Dopo 48 ore di duri attacchi reciproci, la guerra Israele-Iran assume le sembianze di un conflitto aereo d’attrito con quattro possibili scenari di evoluzione, capaci di ribaltare il Medio Oriente.
Il primo, e più verosimile, scenario è l’intensificazione della guerra combattuta con droni, missili e jet. Israele ha iniziato bersagliando comandi militari, scienziati nucleari e difese antiaeree perché l’obiettivo è la distruzione del programma che, secondo l’Agenzia atomica dell’Onu, consente a Teheran di essere a un passo dalla bomba. Le sedi dei maggiori impianti sono sette — Natanz, Fordow, Isfahan, Arak, Parchin, Teheran e Bushehr — ma in alcune vi sono molteplici strutture, senza contare i centri minori. In due giorni di attacchi Israele ha distrutto uno degli impianti di Natanz e iniziato a colpirne altri a Fordow, Isfahan e Bushehr. Ammesso, e non concesso, che riesca a mantenere tale ritmo ha bisogno di almeno due settimane, sempre a patto di riuscire a colpire a grandi profondi…
Dopo 48 ore di duri attacchi reciproci, la guerra Israele-Iran assume le sembianze di un conflitto aereo d’attrito con quattro possibili scenari di evoluzione, capaci di ribaltare il Medio Oriente.
Il primo, e più verosimile, scenario è l’intensificazione della guerra combattuta con droni, missili e jet. Israele ha iniziato bersagliando comandi militari, scienziati nucleari e difese antiaeree perché l’obiettivo è la distruzione del programma che, secondo l’Agenzia atomica dell’Onu, consente a Teheran di essere a un passo dalla bomba. Le sedi dei maggiori impianti sono sette — Natanz, Fordow, Isfahan, Arak, Parchin, Teheran e Bushehr — ma in alcune vi sono molteplici strutture, senza contare i centri minori. In due giorni di attacchi Israele ha distrutto uno degli impianti di Natanz e iniziato a colpirne altri a Fordow, Isfahan e Bushehr. Ammesso, e non concesso, che riesca a mantenere tale ritmo ha bisogno di almeno due settimane, sempre a patto di riuscire a colpire a grandi profondità o dentro le montagne. Ciò significa che Teheran dispone di altrettanto tempo per tentare di infliggere a Israele danni talmente alti da obbligarla a fermarsi. Quanto avvenuto venerdì notte con i missili che hanno colpito Tel Aviv, Ramat Gan e Rishon Le-Zion suggerisce la volontà di causare un numero molto alto di vittime civili. Da qui la dinamica del conflitto con l’aviazione dello Stato ebraico che costruisce una “strada nel cielo verso Teheran” per eliminare ciò che resta delle difese anti-aeree e neutralizzare basi e depositi di missili — ripetendo in dimensioni maggiori quanto gli è riuscito contro gli Hezbollah in Libano — e i Guardiani della rivoluzione che provano a “bucare” lo scudo anti-aereo dell’“Iron Dome” con una tattica che ricorda l’Armata Rossa: colpire a ripetizione per scoprire la vulnerabilità avversaria. È uno scontro feroce che può accelerare in qualsiasi attimo. Se il ministro della Difesa, Israel Katz, minaccia di “far bruciare Teheran” in risposta ai missili iraniani contro le città è perché in presenza di bilanci alti di vittime Israele potrebbe usare ogni arma a sua disposizione. A cominciare dai missili a lungo raggio. Per questo il presidente Donald Trump avverte Teheran: “Israele ha ben altre armi letali e le sa usare”. E sempre per questo motivo i governi di Londra e Parigi decidono di affiancare i propri jet a quelli di Washington — usando le basi in Giordania e altrove — per abbattere droni e missili iraniani. Gli alleati vogliono impedire a Teheran di fare strage di civili israeliani perché se ciò avvenisse il conflitto entrerebbe in una dimensione più estesa e terribile.
Il secondo scenario è suggerito da quanto scrive l’agenzia iraniana “Fars” sulla possibilità che Teheran colpisca le basi Usa in Medio Oriente per “punire” il sostegno di Trump a Israele. Alì Khamenei, Guida Suprema della rivoluzione, può essere spinto a questa scelta dalla volontà di supplire ai duri colpi subiti allargando il conflitto per chiedere a cinesi e russi di sostenerlo. L’opzione dello scontro frontale con Washington include altre possibili scelte: chiudere gli Stretti di Hormuz, far bloccare Bab el-Mandeb agli Houthi oppure uscire dal Trattato contro la proliferazione per minacciare l’uso del nucleare. Ma la conseguenza sarebbe un boomerang, perché l’America entrerebbe in guerra dalla parte di Israele.
Khamenei può però compiere anche la scelta opposta — ed è il terzo scenario — accettando di tornare al tavolo negoziale con Washington per concordare la sorte del suo programma nucleare. Sappiamo che, sulla carta, i negoziatori non erano troppo distanti e l’impasse si è verificata sulla richiesta Usa di trasferire fuori dall’Iran l’arricchimento dell’uranio, che è poi una vecchia idea di Mosca. Se Khamenei aprisse, Trump accetterebbe l’offerta e avremmo una tregua fra Israele e Iran. Con Putin forse dentro la trattativa e anche il sostegno di sauditi ed europei che, non a caso, premono in queste ore su Teheran per convincerla a tornare al tavolo in Oman.
C’è però anche una quarta opzione: il cambio di regime a Teheran. Se il premier israeliano Netanyahu si rivolge direttamente al “popolo iraniano” ricordando l’antico legame fra la nazione ebraica e la Persia di Ciro il Grande è perché gli obiettivi dell’attacco sono stati scelti per evidenziare che il nemico è la Repubblica islamica, non l’Iran. I video dei giovani di Teheran che festeggiano i raid contro i pasdaran, le indiscrezioni sulle famiglie dei gerarchi in fuga verso la Russia e Reza Palhavi, figlio dell’ultimo Scià, che chiede ai militari di “abbandonare le divise per unirsi al popolo” descrivono l’opzione che Khamenei teme di più: l’implosione della teocrazia khomeinista. È lo scenario che appare più lontano ma non può essere del tutto scartato. Come non si può escludere che ci sia qualche sorpresa dietro la similitudine fra la struttura interna dei camion che hanno portato in Russia i droni esplosivi ucraini e quella dei pick-up del Mossad da cui sono decollati in Iran i droni esplosivi israeliani con cui è iniziata l’operazione “Rising Lion”.