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L’abbuffata dei neo-potenti

Matteo Salvini, leader leghista e vicepremier (ansa)

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Quello del potere è un esercizio ambiguo: si esercita e colpevolizza, si fa e non si dice
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Godere, moderatamente, del potere non è peccato: lo fanno (in genere non moderatamente) anche quelli che lo negano. E dunque tanto vale la pena perderci un po’ di tempo per capire come attrezzarsi in previsione che possa accadere. Ad esempio, come usare al meglio le occasioni di rimettere in moto la propria scalata sociale. Ricordandosi che quello del potere è un esercizio ambiguo: si esercita e colpevolizza, si fa e non si dice. Destinato in ogni caso a sollevare ondate di moralistici distinguo.

Nulla, in ogni caso, come lo spoil system, così in auge nelle fasi di transizione: sublima gli appetiti e le contraddizioni di questo appagamento erotico nell’assunzione di un ruolo. È il momento di massima concentrazione del godimento quando le aspirazioni a lungo protratte, e a fatica nascoste, possono esplodere in un tripudio pubblico, alla faccia degli increduli. Si sprigiona una sorta di felicità tremula, un sogno a occhi aperti: l’esitare sul margine del piacere a portata di mano, inc…

Godere, moderatamente, del potere non è peccato: lo fanno (in genere non moderatamente) anche quelli che lo negano. E dunque tanto vale la pena perderci un po’ di tempo per capire come attrezzarsi in previsione che possa accadere. Ad esempio, come usare al meglio le occasioni di rimettere in moto la propria scalata sociale. Ricordandosi che quello del potere è un esercizio ambiguo: si esercita e colpevolizza, si fa e non si dice. Destinato in ogni caso a sollevare ondate di moralistici distinguo.

Nulla, in ogni caso, come lo spoil system, così in auge nelle fasi di transizione: sublima gli appetiti e le contraddizioni di questo appagamento erotico nell’assunzione di un ruolo. È il momento di massima concentrazione del godimento quando le aspirazioni a lungo protratte, e a fatica nascoste, possono esplodere in un tripudio pubblico, alla faccia degli increduli. Si sprigiona una sorta di felicità tremula, un sogno a occhi aperti: l’esitare sul margine del piacere a portata di mano, incerti se tuffarsi, col rischio che tutto svanisca.

In genere l’intensità del godere è pari, almeno, alla frustrazione dell’attesa, ed espone alla forzatura dei toni, non meno che a una non trascurabile propensione a sbagliare. Entrambe andrebbero prese in considerazione. Non c’è infatti condizione migliore di un lungo digiuno che predisponga ad apprezzare la buona tavola e prepari, quasi sempre, alle deprecabili abbuffate. L’escalation emotiva, scatenata dalla nuova posizione raggiunta, apre in successione a reazioni diversificate. Esserci arrivati è solo un primo livello della soddisfazione degli appetiti, quello che porta all’assestamento che consente di potersi abituare all’idea.

Assisteremo a una sorniona autocelebrazione del successo che prenderà la strada inevitabile della cura — tra il patetico e il rituale — del proprio aspetto, del vestiario, degli affetti famigliari esibiti con insistita devozione. Uno sfoggio di sentimenti, mirati a canalizzare benevolenza, che sarà di peso nelle fasi successive, ma che intanto si presenta come un investimento che val bene un po’ di ipocrisia.

Il livello successivo prevede l’esplorazione delle dimensioni pubbliche della nuova posizione e degli inevitabili rischi legati alla riconoscibilità sociale del novizio. Non è questione da poco: misurare le differenze tra il prima e il dopo, valutare il mutamento di clima nei rapporti, cominciare a notare chi si adegua, chi finge e chi si sottrae, rendersi conto delle prime asimmetrie (qui sta per fregature), sviluppare i primi malumori. Accorgersi insomma che il nuovo mondo è pieno di insidie. È a questo stadio che comincia a svilupparsi la sindrome dell’immagine, il bisogno di esposizione e di visibilità, la voglia di essere riconosciuti, celebrati.

Ed è arrivato il momento in cui il nostro eroe è già maturo per commettere tutti gli errori del caso, basta solo attendere che la vanità faccia il suo corso. Un’attesa neppure troppo lunga se si ha la ventura, inevitabile, di poter contare anche su di un entourage di cortigiani tanto incompetenti quanto essi stessi affamati. Un indicatore infallibile? L’assalto ai benefit e l’uso disinvolto e impudente delle facilities a disposizione del ruolo. Il fatto di poter scusare come veniale ogni abuso finisce con lo sviluppare una pericolosa sindrome di onnipotenza che trasmigra facilmente dalle cose alle persone.

Non è ancora il godimento massimo, ma ci siamo vicini. La vera sublimazione del godere, quella che manda in trance il nuovo elevato (e prepara inconsapevolmente la sua fine) arriva con la delegittimazione dei suoi predecessori. In fondo non c’è bottino senza sacrilegio. Prendere le distanze da chi è arrivato prima sottolinea la differenza che alimenta la superiorità, e tranquillizza chi crede di poter valutare i propri meriti in base alle altrui disgrazie.

Ma il nostro eroe ha più di una ragione per sentirsi al sicuro: è stato legittimato con l’imprinting autorevole di un cacciatore di teste, e poco importa che il metodo giochi a disdoro del legittimante, che ha barattato la propria autorevolezza (presunta?) in cambio di un credito garantito dal mandante politico.

In tempi di politica vorace, il passpartout di chi vince non deve spiegazioni a nessuno. Il circuito ormai si è messo in moto, si può stare tranquilli: il predestinato difficilmente scenderà dalla giostra. Non ci si libera facilmente di chi non ha faticato a arrivare. In fondo è risaputo che il potere non prevede eredi.

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