I lampi di guerra che si accendono nel mondo suscitano inquietudini crescenti nella gente che ovviamente teme l’ignoto. Ma per quanto riguarda il teatrino domestico, il risultato è solo quello di rallentare le discussioni e rinviare il “chiarimento politico”, come si dice con immagine paludata. Non che le polemiche siano attenuate, anzi il rimbalzo delle accuse prosegue come al solito, ma nessuno sembra crederci. Ognuno recita il suo copione, eppure è evidente che la mente di tutti è altrove, almeno in questi giorni.
Non è interessante in queste ore che i 5S critichino l’Unione per il progetto di riarmo. Non con i conflitti che si allargano da Kiev a Baghdad e segnalano una minaccia reale da Est. E la voce troppo flebile di Giorgia Meloni, quasi al confine dell’afonia, come accusano Elly Schlein e Matteo Renzi, urta con il fatto che in questo momento nessuno, salvo forse gli Stati Uniti e un’Unione molto determinata, sarebbe in grado di far tacere le armi. Può darsi che Trump tenterà…
I lampi di guerra che si accendono nel mondo suscitano inquietudini crescenti nella gente che ovviamente teme l’ignoto. Ma per quanto riguarda il teatrino domestico, il risultato è solo quello di rallentare le discussioni e rinviare il “chiarimento politico”, come si dice con immagine paludata. Non che le polemiche siano attenuate, anzi il rimbalzo delle accuse prosegue come al solito, ma nessuno sembra crederci. Ognuno recita il suo copione, eppure è evidente che la mente di tutti è altrove, almeno in questi giorni.
Non è interessante in queste ore che i 5S critichino l’Unione per il progetto di riarmo. Non con i conflitti che si allargano da Kiev a Baghdad e segnalano una minaccia reale da Est. E la voce troppo flebile di Giorgia Meloni, quasi al confine dell’afonia, come accusano Elly Schlein e Matteo Renzi, urta con il fatto che in questo momento nessuno, salvo forse gli Stati Uniti e un’Unione molto determinata, sarebbe in grado di far tacere le armi. Può darsi che Trump tenterà la carta del pacificatore nelle prossime ore, ma nessuno si sorprenderebbe se invece mettesse la testa sotto la sabbia. I segnali visti fin qui non promettono nulla di buono.
In definitiva l’Italia può ben poco, salvo far conoscere a tutti il proprio desiderio di pace. Senza perdere i contatti con il gruppetto delle nazioni di testa, a cominciare dalla Germania. Ciò nondimeno il conflitto tra Israele e Iran occupa le prime pagine dei giornali, come è ovvio, e così sarà almeno fino alla prossima settimana e oltre.
Eppure, un po’ in sordina, la discussione post referendum continua nel Pd o forse si dovrebbe dire nell’intero centrosinistra, Cgil compresa. Il punto è se il vertice del Nazareno accetta che i risultati hanno decretato la sconfitta dell’iniziativa referendaria. Ovvero se rimane arroccato sull’immagine autoconsolatoria dei 14 milioni di votanti, una massa critica da scagliare appena possibile contro l’usurpatrice di palazzo Chigi. Se i capi del centrosinistra intendono trasmettere un’immagine di forza consapevole, hanno solo da ragionare sulla sconfitta, compresi gli errori di comunicazione commessi: in fondo hanno davanti circa due anni prima delle prossime elezioni politiche, un lasso temporale più che sufficiente per costruire un’ipotesi di alternativa credibile. Se invece si accontentano di volare sulle ali della propaganda, allora è sufficiente arroccarsi e proclamare che l’alleanza è pronta a scendere in campo contro la destra, anzi da oggi si augura le elezioni anticipate.
Questo secondo scenario, che sembra quello preferito da Elly Schlein, esclude il dialogo con gli esponenti delle correnti interne più o meno “riformiste”. Meno si dialoga, minori sono le possibilità di accordo e ancora più esigue sono le poltrone da mettere a disposizione degli avversari interni nelle liste elettorali. Non fa una grinza. Una testimonianza del clima non positivo che si respira nel centrosinistra nei confronti dei dissidenti lo offre un intervento del costituzionalista ed ex parlamentare del Pd, Stefano Ceccanti, sul Quotidiano Nazionale. Egli fa due esempi. Uno riguarda la Dc di fronte alla sconfitta nei referendum del ’74 e ’81 (divorzio, il primo, e aborto, il secondo). Il partito di maggioranza in entrambi i casi si affrettò a cambiare il segretario e riuscì a rimandare il declino. Esempio opposto quello del Pci nel ’85. Perse il referendum sulla scala mobile e — già colpito dalla tragica scomparsa del segretario Berlinguer — non ebbe la forza di correggere qualcosa nella linea politica. Il risultato dell’arroccamento fu un tramonto accelerato e un cambio del nome sotto le macerie del Muro di Berlino.