Non è chiaro il motivo per cui una parte dei progressisti italiani (tali si definiscono) abbiano deciso di tornare in piazza sabato prossimo. Il tema è lo stesso: la protesta contro la guerra, il riarmo e soprattutto Israele. Quindici giorni fa, tuttavia, c’era un tema unificante: la tragedia umana di Gaza contro cui elevare un grido purtroppo inutile ai fini pratici, ma gratificante per la coscienza morale dei partecipanti. Da allora le notizie sono state due. La prima è l’attacco di Israele a Teheran, mirato a disinnescare in modo definitivo una minaccia esistenziale per lo Stato ebraico: la bomba atomica ormai vicina a essere nelle mani degli ayatollah. E poi la seconda, appena ieri sera. Trump che lascia senza tanti complimenti il G7 del Canada e poi annuncia che gli Stati Uniti vogliono la resa incondizionata dell’Iran. È la conferma che Washington è stata fin dall’inizio della crisi con Gerusalemme; e ora offre il suo appoggio decisivo, politico e militare, per abbattere il regi…
Non è chiaro il motivo per cui una parte dei progressisti italiani (tali si definiscono) abbiano deciso di tornare in piazza sabato prossimo. Il tema è lo stesso: la protesta contro la guerra, il riarmo e soprattutto Israele. Quindici giorni fa, tuttavia, c’era un tema unificante: la tragedia umana di Gaza contro cui elevare un grido purtroppo inutile ai fini pratici, ma gratificante per la coscienza morale dei partecipanti. Da allora le notizie sono state due. La prima è l’attacco di Israele a Teheran, mirato a disinnescare in modo definitivo una minaccia esistenziale per lo Stato ebraico: la bomba atomica ormai vicina a essere nelle mani degli ayatollah. E poi la seconda, appena ieri sera. Trump che lascia senza tanti complimenti il G7 del Canada e poi annuncia che gli Stati Uniti vogliono la resa incondizionata dell’Iran. È la conferma che Washington è stata fin dall’inizio della crisi con Gerusalemme; e ora offre il suo appoggio decisivo, politico e militare, per abbattere il regime degli ayatollah (“sappiamo dove si nasconde la guida suprema, Khamenei”).
“Resa incondizionata”. La stessa che fu imposta all’Italia dagli alleati l’8 settembre del 1943 e che noi chiamiamo in modo pudico “armistizio”, così da sterilizzare la realtà. Oggi siamo alla vigilia di un evento destinato a cambiare gli equilibri del Medio Oriente. E non solo. Sarebbe anche questo un grande tema che unifica. Un tema in cui possono ritrovarsi coloro che si sentono dalla parte dell’Occidente e intendono salvaguardarlo. Come ha detto il Cancelliere Merz, “Israele sta facendo il lavoro sporco anche per noi”: una dichiarazione quasi di co-belligeranza. Senza fare sconti a Netanyahu per la politica palestinese, si può presumere che anche i critici più feroci del governo israeliano colgano la portata della nuova sfida. In altre parole, dovrebbe essere intollerabile per chiunque, soprattutto chi si definisce antifascista, vedere l’arma nucleare nella disponibilità (o quasi) di un regime totalitario, negatore dei diritti umani, spietato verso le donne, chiuso nel suo oscurantismo pseudo religioso, in realtà cinico strumento di potere.
Quindi torniamo alla manifestazione progressista di sabato 21. Nonostante il clamoroso cambio di scenario, essa si annuncia come una risposta alla piazza di San Giovanni, la cui regìa fu in modo prevalente del Pd. Il messaggio tra le righe, ma fin troppo chiaro, è che per una certa sinistra - intesa come 5S, alleanza Bonelli-Fratoianni, segmenti vari e gruppi militanti - quella piazza non era abbastanza determinata nel condannare gli israeliani e nell’affiancare i palestinesi: non solo le vittime innocenti della lunga guerra cominciata il 7 ottobre ‘23, ma anche coloro che hanno assecondato Hamas in vari modi. Ma qui si torna alla domanda cruciale: è questo il momento per schierarsi contro l’alleanza occidentale (Stati Uniti, Israele, nella sostanza anche l’Unione europea) quando si sta assestando un colpo forse fatale a uno dei regimi più odiosi del mondo? Sarebbe stato meglio negoziare e ottenere risultati analoghi senza spargimento di sangue? Senza dubbio, sì. Ma non è stato possibile, come dimostrano i lunghi giri di trattative inconcludenti. La sinistra dovrebbe accettare il principio di realtà. Sabato non ci sarà Elly Schlein e la pattuglia dei “riformisti”, ma siamo ancora ai primi passi di un percorso che non consente scorciatoie.
Ecco infatti il punto politico. Ancora una volta il centrosinistra si frantuma sulla crisi internazionale. E lo fa in giorni drammatici. Al di là dei giochi di potere interni, è ora di definire quale politica estera la coalizione Schlein-Conte e altri vuole darsi. È forse l’unica risposta che conta da parte di chi aspira ad andare al governo. Sulla piattaforma di sabato prossimo non c’è in prospettiva alcun programma di governo. Soprattutto se i manifestanti si ritroveranno con Khamenei e varie tipologie di terroristi. Una riflessione da fare.