✕

La società dell’impotenza

Rexal Ford con la figlioletta trovata morta con la mamma a villa Pamphili 

Ascolta l'audio

Dalla guerra alle donne invisibili come la bimba e la mamma villa Pamphili
4 minuti di lettura

La società dell’impotenza. Quella in cui hai la certezza, non la sensazione ma la certezza di non poter fare nulla per evitare la catastrofe. Che vedi, ce l’hai di fronte. Sia una colonna di fumo che si alza dalle macerie dei paesi in guerra, nelle incessanti immagini in tv. Sia una bambina che piange sotto casa tua, nel tuo quartiere, una donna con lo sguardo basso che non parla, un uomo che la tiene per un braccio e dice “sono mie”: mia moglie, mia figlia. Pronomi di possesso. Donne senza nome. La catastrofe dell’umanità, nei due sensi di questa parola: il genere umano, cioè la moltitudine che abita il mondo e, anche, il sentimento di condivisione e compassione verso l’altro, fosse pure uno solo. Due. Quella donna, quella bambina.

La società della diffidenza. Quella in cui non ti fidi più di nessuno, hai paura a prendere parola, a fare un passo verso chi è a terra sanguinante — c’è un video, in cui a Tolentino le persone passano accanto al corpo di una donna agonizzante, il suo assa…

La società dell’impotenza. Quella in cui hai la certezza, non la sensazione ma la certezza di non poter fare nulla per evitare la catastrofe. Che vedi, ce l’hai di fronte. Sia una colonna di fumo che si alza dalle macerie dei paesi in guerra, nelle incessanti immagini in tv. Sia una bambina che piange sotto casa tua, nel tuo quartiere, una donna con lo sguardo basso che non parla, un uomo che la tiene per un braccio e dice “sono mie”: mia moglie, mia figlia. Pronomi di possesso. Donne senza nome. La catastrofe dell’umanità, nei due sensi di questa parola: il genere umano, cioè la moltitudine che abita il mondo e, anche, il sentimento di condivisione e compassione verso l’altro, fosse pure uno solo. Due. Quella donna, quella bambina.

La società della diffidenza. Quella in cui non ti fidi più di nessuno, hai paura a prendere parola, a fare un passo verso chi è a terra sanguinante — c’è un video, in cui a Tolentino le persone passano accanto al corpo di una donna agonizzante, il suo assassino è lì, seduto su una panchina. Passano, solo uno si ferma. Come è possibile, ci si chiede. Come è potuto succedere che si sia arrivati a questo. Vanno veloci verso casa. Difatti conviene stare a casa, tornare presto a casa. È meglio non immischiarsi. È pericoloso. Del resto. Non è questo l’obiettivo di chi ci governa? Educarci a stare a casa? A non manifestare a non scendere per strada non prendere posizione, ché se esprimi in tuo dissenso vai in galera e chi te lo fa fare.

Nessuno di noi può salvare il mondo ma ciascuno di noi può salvare qualcuno. Mettiamo un istante da parte la scena grande, fonte di angoscia e di rabbia collettiva. Un momento, solo uno, giusto il tempo che basta a pensare cosa avremmo fatto noi, personalmente, nella scena piccola. Di fronte a una donna e a una bambina piccolissima chiaramente in pericolo, maltrattate da un uomo giovane, bianco, straniero, un uomo che parla un’altra lingua ma una lingua nota, parla inglese. Lì, al mercato dove facciamo la spesa. Mezzo chilo di cipolle grazie. Lui che le urla, lei che tace, la bimba che piange. Lì nella piazza davanti al teatro, quella che attraversiamo per andare a prendere l’autobus per tornare a casa.

Sono giorni che ci penso. Quella donna e quella bambina senza nome, aveva un vestitino rosa, buttate via come giocattoli rotti in un parco al centro di Roma. Avremmo potuto intervenire, domandare, avremmo saputo? Certo sì qualcuno ha chiamato la polizia. Ottimo, ben fatto. Una telefonata. Ma poi? Tre forse quattro volte gli agenti sono intervenuti. E? Cosa potevano fare, in assenza di una denuncia, di una flagranza di reato? Mi domando. Forse, forse avrebbero potuto dubitare dell’uomo. La donna e la bambina non avevano documenti. Forse avrebbero potuto insistere nel pretendere che fossero identificati, non so. Mi è successo talvolta di essere fermata con un figlio bambino di cui non avevo con me le carte. Non è stato semplice, mai, partire per esempio dicendo semplicemente è mio figlio. Lo dimostri, mi hanno chiesto. L’ho dovuto dimostrare.

Questa volta no, chissà come mai. Cattivi pensieri. Se l’uomo non fosse stato bianco ma nero, o d’altra foggia o colore. Se non fosse stato cittadino americano ma, poniamo, del Bangladesh o indiano o senegalese o colombiano. Sarebbe stato lo stesso ugualmente così semplice lasciar andare i tre solo perché lui diceva “sono mie”? E dopo, quando la madre della bambina era già morta, quell’ultimo giorno di vita della piccola: “È mia”? Mi metto nei panni di quegli agenti. Non deve essere oggi facile nemmeno per loro pensare che avrebbero potuto salvarle, forse, e invece. Ma chissà. Magari non c’erano gli estremi. Tante cose di questa storia non sappiamo. Neppure chi le abbia uccise, in questo momento, sappiamo.

Lui è un regista, leggo. Era stato ricevuto in un centro di produzione cinematografica dei Parioli, i quartieri alti. Aveva girato un documentario a Malta. Un regista, diceva. Però era anche un uomo che urlava contro la donna ancora senza nome con una figlia in braccio, al mercato, tanto che qualcuno ha chiamato soccorsi. Qualcuno ha visto: che c’era pericolo, non era una bella storia. Quindi. Cosa serve per proteggere una persona — una donna senza tutele, mettiamo — che anche se non chiede aiuto ci sembra sotto minaccia: la legge, le norme, una telefonata al numero di emergenza? Non bastano, evidentemente. Non sono bastate.

Io me lo ricordo, com’era il mondo cinquant’anni fa quando ero bambina. Me lo ricordo, che andavo a scuola da sola a piedi e attraversavo gli incroci brutti ed era lunga, la strada. Lungo la strada però c’erano tutte quelle persone che aprivano una finestra, sbattevano un tappeto: è la figlia di Paolo, è la piccola spagnola, oggi è un po’ in ritardo. C’era un mondo attorno a me, mi sorvegliava. Non ero mai sola. Mi vedevano. Era la comunità, certo: non mi perdeva di vista. Mi sapeva, il quartiere: sapeva di me. Quella donna, la donna bionda coi tatuaggi fatti di stelle, chi l’ha vista? Aveva qualcuno che, anche senza conoscerla, sapesse che esisteva? Qualcuno che l’avrebbe reclamata, che si fosse domandato dov’è se una mattina non ci fosse stata più? Questo. Nella società dell’impotenza, della diffidenza, le persone passano e non contano, non sono nessuno. Anzi. Sono un pericolo, se ti impicci di una storia che non è la tua. Se fai due domande e non una. Se insisti. Ciascuno pensa prima a se stesso, e si capisce. Non ce n’è abbastanza per nessuno, per vivere. Perché bisognerebbe pensare a qualcun altro. Siamo tutti fragili, tutti precari, meglio pensare a salvarsi. Proteggersi. Però. Se pensi solo a te stesso perdi tutto. No, non è filosofia, non è una pratica filantropica. E’ l’essenza dell’essere umano, è questa l’umanità. Sei non sei nello sguardo di nessuno sei perduto, esistiamo solo se siamo visti. Ci siamo, al mondo, nella relazione con gli altri: siamo lo spazio che diamo agli altri dentro di noi. Vale per i popoli sotto assedio, sotto i droni i missili le bombe. Vale per una bambina col vestito rosa al mercato sotto casa. Se non mi vedi, se non mi tieni, non ci sono. Sono una bambola rotta, mi troveranno forse un giorno in un cespuglio del parco dove vai a correre per tenerti in forma. Tu, in forma, io morta. Non siamo mai soli finché non siamo soli, e dipende da noi. Questo sì. Il mondo non si può, ma una persona la possiamo salvare. Sta nello sguardo, sta nel coraggio. Sta nell’umanità che non si perde, fino a che non decidiamo di farlo. Fino a che non la perdiamo.

Leggi i commenti