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Se Mosca conta più dell’Europa

La prigione di Evin (afp)

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Gli ordigni di Donald Trump non solo nella “guerra dei dodici giorni” hanno mandato all’aria il sistema di relazioni che ha retto il mondo durante e dopo la guerra fredda
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“È stata bombardata la democrazia”, aveva detto il ministro degli Esteri iraniano dopo che i B-2 avevano colpito i siti nucleari dell’Iran. Ma, a prescindere dal fatto che ci sono pulpiti più idonei a parlare di democrazia, le bombe che Donald Trump ha sganciato, non solo nella “guerra dei dodici giorni” ma in tutti i sei mesi dal ritorno alla Casa Bianca, hanno mandato all’aria ben di più: il sistema di relazioni e di istituzioni internazionali che ha retto il mondo durante e dopo la guerra fredda.

È naturale che a risentirne sia stata la Nato, che è uno dei pilastri sui quali si è retto quel concetto di Occidente, che “The Donald” sembra considerare un inutile orpello. La sua sortita sulle “numerose interpretazioni” dell’articolo 5 del Trattato, sempre considerato un patto di sangue tra i Paesi membri, ne è la riprova. Anche se poi è stata ridimensionata e asssorbita dalla dichiarazione finale del vertice con l’“impegno inviolabile alla difesa collettiva sancito dall’Articolo 5 d…

“È stata bombardata la democrazia”, aveva detto il ministro degli Esteri iraniano dopo che i B-2 avevano colpito i siti nucleari dell’Iran. Ma, a prescindere dal fatto che ci sono pulpiti più idonei a parlare di democrazia, le bombe che Donald Trump ha sganciato, non solo nella “guerra dei dodici giorni” ma in tutti i sei mesi dal ritorno alla Casa Bianca, hanno mandato all’aria ben di più: il sistema di relazioni e di istituzioni internazionali che ha retto il mondo durante e dopo la guerra fredda.

È naturale che a risentirne sia stata la Nato, che è uno dei pilastri sui quali si è retto quel concetto di Occidente, che “The Donald” sembra considerare un inutile orpello. La sua sortita sulle “numerose interpretazioni” dell’articolo 5 del Trattato, sempre considerato un patto di sangue tra i Paesi membri, ne è la riprova. Anche se poi è stata ridimensionata e asssorbita dalla dichiarazione finale del vertice con l’“impegno inviolabile alla difesa collettiva sancito dall’Articolo 5 del Trattato di Washington”.

Non che la Nato sia nuova a scossoni del genere. Nel 2019 Emmanuel Macron, con un’affermazione di sapore gollista, l’aveva definita “in stato di morte cerebrale”. Ma, sulla scia dell’invasione russa in Ucraina, l’Alleanza pareva essersi improvvisamente rianimata tanto da attirare nuovi membri con l’ingresso della Finlandia e della Svezia, fino ad arrivare alla massima espansione di 32 aderenti. Vero che la trasfusione di sangue rianimatore veniva soprattutto dai Paesi del Nord Europa, i più minacciati dall’ambizioni di Vladimir Putin di ricreare quell’Unione Sovietica la cui fine aveva definito “la più grande catastrofe geopolitica del secolo”. Lo stesso Macron sembrava essersi ricreduto con il suo impegno sull’Ucraina e perfino il riavvicinamento dell’Inghilterra all’Europa aveva nella Nato un propellente.

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Ma le bordate di Trump, gli accenni non tanto velati di un disimpegno americano — e le stesse minacce verso gli alleati che non si impegnano a investire il 5 percento del Pil nelle spese militari, reiterate ieri verso la Spagna — sono per la Nato un pericolo esistenziale ben più grave delle sortite golliste di Macron sei anni fa. E la Dichiarazione finale del summit olandese, così come l’imbarazzante messaggio di adulazione che il segretario generale Mark Rutte ha inviato a presidente americano, non attenuano questo pericolo. La Nato deve seriamente pensare a un futuro più eurocentrico e meno transatlantico. E per l’Unione europea questa è la più grande scommessa degli anni a venire.

Perché a Trump, cui la parola “multilateralismo” — in qualunque modo declinata, Onu, Nato, Ue — fa venire l’orticaria, interessano soltanto i rapporti con le grandi potenze e con i leder che considera suoi pari, degni di trattare con lui: Xi Jinping e Vladimir Putin. L’accordo sui dazi con la Cina e la “guerra dei dodici giorni” tra Israele e Iran ne sono la riprova. C’è un episodio che, poco rilevato per il momento in cui è avvenuto, sembra confermare che tra Trump e Putin c’è una sorta di patto di reciproca tolleranza e di mutua cooperazione. Sabato scorso, a poche ore dall’attacco dei B-2 ai siti nucleari iraniani, Aleksandr Lukashenko, il vassallo bielorusso di Putin, ha liberato Sergej Tikhanovskij, il marito della sua rivale elettorale ora in esilio, e altri 13 dissidenti. I bielorussi hanno fatto sapere che la scarcerazione era avvenuta su richiesta di Trump e gestita dal suo inviato per l’Ucraina Keith Kellogg. Nelle ore successive Kiev ha subito uno dei più massicci bombardamenti degli ultimi mesi. Non sembra azzardato pensare che Putin abbia dato a Trump mano libera sull’Iran e Trump abbia ricambiato con mano libera sull’Ucraina.

Il vero “focus” della presidenza Trump non è certo il rapporto con l’Europa (di cui il vicepresidente Vance ha detto chiaramente che cosa pensano alla Casa Bianca), ancora meno la sua difesa. Bensì è fare affari con la Russia, il cui mercato ora precluso fa gola alle aziende americane, con l’Arabia Saudita e gli altri Paesi del Golfo, e contenere la Cina economicamente e militarmente per Taiwan. È vero che il primo a lanciare lo slogan “Pivot to Asia” (perno in Asia), cioè un riequilibrio strategico degli interessi americani dall’Europa verso l’Estremo Oriente, era stato Barack Obama, con Hillary Clinton segretario di Stato, nel 2011. Ma Obama non aveva mai messo in dubbio il ruolo degli Usa nella Nato e la protezione militare dell’Europa. Invece Trump lo fa esplicitamente e, nonostante il “vogliamoci bene” della Dichiarazione finale di ieri, continuerà a farlo sempre di più nel prossimo futuro.

L’Europa, invece, dal punto di vista della politica estera e di sicurezza (quella comune purtroppo non è mai nata, a differenza della politica economica e monetaria) deve continuare a focalizzarsi sulla minaccia rappresentata dall’espansionismo russo. Che Putin non nasconde, anzi ha ribadito nei giorni scorsi dichiarando che l’Ucraina “è nostra”. Prima che sull’Europa scenda una nuova cortina di ferro è bene che gli europei, inglesi inclusi, si attrezzino con un’alleanza militare adeguata. Che poi si chiami ancora Alleanza atlantica o soltanto europea poco importa. Purché sia una vera alleanza.

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