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Contro il minimalismo europeo

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La causa principale è l’emergere di partiti nazionalisti e populisti in quasi tutte le democrazie europee
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Tra poche settimane ricorrerà l’anniversario del Consiglio Europeo di Milano del giugno 1985. In quell’occasione, su impulso dell’Italia e del governo Craxi, partì un percorso ambizioso e lungimirante, che portò al mercato unico e poi successivamente alla moneta unica e a importanti riforme delle istituzioni europee.

Quell’anniversario va ricordato non solo per i risultati raggiunti, ma anche per come si riuscì ad imprimere una decisiva accelerazione all’integrazione europea. Il mercato unico e l’euro non erano motivati solo da considerazioni economiche. Erano esplicitamente intesi come i primi passi verso un’unione politica. “L’euro non è solo una moneta. È un sinonimo per l’unificazione politica dell’Europa”. Queste erano le parole con cui Helmut Kohl convinse i tedeschi a rinunciare al marco.

Da allora, tuttavia, l’obiettivo di una più stretta integrazione politica è sparito dal vocabolario, non solo dei leader politici, ma anche delle più autorevoli personalità europee. Nel presen…

Tra poche settimane ricorrerà l’anniversario del Consiglio Europeo di Milano del giugno 1985. In quell’occasione, su impulso dell’Italia e del governo Craxi, partì un percorso ambizioso e lungimirante, che portò al mercato unico e poi successivamente alla moneta unica e a importanti riforme delle istituzioni europee.

Quell’anniversario va ricordato non solo per i risultati raggiunti, ma anche per come si riuscì ad imprimere una decisiva accelerazione all’integrazione europea. Il mercato unico e l’euro non erano motivati solo da considerazioni economiche. Erano esplicitamente intesi come i primi passi verso un’unione politica. “L’euro non è solo una moneta. È un sinonimo per l’unificazione politica dell’Europa”. Queste erano le parole con cui Helmut Kohl convinse i tedeschi a rinunciare al marco.

Da allora, tuttavia, l’obiettivo di una più stretta integrazione politica è sparito dal vocabolario, non solo dei leader politici, ma anche delle più autorevoli personalità europee. Nel presentare il suo ambizioso rapporto sulla competitività al Parlamento Europeo, Mario Draghi ha spiegato perché i paesi europei dovrebbero “agire sempre di più come se fossimo un unico stato”. Ma né lui né altri si sono azzardati a suggerire che ciò richiederebbe anche più integrazione politica, dando implicitamente per scontato che agire come un unico stato sia possibile nell’ambito dei trattati esistenti.

Questo contrasto, tra l’enfasi degli anni ’80 e ’90 su “un’unione sempre più stretta”, e il minimalismo europeo di oggi, è paradossale. Allora, la sfida per l’Europa era davvero solo economica: creare e far funzionare bene un mercato unico europeo. Oggi, invece, la sfida va al cuore della sovranità politica: proteggerci dalle minacce esterne, in campo militare, tecnologico, economico, energetico. Eppure, il sogno di un’ “unione sempre più stretta” sembra diventato improponibile. Perché?

La causa principale di questo minimalismo europeo non è l’allargamento a Est, né la diversità di interessi tra paesi. Il vero freno all’integrazione è interno: è l’emergere di partiti nazionalisti e populisti in quasi tutte le democrazie europee. Se il loro principale concorrente politico è un partito nazionalista, anche le forze politiche moderate sono costrette a diventare paladine dell’interesse nazionale.

Tuttavia, sarebbe ingenuo considerare l’Unione Europea una vittima innocente. Due caratteristiche delle sue istituzioni hanno contribuito a rafforzare nazionalismo e populismo. Da un lato, abbiamo creato un’élite di burocrati europei isolati dal dibattito politico nazionale, ma che tuttavia hanno un grande impatto sulla vita dei cittadini. Dall’altro, le decisioni politiche europee sono dominate dai governi. Ma poiché ogni governo deve rendere conto ai suoi elettori, inevitabilmente il dibattito europeo diventa un dibattito tra opposti interessi nazionali.

È difficile pensare che si possa uscire da questa impasse senza riaprire il cantiere delle riforme istituzionali. Per trasferire ulteriori competenze a Bruxelles, dobbiamo anche chiederci come rinforzare due aspetti centrali della costruzione politica europea. Primo, come far emergere e rendere più efficaci le coalizioni politiche transnazionali, cioè tra gruppi politici di paesi diversi ma che condividono una stessa visione dell’interesse comune europeo. Secondo, come rinforzare la partecipazione politica dei cittadini, chiamandoli a scegliere tra queste diverse visioni dell’interesse comune europeo. Entrambi questi obiettivi possono essere realizzati, anche con modifiche incrementali, ad esempio riguardanti la nomina e il ruolo del Presidente della Commissione, e i distretti per eleggere i parlamentari europei.

Non è detto che un progetto più ambizioso, guidato dall’obiettivo di rendere l’Europa più democratica e più integrata politicamente, sia più irrealistico dell’attuale approccio minimalista, che cerca di cambiare l’Europa senza toccare i trattati. Al contrario, anche i partiti nazionalisti potrebbero vedere con favore un’Europa più democratica e più integrata politicamente. Non solo perché ciò darebbe più voce ai cittadini nei confronti di Bruxelles, ma anche perché i partiti populisti hanno spesso più cose in comune tra loro, di quanto non ne abbiano i movimenti politici tradizionali. Naturalmente è possibile che non tutti i 27 stati membri siano pronti. Ma l’idea di una “unione sempre più stretta” potrebbe ripartire da un nucleo più esiguo di paesi, determinato a riformare le istituzioni europee anche per renderle più democratiche.

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