, ma con quel che passa il convento. Ma poi?