Nelle città iraniane non suonano sirene d’allarme. Non ci sono rifugi antiaerei, né bunker, né allarmi civili. Quando piovono missili si resta dove si è: nelle case sbrecciate, nei palazzi densi di vite precarie, nelle celle sature del carcere di Evin. Si respira l’aria densa di detriti, metallo, plastica bruciata. Che anche quando scatta una fragile tregua resta pesante. Si aspetta. Ma cosa aspe…