Cittadinanza, come ci siamo svegliati xenofobi
di Luigi ManconiNegli anni Cinquanta del secolo scorso, in Francia, si verificarono conflitti molto aspri tra lavoratori locali e lavoratori immigrati: e, a sostenere i primi contro i secondi, era la Cgt (Confédération générale du travail), sindacato di ispirazione comunista.
Alla fine degli anni Ottanta, a Milano e a Torino, le prime mobilitazioni anti-migranti vedevano, accanto a militanti del Movimento sociale italiano e della Lega Nord, un certo numero di “sinceri democratici”, fortemente inquieti per la propria condizione economica e sociale e angosciati per il destino proprio e dei propri figli. Fatti analoghi accadevano in gran parte dei Paesi occidentali.
Nel 2017 ebbi la ventura di promuovere la mobilitazione parlamentare per l’approvazione dello ius soli, non dico nell’ostilità, ma senza dubbio nella malmostosa neghittosità di parte della sinistra. Il tentativo non riuscì.
Tutto questo per dire che quanto ha rivelato l’esito del referendum sulla cittadinanza non ha in realtà nulla di so…
Negli anni Cinquanta del secolo scorso, in Francia, si verificarono conflitti molto aspri tra lavoratori locali e lavoratori immigrati: e, a sostenere i primi contro i secondi, era la Cgt (Confédération générale du travail), sindacato di ispirazione comunista.
Alla fine degli anni Ottanta, a Milano e a Torino, le prime mobilitazioni anti-migranti vedevano, accanto a militanti del Movimento sociale italiano e della Lega Nord, un certo numero di “sinceri democratici”, fortemente inquieti per la propria condizione economica e sociale e angosciati per il destino proprio e dei propri figli. Fatti analoghi accadevano in gran parte dei Paesi occidentali.
Nel 2017 ebbi la ventura di promuovere la mobilitazione parlamentare per l’approvazione dello ius soli, non dico nell’ostilità, ma senza dubbio nella malmostosa neghittosità di parte della sinistra. Il tentativo non riuscì.
Tutto questo per dire che quanto ha rivelato l’esito del referendum sulla cittadinanza non ha in realtà nulla di sorprendente. Che poi la totalità degli osservatori e degli analisti (e io tra questi) non l’avesse previsto rimanda alla responsabilità dell’Ottuso collettivo, per il quale non c’è attenuante alcuna. Dunque siamo in presenza, più che di una semplice sconfitta, di una disfatta politica e culturale.
Una prima analisi offre qualche elemento per una possibile interpretazione. Lo scarto tra chi ha votato sì nei primi quattro referendum e chi ha votato sì al quesito sulla cittadinanza suggerisce che gli elettori particolarmente interessati al tema del lavoro, della sua tutela e della sua sicurezza sono coloro che più temono la concorrenza economica degli stranieri e sono presumibilmente quelli più legati all’organizzazione sindacale e da questa orientati.
Di conseguenza la competizione — vera o presunta — per il posto di lavoro sembra rimanere il principale fattore di inquietudine per strati popolari stressati e smarriti, minacciati dal lavoro povero e dalle politiche di ristrutturazione e delocalizzazione delle aziende. Fatale che per questi non garantiti “l’inferno sono gli altri”, per dirla con Sartre: ovvero l’Altro, gli sconosciuti, gli stranieri.
Non è la semplice riproposizione della teoria del Capro espiatorio. Si tratta piuttosto di un concetto filosofico che richiama uno stato di permanente sradicamento e un sentimento di irriducibile estraneità: la Casa d’altri (Silvio D’Arzo) come perenne condizione umana.
A fronte di ciò, il compito che spetta ai sindacati appare gigantesco ma ineludibile; e richiede, tra l’altro, l’integrazione nelle strutture sindacali di base, e anche tra i quadri intermedi e nei gruppi dirigenti centrali, di lavoratori stranieri regolari (pur se privi di cittadinanza) come essenziale strumento di accelerazione dei processi di regolarizzazione di quelli tuttora non regolari.
Un’impresa assai ardua, dicevo, eppure incentivata da una congiuntura economica che sollecita una consistente domanda di lavoro e una costante richiesta di manodopera. Come indicato ormai da vent’anni dalla Confindustria e, in ultimo, dal governatore della Banca d’Italia.
Dunque quei lavoratori stranieri vissuti come insidiosi concorrenti si rivelano indispensabili per il nostro sistema economico. E quanto più potranno partecipare alla vita civile e sociale, contribuendo al benessere collettivo e alla ricchezza nazionale, tanto più saranno pienamente inclusi nella rete dei diritti e dei doveri: cioè nel sistema della cittadinanza.
Questo processo, inevitabilmente lungo e faticoso e non privo di conflitti e di fratture, subirà ora un ulteriore rallentamento. Ma l’errore più grave sarebbe quello di classificare alla voce “razzismo” l’orientamento degli italiani, tra quanti non hanno partecipato al voto e quanti hanno detto no al dimezzamento dei tempi per la domanda di cittadinanza.
Sia chiaro: il razzismo, quale volontà di discriminazione su base etnica, esiste in Italia così come in tutti i Paesi democratici, ma riguarda solo una parte ridotta della popolazione e delle sue rappresentanze politiche. Qui si deve parlare, piuttosto, di xenofobia e di ciò che il termine esprime nella sua radice etimologica: paura dello straniero e, più in generale, dell’insolito. Si tratta di un sentimento profondamente umano che si ritrova in misura variabile all’interno di tutte le comunità e di tutte le aggregazioni sociali.
Poco interessa puntare il dito contro i lestofanti che, nel sistema politico e in quello mediatico, alimentano tale paura. Si può dire solo che Dio perdoni questi arruffapopoli. Ma chi non cede a questa ignobile tentazione — e dunque noi tra gli altri — deve porsi una domanda: come è potuto accadere che la xenofobia, contro ogni evidenza di realtà, si sia così tanto diffusa in Italia?
E perché mai ciò che chiamiamo sinistra non è stato in grado negli ultimi quarant’anni di proporre una cultura dell’accoglienza fondata su parametri scientifici e su principi giuridici? Vorrà pur dire qualcosa il fatto che l’unica agenzia impegnata nella creazione di pacifiche relazioni inter-etniche e di un corrispondente racconto collettivo sia quella rappresentata dalla Conferenza episcopale e dall’associazionismo cattolico. Attenzione: non è questione di filantropia e non serve avere un cuore grande così. Si tratta di un cruciale tema economico e politico.