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Sul Rubicone del Medio Oriente

Donald Trump (afp)
Donald Trump si trova solo al bivio della Storia
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Il presidente Donald Trump è solo. A sei mesi dalla storica vittoria a Washington, vede gli antichi alleati dell’Atlantico e del Pacifico allontanarsi, gli amici su cui puntava, il leader russo Putin sordo ai suoi richiami e il premier israeliano Netanyahu certo di saperlo persuadere alla propria offensiva, con argomenti solo in parte noti, la Cina di Xi Jinping non cedere di un palmo sui dazi, le guerre in Ucraina, Gaza e ora, la possibile apocalisse tra Israele ed Iran. Trump si voleva solitario per scelta strategica, persuaso che la Fortezza America sia in condizione di imporre l’egemonia planetaria, fallite le illusioni su Onu, G7, trattati diplomatici e si scopre invece solo al bivio della Storia.

Aveva sognato una solitudine splendida, “imperiale” secondo la massima dello storico Arthur Schlesinger, e deve incedere su un cammino minato che lo innervosisce, dubbiosi gli amici, in allerta i nemici. Certo di persuadere Mosca a negoziare con un presidente ucraino Zelensky umiliato …

Il presidente Donald Trump è solo. A sei mesi dalla storica vittoria a Washington, vede gli antichi alleati dell’Atlantico e del Pacifico allontanarsi, gli amici su cui puntava, il leader russo Putin sordo ai suoi richiami e il premier israeliano Netanyahu certo di saperlo persuadere alla propria offensiva, con argomenti solo in parte noti, la Cina di Xi Jinping non cedere di un palmo sui dazi, le guerre in Ucraina, Gaza e ora, la possibile apocalisse tra Israele ed Iran. Trump si voleva solitario per scelta strategica, persuaso che la Fortezza America sia in condizione di imporre l’egemonia planetaria, fallite le illusioni su Onu, G7, trattati diplomatici e si scopre invece solo al bivio della Storia.

Aveva sognato una solitudine splendida, “imperiale” secondo la massima dello storico Arthur Schlesinger, e deve incedere su un cammino minato che lo innervosisce, dubbiosi gli amici, in allerta i nemici. Certo di persuadere Mosca a negoziare con un presidente ucraino Zelensky umiliato e Israele ad accettare lo status quo con i gazawi sconfitti, Trump non può impedire a Netanyahu di colpire dai cieli Teheran e la base atomica di Fordo, far strage tra generali, scienziati e civili iraniani: poche settimane fa, Tulsi Gabbard, capo dei servizi di intelligence Usa, aveva contraddetto Gerusalemme sui tempi del nucleare militare degli ayatollah, dichiarando che sono non brevi e permettono ancora soluzioni diplomatiche.

Scommettendo sulla solitudine del presidente, Netanyahu, politico che non esita a gettare i dadi al Rubicone del Medio Oriente, ha voluto la guerra, uno dei conflitti di lunga durata seguiti all’11 settembre 2001, che il movimento Maga deprecava in Bush figlio e Biden. Abbandonando il G7 del Canada in gran fretta, come già nel 2018 allora irato con il premier Trudeau, Trump bacchetta il presidente francese Macron, soffonde l’idea che qualcosa di grave sia imminente, perfino evoca la chimera di Putin mediatore fra le parti, per ritrovarsi solo, la sua base perplessa davanti ai video dei bombardamenti, il partito repubblicano diviso fra i falchi filo israeliani, come il senatore Graham, e i neutralisti come il vicepresidente Vance. La voce dei trumpiani malmostosi è raccolta dal popolare commentatore tv Tucker Carlson che dalla sua newsletter seguita da milioni di repubblicani, accusa il presidente “di complicità con la guerra di Netanyahu, forzato da un pugno di guerrafondai…meglio che gli israeliani combattano per conto proprio!”, meritandosi una battutaccia dall’ex amico Donald “Sarebbe ora che Tucker trovasse un lavoro, magari in tv”. Il disprezzo non elimina il dilemma, le ubbie di “pace subito”, “tregua in 24 ore” scomparse dopo novembre e un compagno terribile nella solitudine, la cui presenza, insinua maligno Carlson, “Definirà la seconda amministrazione Trump”.

Sui piani di Trump, infatti, incombe un ordigno chiamato Massive ordnance penetrator, GBU-57, 30.000 libbre di devastazione sganciate dai bombardieri Usa B-2, un’arma di cui gli arsenali israeliani non dispongono, la sola adatta a penetrare i formidabili bunker sotterranei della base Fordo. Può ordinarne l’utilizzo, probabilmente con più blitz sullo stesso obiettivo, e chiudere il progetto atomico degli ayatollah, al prezzo di ingaggiare gli Stati Uniti in uno scontro così duro da far impallidire il conflitto durato una generazione in Afghanistan e Iraq.

Trump: "L'Iran deve dialogare subito. Gli Usa in guerra? Non voglio parlarne"

Susie Wiles, onnipotente capo di gabinetto della Casa Bianca, ammonisce ogni giorno ministri, consiglieri, funzionari “Ricordatevi, la virtù cardinale è la fedeltà al presidente Trump, tutte le altre vengono dopo”, ottenendo una rigida gerarchia ma un anemico dibattito e una troppo timida valutazione di rischi e opportunità. Così, mentre scriviamo queste righe, Washington sembra di nuovo ponderare, come all’alba del secolo, un sentiero di guerra, con il paradosso di aver alla guida un uomo eletto promettendo Addio alle Armi, come l’Hemingway del 1929. L’ordine finale tocca al presidente, uomo solo al comando, e come tutte le decisioni, dalla scesa in politica sulla Quinta Avenue, 16 giugno di dieci anni or sono, verrà dettata d’istinto, seguendo l’umore dell’attimo fuggente. Un azzardo che inquieta amici e nemici, ma di cui Trump si fida ciecamente, perché da imprenditore di New York l’ha portato, per due volte, alla Casa Bianca. La differenza rispetto a dazi, scontro con Harvard, blocco all’immigrazione, limiti a ricerca scientifica, controriforme su ambiente e famiglia è che la guerra non permette, mai e a nessuno, inversioni ad U di routine e la battaglia, come insegna lo studioso Hans Delbrück nella monumentale Storia dell’Arte della Guerra, a proposito del barone Melas contro Napoleone a Marengo 1800, “Trova spesso i generali pronti a tutto, a tutto tranne che alla realtà”. Trump deciderà stanotte da solo, leader e cittadini, Teheran, Tel Aviv, le nostre città, attendono in ansia che cosa può avvenire dopo la “resa incondizionata” intimata agli ayatollah, scarse informazioni e gravi dubbi, con i leader europei a recitare i mantra che permettano loro di dialogare ancora con la Casa Bianca, domani. Il ministro della Difesa di G.W. Bush, Donald Rumsfeld, amava scherzare sprezzante sugli “Unknown Unknowns”, quel che non sappiamo di non sapere, deducendone che un esercito non deve farsi frenare dall’ignoto, roulette strategica spericolata, costata assai cara all’America.

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