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La Nato e il pilastro europeo

(reuters)

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Donald Trump non è un presidente di pace, ora è chiaro
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Le scie dei missili e le esplosioni nei cieli di Teheran e Tel Aviv cancellano le ultime speranze sulla presidenza Trump come presidenza di pace. “Fermerò le guerre”, da Gaza all’Ucraina, aveva promesso il presidente interpretando la spinta di una parte del suo mondo Maga: fermare le guerre sarebbe in effetti il modo migliore per coltivare le pulsioni isolazioniste di America first, e anche per assicurarsi affari e guadagni. Purtroppo però le cose non potevano che andare in senso opposto. Le guerre sono sempre una sfida all’ordine mondiale, ma oggi l’ordine mondiale sembra corroso dall’interno, dal suo stesso principale architetto — gli Stati uniti — e questo di fatto autorizza l’uso delle armi. Quando gli Stati Uniti ignorano regole e accordi multilaterali, o dichiarano di volersi annettere la Groenlandia e perfino il Canada, può apparire a molti legittimo operare in base ai semplici rapporti di forza. Esemplare il caso di Netanyahu che decide di liquidare la minaccia esistenziale a …

Le scie dei missili e le esplosioni nei cieli di Teheran e Tel Aviv cancellano le ultime speranze sulla presidenza Trump come presidenza di pace. “Fermerò le guerre”, da Gaza all’Ucraina, aveva promesso il presidente interpretando la spinta di una parte del suo mondo Maga: fermare le guerre sarebbe in effetti il modo migliore per coltivare le pulsioni isolazioniste di America first, e anche per assicurarsi affari e guadagni. Purtroppo però le cose non potevano che andare in senso opposto. Le guerre sono sempre una sfida all’ordine mondiale, ma oggi l’ordine mondiale sembra corroso dall’interno, dal suo stesso principale architetto — gli Stati uniti — e questo di fatto autorizza l’uso delle armi. Quando gli Stati Uniti ignorano regole e accordi multilaterali, o dichiarano di volersi annettere la Groenlandia e perfino il Canada, può apparire a molti legittimo operare in base ai semplici rapporti di forza. Esemplare il caso di Netanyahu che decide di liquidare la minaccia esistenziale a Israele costituita dall’arma nucleare in mano al regime degli ayatollah proprio tre giorni prima della ripresa dei negoziati Usa-Iran. Il presidente Trump viene informato e costretto ad applaudire ex post l’operazione delle forze aeree di Tel Aviv. Così L’apprendista diventa apprendista stregone. Ora è difficile prevedere gli sviluppi del conflitto tra Israele e Iran, ma due conseguenze sembrano già evidenti. Primo, il rinvio sine die dei nuovi negoziati sul nucleare iraniano, avviati dallo stesso Trump dopo che aveva cancellato gli accordi raggiunti dieci anni fa. Secondo, la volontà di Netanyahu di andare oltre l’attacco agli impianti di arricchimento dell’uranio per colpire l’indebolito regime di Teheran. In conclusione, è possibile che anche questo conflitto si prolunghi, con lo strascico di lutti e sofferenze, di odio, di serie conseguenze sull’economia.

In questo scenario, il G7 cominciato nelle montagne canadesi è la fotografia di un “mondo libero” spaesato e riluttante. Un G7 che non ha mezzi per fermare le guerre in Medio Oriente e fa perfino fatica a occuparsi di Ucraina. Questo G7 del declino dell’Occidente va in scena mentre i marines presidiano Los Angeles. In soli cinque mesi sembra prendere forma uno scenario distopico. Le regole della democrazia americana finiranno per prevalere, ne sono convinto, ma nessuno può ignorare che questa incrinatura dell’ordine mondiale avrà effetti persistenti e irreversibili.

Un ordine mondiale minato dal suo stesso architetto non renderà certo facile anche il vertice Nato previsto per questo fine settimana all’Aja. L’allarme suona e dice a noi europei di fare di più, molto di più, per la difesa. Il più diffuso quotidiano russo, la Komsomolskaja Pravda, qualche settimana fa si è rivolta agli europei con queste parole: “State cominciando a sentire nell’aria il profumo del muovo ordine mondiale”. Chiudere gli occhi e sognare il mondo di ieri non è più possibile. Ma la risposta può limitarsi all’aumento delle percentuali di spesa militare sul pil per venire incontro alle richieste Nato? Il 3,5%, poi il 5%, ci si arriverà col Ponte sullo Stretto, sperando di avere dieci anni di tempo e non solo sette. Tutto qui? Se questo sarà l’esito, non potremo comunque sottrarci al dovere di partecipare allo sforzo Nato. Ma con in bocca il sapore amaro di una grande occasione perduta.

Perché la spesa aggiuntiva non appaia come una raccolta di fondi all’insegna del “Trump non ci lasciare” sarebbe questo il momento di un’Europa protagonista. Se spendiamo di più, dobbiamo anche contare di più. La Nato è un’organizzazione a trazione americana, anche perché americana e da tutti riconosciuta era la leadership politica e militare. Oggi che il senso di marcia di questa leadership non è più così chiaro, la Nato rischia di diventare un monumento alla memoria di un’alleanza che sta cambiando pelle. E quindi è il momento di affermare un pilastro europeo, di lavorare per una sorta di diarchia euroamericana nella Nato.

Anche per questo bisognerebbe europeizzare la spesa. Ormai è chiaro che il Fondo Ue Safe di 150 miliardi di prestiti è stato un passo positivo ma insufficiente a invertire la rotta della sovrapposizione dispersiva della spesa militare dei 27 paesi europei. Dobbiamo sapere che questa rotta non cambierà aumentando le percentuali sul pil nazionale e che gli acquisti di sistemi di difesa sono tra i più difficili da europeizzare. Un esempio di scuola: la Cecoslovacchia si è divisa solo da 30 anni, ma sono bastati ad avere vari sistemi d’arma, cechi e slovacchi, differenti e non interoperabili. Serve dunque altro, dopo il primo passo compiuto: un finanziamento comune, gli eurobond, magari anche attraverso un Mes per la difesa. Per cominciare, destinando i fondi comuni a sistemi dove è più facile introdurre nuove forniture comuni, da uno scudo antimissile europeo, alla cybersecurity, alla protezione dei cavi sottomarini. Converrebbe discutere di questo, piuttosto che delle oscillazioni dei decimali del pil.

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