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Con il fiato sospeso

(reuters)

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Tutte le maggiori potenze stanno premendo su Khamenei affinché accetti un negoziato che porterà alla rinuncia dell’arricchimento dell’uranio
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L’accelerazione è descritta da quanto sta avvenendo sul terreno: Israele colpisce gli impianti nucleari, decapita i vertici militari e dimezza le capacità missilistiche dell’Iran mentre Teheran usa vettori a lunga gittata, con esplosivi maggiori e anche bombe a frammentazione per infliggere danni ingenti alla popolazione civile israeliana, incluso l’ospedale “Soroka” a Beersheva, simbolo della convivenza fra ebrei e arabi. Entrambi i co-belligeranti aumentano, ora dopo ora, la pressione militare e questo spiega perché gli Stati Uniti hanno quasi ultimato il dispiegamento di aerei, navi e truppe in Medio Oriente, affiancati dall’arrivo della squadra navale della portaerei britannica “Queen Elizabeth”. Sulla mappa della regione, da Suez a Hormuz, da Haifa a Mashad, tutto è pronto per la trasformazione del conflitto Israele-Iran in guerra regionale. Incluso il silenzio dei Paesi arabi sunniti che avversano Teheran al punto da aprire i cieli agli aerei di Usa ed Israele ma temono le conse…

L’accelerazione è descritta da quanto sta avvenendo sul terreno: Israele colpisce gli impianti nucleari, decapita i vertici militari e dimezza le capacità missilistiche dell’Iran mentre Teheran usa vettori a lunga gittata, con esplosivi maggiori e anche bombe a frammentazione per infliggere danni ingenti alla popolazione civile israeliana, incluso l’ospedale “Soroka” a Beersheva, simbolo della convivenza fra ebrei e arabi. Entrambi i co-belligeranti aumentano, ora dopo ora, la pressione militare e questo spiega perché gli Stati Uniti hanno quasi ultimato il dispiegamento di aerei, navi e truppe in Medio Oriente, affiancati dall’arrivo della squadra navale della portaerei britannica “Queen Elizabeth”. Sulla mappa della regione, da Suez a Hormuz, da Haifa a Mashad, tutto è pronto per la trasformazione del conflitto Israele-Iran in guerra regionale. Incluso il silenzio dei Paesi arabi sunniti che avversano Teheran al punto da aprire i cieli agli aerei di Usa ed Israele ma temono le conseguenze di un conflitto allargato.

In questa cornice mozzafiato, Donald Trump gioca la sua partita, personale e strategica, con Ali Khamenei, Leader Supremo della rivoluzione islamica. Da una parte duella con lui a colpi di dichiarazioni ma dall’altra incarica il negoziatore Steve Witkoff di chiamare Teheran per verificare se lo spazio per un’intesa esiste ancora. Facendo sapere che sceglierà “entro due settimane” se entrare nel conflitto. L’atteso incontro a Ginevra fra i ministri degli Esteri di Germania, Francia e Gran Bretagna — tradizionali partner di Washington sull’Iran — ci dice che l’Europa sostiene questo tentativo di Trump di riportare Khamenei alla trattativa sul nucleare. E a ben vedere anche la telefonata fra i presidenti di Russia e Cina, Vladimir Putin e Xi Jinping, accomunati dalla condanna degli attacchi di Israele e dalla richiesta di de-escalation giova all’offensiva diplomatica in corso, perché fa sapere a Teheran che se tornerà a trattare avrà Russia e Cina dalla sua parte.

Tutte le maggiori potenze stanno dunque premendo su Khamenei affinché compia il passo che finora ha rifiutato: accettare un negoziato che porterà alla rinuncia dell’arricchimento dell’uranio, ovvero l’addio all’atomica. È infatti questo il corto circuito che si è verificato fra Usa e Iran durante gli incontri diretti avvenuti prima a Roma e poi in Oman. Se nel 2015 Barack Obama siglò con Teheran un’intesa sul nucleare che creava un sistema di controlli internazionali sull’arricchimento dell’uranio, ora Trump vuole che questo arricchimento si fermi, cessi del tutto. Per il semplice motivo che Teheran è arrivata al 60 per cento di uranio arricchito, ben lontano dal 4 per cento del nucleare civile e ad un passo dal 90 per cento di quello militare. L’unica concessione che Trump è disposto a fare è consentire a Teheran di spostare i propri impianti di centrifughe nucleari sul territorio di un altro Paese, ad esempio la Russia. È qui che Khamenei ha lasciato il tavolo ed è qui che Trump lo vuole riportare a sedersi. Ma non per un’altra serie infinita di incontri bensì per chiudere l’accordo. A tempo scaduto perché per la Casa Bianca “in 15 giorni l’Iran può arrivare all’atomica”.

Saranno i prossimi giorni a farci conoscere quale sarà la decisione di Khamenei. L’Iran dispone di alcuni fra i più esperti negoziatori del Medio Oriente, che seppero trattare con Obama e sono in grado di affrontare anche i nodi più difficili con l’attuale Casa Bianca. Ma allora come oggi la loro autorità deriva dalla decisione politica di Khamenei. Per il semplice motivo che fu l’ayatollah Khomeini, fondatore della Repubblica islamica, a scegliere il nucleare e dunque è la legittimità stessa della rivoluzione del 1979 ad essere in gioco. Senza contare che Khamenei oggi è assai più debole rispetto al 2015 perché il suo regime traballa per l’effetto convergente della crisi economica, della rivolta delle donne e degli smacchi militari inflitti da Israele ai suoi Guardiani della Rivoluzione negli ultimi dodici mesi.

Ecco perché, chiuso nel suo bunker nelle viscere nell’Iran con accanto il figlio Mojtaba, possibile erede politico, Khamenei è di fronte al suo momento più difficile: deve decidere se cogliere l’opportunità dell’attuale finestra diplomatica per bere il “calice amaro” del negoziato con Trump e guadagnare una tregua con Israele capace di ridare ossigeno al regime, oppure scegliere la pericolosa strada del conflitto regionale per salvare ciò che resta dell’ambizione nucleare di Khomeini.

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