Ci sono tre modi per considerare il diritto internazionale in maniera inadeguata. Il primo è invocarlo in senso discriminatorio, usare un doppio standard, benevolo per gli amici e severo per i nemici: la delegittimazione del diritto ne consegue immediatamente. Il secondo consiste nello spingersi oltre su questa stessa strada, e concludere che il diritto internazionale è sempre un’ideologia ipocrita, una truffa, che in realtà protegge le ragioni della forza, unico fattore reale delle relazioni internazionali. Il terzo, opposto, è pretendere di applicarlo come unica chiave interpretativa delle dinamiche politiche mondiali, tutte ricomprese all’interno di norme. Dalla giustizia truccata all’assenza assoluta di giustizia alla normatività più astratta, dunque.
La recente chiamata in causa del diritto internazionale nasce dalla violenza che divampa nei fronti caldi dell’Europa e del Medio Oriente: il “grande scempio” perpetrato fra Russia e Ucraina, fra Israele e Gaza e Iran, sfida le reg…
Ci sono tre modi per considerare il diritto internazionale in maniera inadeguata. Il primo è invocarlo in senso discriminatorio, usare un doppio standard, benevolo per gli amici e severo per i nemici: la delegittimazione del diritto ne consegue immediatamente. Il secondo consiste nello spingersi oltre su questa stessa strada, e concludere che il diritto internazionale è sempre un’ideologia ipocrita, una truffa, che in realtà protegge le ragioni della forza, unico fattore reale delle relazioni internazionali. Il terzo, opposto, è pretendere di applicarlo come unica chiave interpretativa delle dinamiche politiche mondiali, tutte ricomprese all’interno di norme. Dalla giustizia truccata all’assenza assoluta di giustizia alla normatività più astratta, dunque.
La recente chiamata in causa del diritto internazionale nasce dalla violenza che divampa nei fronti caldi dell’Europa e del Medio Oriente: il “grande scempio” perpetrato fra Russia e Ucraina, fra Israele e Gaza e Iran, sfida le regole, la geometria delle norme, la tessitura civile dei rapporti internazionali. Di fatto il diritto è oggi inapplicabile, estraneo alla politica, inadatto a comprenderla. La politica si presenta col volto della guerra.
È proprio questo “sistema di crisi” che ci costringe a pensare attentamente alla natura del diritto internazionale e alle condizioni della sua applicabilità. Il punto è che il diritto non coincide con la politica, né con quella interna né tanto meno con quella internazionale: la politica è un insieme di dinamismi che possono essere incanalati entro norme solo a condizione che sia stata creata una situazione “normale”, cioè che i rapporti di forza politici abbiano raggiunto un sia pur momentaneo equilibrio. Che la politica abbia messo all’opera l’altro suo volto, quello della pace, un volto che pure possiede.
Così, la prima fase del diritto internazionale — imperniato su trattati fra gli Stati europei — prende vita dopo che alla metà del Seicento si chiude la lunga sanguinosa stagione delle guerre civili di religione, e si forma in Europa un ordine relativamente stabile. Così, la sua seconda fase — centrata anche sulla produzione di norme a opera di istituzioni sovranazionali, a partire dall’Onu — si afferma dopo che è stato superato quel tremendo disordine che è stata la Seconda guerra mondiale, ossia dopo che è stato stabilito un nuovo ordine politico internazionale, una nuova “normalità”.
In entrambi i casi è la politica, non il diritto, la causa della formazione dell’ordine. Il diritto stabilisce regole di funzionamento, di manutenzione, di sistemi internazionali la cui essenza è primariamente politica. Il diritto è insomma “orientato”, condizionato, dalle contingenze storiche che gli sottostanno. Non è liquidabile come una ipocrita menzogna, ma non può avere il primato sui fattori geopolitici e geoeconomici che determinano i processi mondiali.
Ciò a cui stiamo assistendo, sbigottiti dall’orrore, è lo smottamento di un equilibrio politico concreto che, formatosi nel 1945, aveva subito molte trasformazioni ma aveva retto complessivamente fino alla caduta del comunismo in Europa. E che da allora in poi non ha trovato più ordine, sfaldandosi progressivamente e al contempo cercando nuovi equilibri, non ancora delineati, nuove normalità, ancora da venire.
In questa fase magmatica, tutta politica, il diritto internazionale non ha più voce, soffocata dalle armi a cui i soggetti della politica affidano la propria volontà di potenza, i propri progetti “revisionistici”: il diritto non ha più terreno su cui basarsi, né gambe per muoversi. Fra le armi tacciono le leggi: quelle internazionali e, con vergogna di tutti — di chi uccide innocenti, di chi si volta dall’altra parte — anche quelle dell’umanità.
Il diritto internazionale non è una truffa, come, all’opposto, non è una condizione necessaria, sempre sussistente. È il volto razionale, riconoscibile e prevedibile, di una normalità che non è alla sua portata creare. Ma che è alla portata della politica. Se questa fosse una “grande politica”, e trovasse in sé, oltre le ragioni della guerra, anche la capacità di elaborare un’idea di pace, di delineare un progetto di ordine nuovo. Se insomma non fosse invischiata in una guerra senza fine.